Da martedì 9 fino a sabato 13 aprile, al Museo d’Arte Costantino Barbella di Chieti, sarà esposta la mostra pittorica dal titolo, “Sogni a colori”, dell’artista, psicologa, storica dell’arte e critica, professoressa Eugenia Tabellione a cura del noto critico d’arte e letterario, professor Massimo Pasqualone. Il pomeriggio di martedì, in occasione dell’inaugurazione, ho avuto il piacere di scambiare due parole con l’artista.
“Come nasce la sua arte?”
“In realtà diciamo che ha origine proprio con me, dato che ricordo di aver sempre avuto questa passione sin da quando ero bambina. Disegnavo ovunque, perfino sotto i tavoli.” Ride. “In poche parole, si tratta di una mia modalità di espressione emozionale se non di una vera esigenza.”
“Qual è, invece, il significato insito nella sua arte?”
“Dunque, non ce n’è uno solo perché ogni opera, ogni immagine, ogni simbolo richiama una valenza precisa. Effettivamente, riconosco che si necessita di una capacità di esegesi abbastanza addestrata per riuscire a decodificare l’ermeticità dei miei lavori.”
“Come si articola il processo artistico dietro ad ogni opera?”
“Io credo che lo scopo principale sia quello di sublimare le emozioni più forti attraverso la pittura.”
“Per concludere la nostra intervista, in cosa consiste, secondo lei, il potere della sua arte?”
“Per risponderti vorrei ricollegarmi al pensiero del celebre psicoanalista austriaco Sigmund Freud, il quale affermava che soltanto l’uomo infelice è in grado di creare arte. Quindi, un’opera viene riconosciuta come bella da un ipotetico spettatore quando è in grado di trasmettere qualcosa. Se, invece, tende a non comunicare nulla, ci troviamo di fronte ad un mero manufatto. Non a caso, la mia mostra si intitola appunto “Sogni a colori” per la grande importanza ricoperta dal sogno in sé. Essendo anche psicologa, mi ispiro a tale mondo, la via regia per entrare nell’inconscio. I sogni ci parlano e noi dobbiamo pian piano imparare a saperli ascoltare.”
Today: 20/04/2026
Il rinnovamento anatomico fu il primo ad imporsi proprio per la natura stessa dell’indagine, che presupponeva, come nell’arte, l’osservazione diretta, attenta e disincantata dell’artista (o dell’anatomista in questo caso) dei particolari della Natura o della “Humani Corporis Fabrica” a detta del buon Vesalio.





