“Il lago oltre la collina: un uomo, una donna e una storia speciale”

Capitolo 4

“Buon Dio…non ci posso credere…Anthony…Anthony Arnald…vieni qui giovanotto…lasciati abbracciare…”.

“Ehi…con calma…sono appena arrivato e tutte quelle ore seduto su una poltroncina di un autobus mi hanno addormentato le ossa…ciao caro Paco…che piacere rivederti…sei sempre lo stesso…bè con un po’ di pancia in più, ma sempre simpatico come allora…è passato un po’ di tempo per entrambi…”.

Rispose Anthony mentre tentava di  liberarsi dalla stretta affettuosa del proprietario del locale.

“Hai maledettamente ragione amico mio…ma tu non sei cambiato affatto…vieni, accomodati…credo tu abbia bisogno di una bella tazza di caffè bollente e qualcosa di solido da ingoiare…Patty…ehi Patty…del caffè caldo al mio amico e una fetta di crostata al cioccolato con succo d’acero…abbondante…”.

Ordinò urlando Paco.

“Vedo che non hai dimenticato le mie abitudini…”.

Rispose l’uomo che nel frattempo si era sistemato in un tavolo appartato in fondo al locale.

Paco lasciò tranquillo per qualche minuto, l’amico ritrovato. Quindi dopo averlo tenuto sotto osservazione con discrezione, tornò di nuovo vicino ad egli.

“Allora…dimmi amico mio, come va nella tua rumorosa New York? Il lavoro e…il resto procedono al meglio? ti fermi per un po’ o fuggi via già domani?”.

Chiese con aria indagatoria, Paco.

“Non credi di esagerare con tutte queste domande? Sono appena arrivato…avremo tempo di dialogare con calma su tutto ciò che vorrai sapere, sempre se le tue domande non saranno troppo…indiscrete…”.

Rispose di getto l’uomo che dopo aver sorseggiato la calda bevanda, riprese:

“In effetti sono venuto con l’intenzione di fermarmi un po’ di più di un giorno…diciamo, tre mesi…certo, non so se resisterò, ma conto di impegnarmi…Senti quanto ti devo?  Vorrei andare in quella casa che non vivo da troppo tempo e…”.

“Ehi…oggi offre la casa…sono troppo felice di averti rivisto vecchio mio…quando vuoi io sono qui a pranzo o a cena…vieni pure, avrai un trattamento di riguardo…”.

Rispose quasi commosso Paco.

Pochi minuti dopo Anthony uscì dal locale. L’abbondante colazione gli aveva fatto rinfrancare le forze. Il sole ormai spuntato lo accompagnò sul viale che conduceva presso la sua abitazione. Camminò a testa bassa, quasi non volesse farsi riconoscere dai pochi viandanti che incrociò lungo il tragitto. Anche se più di una persona si voltò incuriosita da quella figura robusta che con una strana valigia rossa, percorreva il lungo viale alberato che conduceva al quartiere di Pine Valley. Il curioso toponimo venne affibbiato all’elegante periferia di Jason in quanto, alle spalle della collina che lo cingeva come una vera e propria cintura, era situato uno dei laghi più grandi di quella provincia. Il Lake Pine, meta ambita di improvvisati ed esperti pescatori oltre ad essere un’area dove tradizionalmente in estate era consuetudine svolgere piacevoli pic-nic familiari.

Per gli abitanti del posto, quel quartiere era simbolo di ricchezza e benessere abitato da sempre da ricche famiglie non solo locali. Ne erano il simbolo più evidente i cottage in legno verniciato di bianco di cui era costituito, ognuno di essi recintato e con, al suo interno, un discreto appezzamento di terreno spesso coltivato a semplice e curato prato verde. Non faceva eccezione la casa della famiglia Arnald con l’unica differenza che era ampiamente evidente lo stato di abbandono generato dalla lunga assenza di ogni membro della famiglia in quella dimora. Per l’ennesima volta si soffermò ad ammirare in religioso silenzio, quella distesa di casette bianche disseminate nel verde ombroso dei suoi immensi pini. Non era cambiato di molto l’aspetto del quartiere, da  quanto d’impatto potè notare. Tutto sembrava congelato da come lo ricordava durante la sua ultima visita, finita troppo in fretta per l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre e che lo costrinse a rientrare prima del tempo. L’aria però era decisamente la stessa. Gelida e densa di odore di resina proveniente dalla pineta e di cui si riempì i polmoni. Quindi riprese lento, il cammino verso la meta soffermandosi per qualche attimo vicino al cancello in ferro appena giunse a destinazione. Quindi con vistosa emozione estrasse una piccola chiave conservata come una reliquia dopo la morte dei genitori e la inserì nella serratura. La ruggine e il tempo sembrarono impedire a questi, per un attimo, l’apertura. Uno scatto più deciso, interruppe quell’abbandono forzato e finalmente dopo un lamentoso cigolio, il cancello decise di lasciarlo entrare…

“Sapevo ci sarebbe stato da lavorare…lo sapevo…d’accordo cara mia…ora ti rimetto in ordine…”.

