Paolo Ortolano è un musicista rock, chitarrista e cantante, attivo da molti anni nel panorama musicale abruzzese. Pur lavorando professionalmente nel settore informatico come system administrator, Paolo si considera prima di tutto un musicista: la musica non è per lui un hobby, ma una componente essenziale della propria identità e della propria vita. Nel corso degli anni ha portato avanti diversi progetti musicali, spaziando dal rock inglese e americano degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta fino al rock’n’roll e al rockabilly. È fondatore e anima del progetto Radiolondra, dedicato al grande rock britannico, e del trio Top 20, pensato per contesti più raccolti ma con un repertorio ampio e trasversale. Fa inoltre parte di una tribute band di Elvis Presley e del progetto Campari Blues, entrambi curati artisticamente da Antonio Providenza. La sua formazione musicale nasce molto presto, alimentata dall’ascolto dei grandi classici del rock internazionale e da un’esperienza di vita che, già in adolescenza, lo ha portato a rivedere le proprie priorità. Credente e profondamente legato alla propria famiglia, Paolo ha scelto di non intraprendere la carriera di musicista professionista a tempo pieno, privilegiando una stabilità personale e familiare, senza però rinunciare alla musica, che continua a vivere con passione e dedizione.
Paolo, tu dici spesso che la musica per te non è un hobby. Cosa rappresenta davvero nella tua vita?
La musica per me è una necessità vitale. Io mi sento prima di tutto un musicista, ancora prima che un informatico. L’informatica è il lavoro che mi permette di vivere, ma senza la musica non riuscirei a farlo davvero. Se non suono, non sto bene: fa parte della mia identità.
Hai mai pensato di fare il musicista come professione esclusiva? Perché non è diventata la tua strada principale?
Sì, ci ho provato. In Italia fare il musicista professionista non è semplice, soprattutto in certi territori: servono molta tenacia, compromessi e rinunce importanti. A un certo punto mi sono trovato davanti a una scelta decisiva. Inseguire fino in fondo la musica avrebbe significato rinunciare alla mia relazione, che poi è diventata mia moglie, e spostarmi stabilmente altrove. Sono credente e credo che nella volontà di Dio ci sia la felicità: ho scelto la stabilità familiare, pur sapendo che questo avrebbe limitato una carriera musicale a tempo pieno.
Questa scelta ti ha lasciato dei rimpianti?
Un po’ sì, ed è naturale. Ma credo anche che la musica non debba diventare un idolo. Se trasformi il sogno in un’idolatria, diventi schiavo di te stesso. Oggi posso suonare quello che amo, con progetti miei, nei weekend, e questo per me ha un valore enorme.
Raccontaci dei tuoi progetti musicali attuali.
Il progetto principale è Radiolondra, che ho fondato io ed è dedicato al rock inglese tra la fine degli anni Sessanta e gli Ottanta: Beatles, Rolling Stones, David Bowie, Elton John, Pink Floyd, Queen, Dire Straits. Nel quartetto ci dividiamo le parti vocali in modo quasi filologico.
Da Radiolondra nasce anche il trio Top 20, pensato per locali più piccoli: in questo caso canto tutto io e il repertorio spazia tra rock inglese e americano, dai Pink Floyd ai Dire Straits, fino a Red Hot Chili Peppers e Green Day. Partecipo inoltre a una tribute band di Elvis Presley, curata da Antonio Provvidenza, e al progetto Campari Blues, legato al rock’n’roll e al rockabilly.
Quando nasce il tuo legame profondo con la musica rock?
Da bambino avevo già una predisposizione naturale: in casa c’erano sempre strumenti perché mio padre suonava la chitarra. La svolta arriva a dodici anni, dopo un grave incidente in cui mi sono rotto il femore. È stato un periodo di sofferenza che mi ha cambiato profondamente. Poco dopo ho scoperto i Queen, in particolare “The Miracle” e poi “Innuendo”. È stato uno shock musicale. Da lì Metallica, Iron Maiden, Guns N’ Roses. Il periodo tra il 1990 e il 1992 è stato straordinario: dischi che hanno formato un’intera generazione.
Parlando con te emerge un elemento fondamentale: l’amicizia. Quanto è importante il legame umano tra i musicisti nel fare rock?
La musica rock si fa insieme. La cosa più importante, per me, è l’amicizia e il legame che si crea tra i musicisti mentre eseguiamo un brano e suoniamo fianco a fianco. Non è solo una questione musicale, ma profondamente umana: ascoltarsi, sostenersi, condividere il palco. Io non potrei mai suonare da solo né esibirmi da solo. Senza questo rapporto di fiducia e di amicizia, la musica perderebbe gran parte del suo significato.
Che consiglio daresti oggi a un ragazzo di vent’anni che sogna di vivere di musica?
Ascoltare tanta musica, anche quella che non piace, e provare a suonarla tutta. Non rifiutare mai un’esperienza: io stesso ho suonato in un’orchestra di liscio, ed è stata una grande scuola. Studiare sempre lo strumento, perché la manualità si perde in fretta. E soprattutto seguire il sogno senza idolatrarlo: se arriva l’occasione giusta, coglila, ma non forzare le cose pensando che solo così puoi realizzarti come persona.
Come vedi la scena musicale di Chieti e del territorio?
Chieti ha sempre avuto musicisti di altissimo livello, sia nel rock che nel jazz, anche se spesso poco valorizzati. C’è un grande fermento, ma le istituzioni tendono a privilegiare quasi esclusivamente la musica classica. La musica del Novecento, dai Beatles in poi, è storia, cultura e identità, e meriterebbe maggiore riconoscimento.
La storia di Paolo Ortolano è quella di una vocazione vissuta con fedeltà e consapevolezza: una musica che non è mai stata abbandonata, ma semplicemente integrata in una vita fatta di scelte, responsabilità e passione autentica. Un esempio prezioso soprattutto per i più giovani, chiamati a inseguire i propri sogni senza diventarne prigionieri.
A Paolo va un grande in bocca al lupo per tutti i suoi progetti musicali presenti e futuri.
L’invito è per tutti gli appassionati:
📅 30 dicembre
📍 Jammin’ – Montesilvano
🎸 Radiolondra live
Un’occasione per ascoltare grande rock, condividere musica vera e chiudere l’anno nel modo migliore possibile.


