Capitolo 3
L’autista del bus aprì velocemente il bagagliaio dove erano riposte le valigie dei viaggiatori estraendo rapidamente quella che era più a portata di mano tra le prime. Grigia e non molto pesante con ancora annesso il talloncino del volo che da New York, lo aveva portato fino a Montreal per poi proseguire in autobus verso la meta. Il piccolo paese dormiva ancora in quelle prime ore del giorno e se non fosse stato per il rumore sordo del motore del mezzo, non si sarebbe sentito nient’altro.
“Ecco a lei e buona vacanza signore…”.
Il giornalista apprezzò il complimento da parte del giovane autista, quindi estrasse una discreta mancia che offrì con piacere a questi, insieme ad un esauriente sorriso: “Ah grazie mille e buon proseguimento…tenga, prenda un caffè appena può, lo offro io. Lei è un buon autista…questi tracciati montani non sono semplici da affrontare di notte…”.
Il giovane ringraziò con un vistoso sorriso e salutò con un cenno porgendo in avanti il berretto della Compagnia di Linea.
Dopo i saluti di rito finalmente Anthony Arnald, apprezzato e rampante giornalista americano, diede ufficialmente inizio a quella “pausa” tanto attesa e che gli avrebbe permesso di riposarsi per tre mesi. Almeno queste erano le sue intenzioni attentamente valutate in città dopo un lungo e stressante periodo di lavoro. Cercò di pianificare ogni cosa all’interno dello studio di consulenza
giornalistica di cui era il titolare. Lasciò chiare direttive al suo secondo in ordine di gerarchia, Dany Graven, Un bravo ragazzo con molta buona volontà e che si stava facendo strada sotto la sua direzione.
Avrebbe voluto sfruttare il periodo natalizio per quella agognata vacanza ma per mille motivi ciò non fu possibile facendo slittare tutto di diversi mesi. E ora in un freddo mattino di Aprile, quella sospirata “vacanza”, si stava avverando.
Era di nuovo in Canada dopo tanti anni di assenza. Una Terra di cui era tacitamente innamorato per mille motivi. E quel ritorno lo caricò inevitabilmente di mille comprensibili emozioni.
Ebbe una strana sensazione, appena si ritrovò solo nei pressi di quell’anonima pensilina in ferro, dove su un lato di essa campeggiava la scritta: “WELCOME TO JESON VALLEY”, e le sensazioni non furono soltanto emotive.
Avvertì freddo ai piedi e di certo le scarpe ginniche indossate per il viaggio non lo aiutarono molto, sottovalutando di gran lunga le temperature del luogo. O forse lo aveva completamente dimenticate. Era partito sotto il diluvio e giunse a destinazione con un gelo pungente e in alcuni tratti, con vistosi cumuli di neve sparsi in maniera disordinata lungo le strade. Quel gelo avvertito dai suoi piedi lo riportò presto alla realtà.
Iniziò d’istinto a muoversi e a camminare per potersi riscaldare. Aveva i muscoli delle gambe letteralmente intorpiditi e i primi passi furono decisamente complicati.
Si ritrovò solo sotto la pensilina, notando che attraverso i suoi ricordi, i primi luoghi che gli apparvero alla vista, o almeno gran parte di essi non erano cambiati. 20 lunghi anni. Tanto era trascorso dall’ultima volta che scese da un autobus a quella fermata. Nella sua memoria si accavallarono i ricordi dell’adolescenza, ma essi erano così caotici e turbolenti che decise di fermarli. Respirò profondamente e più attentamente si guardò intorno. Era solo a quella fermata, con la sua capiente valigia rossa e le riviste sotto braccio, quelle poche rimaste in salvo dopo il diluvio, che attendeva di essere afferrata e portata a destinazione.
Le larghe strade del piccolo paese erano ancora vuote di qualsiasi genere di movimento. Mentre ben visibili erano ancora ampie chiazze di neve biancastra, segno dell’ennesima corposa nevicata che abitualmente cadeva d’inverno. Fece lunghi respiri di quell’aria quasi gelida che gli rinfrescarono la gola e la mente. Poi si sollevò il bavero in pelliccia del giubbetto e si diresse verso l’insegna illuminata del Coffe America.
Un posto che conosceva bene e anche questo almeno in apparenza non era cambiato di molto. La luce dei neon gialla e blu proveniente da quell’insegna vistosa montata sulla porta d’ingresso non sminuiva dinanzi alla prima luce di quel tiepido nuovo sole. Sembrava addirittura sfidarlo e paradossalmente ci riusciva. Anthony venne invaso, ancor prima di entrare, dal profumo caldo di dolci e di caffè che irrompeva all’esterno lungo la strada. In quel momento padroni incontrastati di tutto. Quasi fosse un
richiamo, una tentazione ad entrare e di sicuro il buon Paco, titolare dell’attività, riusciva in pieno ad accalappiare le prime sporadiche vittime mattutine.
Oltre alle varie essenze profumate, l’uomo fu colpito da una strana sensazione piacevole di calore al suo interno. Nel breve tratto di strada che egli aveva percorso aveva percepito l’aria fredda di quella zona che lo svegliò dal torpore vissuto durante il viaggio in autobus.
All’interno tra i tavoli quasi nessuno oltre ad un paio di cameriere che preparavano la sala per l’ennesima giornata di lavoro. Una rapida occhiata per scegliere la postazione e venne bonariamente aggredito dall’urlo del padrone del locale…