Pensò ad alta voce attraversando il vialetto ormai coperto e nascosto da ogni genere di sterpaglia. C’era un silenzio inquietante intorno a sé. Si sentiva un intruso in quel luogo in cui da adolescente aveva vissuto momenti di spensieratezza insieme alla sua famiglia. Quanto gli sembrò piccola ora quella dimora costruita completamente in legno verniciato di bianco e dove sul portoncino d’ingresso ritrovò incise, quasi corrose dal tempo ma ancora leggibili le iniziali di sua madre e suo padre…V and L…Vincent e Lucy.

Un brivido lo assalì improvvisamente. Poi mentre stava per inserire la chiave nella serratura, avvertì dei passi dietro se. Dal rumore di essi sul selciato del viottolo d’ingresso doveva essere più di una persona. Si bloccò mentre fu attraversato in quell’attimo da mille improvvise paure. Certo che quello non era il miglior benvenuto che si aspettasse. La visita di qualche delinquente che approfittando del silenzio di quelle ore e dei rari viandanti in giro, si era organizzato per commettere qualche atto vandalico. Ma Anthony non era di sicuro il tipo che si   spaventava facilmente. La vita a New York lo avevo forgiato severamente ed era capacissimo di difendersi in ogni modo. Si voltò di scatto pronto a colpire per difendere se stesso e il resto ma ciò che vide lo lasciò esterrefatto e in preda ad un enorme risata oltre ad un respiro di liberazione…

“Ehi…buongiorno piccolo…e tu da dove arrivi?”.

Così dicendo si avvicinò a quell’ammasso disordinato di peli nerissimi e dove una piccola coda si agitava festosamente e freneticamente. Il piccolo randagio quasi come segno di perdono per il procurato spavento, sedette composto di fronte all’uomo sollevando una zampa in segno di amicizia e armistizio.

“Molto piacere cucciolo, ma come sei educato…riconosco che mi hai spaventato, ma ora è tutto ok…ciao io sono Anthony…Anthony Arnald…bè, io non conosco il tuo nome e dubito tu possa dirmelo…per cui ti chiamerò…vediamo…Bill…si un nome semplice che posso ricordare facilmente…quindi…molto piacere di fare la tua conoscenza Bill! “.

Il cane per tutta risposta e come se conoscesse da sempre il suo nuovo amico si sdraiò a pancia in su muovendo ritmicamente le quattro zampe…

“Bene Bill, facciamo un patto…se non hai un altro luogo dove andare, puoi restare qui…io sono appena arrivato e in qualche modo ci faremo compagnia insieme…ora entro in questa casa da cui manco da più di 15 anni, non so cosa ci troverò al suo interno ma…Bè a più tardi…lasciami il tempo di organizzarmi e andrò a fare provviste per entrambi…”.

Un ultima carezza sulla testa del quadrupede che nel frattempo era tornato a sedersi, sancì il momentaneo distacco tra i due.

Una violenta ventata di polvere accolse Anthony. Aprì d’istinto le finestre per poter far arieggiare le stanza. Fece un giro di perlustrazione veloce attraverso ogni camera. Improvvisamente tornò fuori a respirare e attese che la nuova aria, almeno in parte riportasse gli ambienti ad essere più vivibili. Quindi si soffermò sull’uscio e guardo un po’ preoccupato il corridoio.

“Si…credo ci sarà davvero tanto da lavorare qui…”.

Ed emesso un nuovo sospiro preparatorio, si tuffò deciso in cucina. Tutto sarebbe ripartito da lì.

Il resto della mattinata venne impegnato nella rimozione di ampi lenzuoli bianchi che ricoprivano le suppellettili, oltre a fare qualche veloce acquisto di alimenti in un piccolo e modesto Store per le prime necessità alimentari. Lasciò per tutto il tempo, le finestra spalancate. Quella casa che sembrava essere un momentaneo e angoscioso museo dei ricordi ne aveva necessità, quasi lo chiedeva. Bill rimase sdraiato davanti l’uscio sentendosi già custode di quella proprietà. Senza rendersene conto, giunsero le 16 di quel primo giorno di vacanza e fu in quel momento che il giornalista decise di fare una pausa. Si appropriò di una cigolante sedia a dondolo riposta in una delle camere e la trascinò sul porticato, all’ombra di una piccola pensilina anch’essa in legno situata in un lato dell’ingresso. Poi, rientrò nuovamente all’interno e aperta una tasca laterale della valigia, estrasse il suo fedelissimo amico di sempre. Mister Dream, deciso a regalargli le prime sensazioni di quella nuova vita. Si accomodò sereno e lasciandosi dondolare, si fermò per un attimo a godersi quella pace che lo circondava.  C’era silenzio tutt’intorno, interrotto di tanto in tanto dal fruscio della pineta posta nel retro dell’abitazione. Una tranquillità a cui non era abituato ma che aveva sempre ricercato nei suoi intenti durante gli ultimi mesi di lavoro in ufficio.

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Now, here in Manhattan, the spell is broken, and we live again! We are defenders of the night! We are Gargoyles! Scout troop short a child, Khrushchev’s due at Idelwyld… Car 54, where are you? Harlem that’s backed up.

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