In Abruzzo il lavoro non basta più: una persona su cinque rischia la povertà

Il Report 2026 di Caritas Italiana accende i riflettori sulla fragilità economica delle famiglie. Filcams CGIL Chieti: «Essere poveri pur lavorando non può diventare la normalità»

In Abruzzo la povertà non è più soltanto il volto di chi è senza occupazione. Sempre più spesso riguarda anche chi un lavoro ce l’ha, ma guadagna troppo poco, lavora poche ore, vive nell’incertezza dei contratti o deve affrontare costi che il proprio stipendio non riesce più a sostenere. A fotografare una situazione che si fa sempre più preoccupante è il Report 2026 di Caritas Italiana: una persona su cinque in Abruzzo è a rischio povertà. Un dato dietro il quale non ci sono soltanto percentuali, ma famiglie che ogni mese devono decidere quali spese affrontare e quali rimandare. Alla rilevazione nazionale ha contribuito anche la Diocesi Chieti-Vasto. Il fenomeno racconta una povertà che tende a diventare strutturale e che attraversa ambiti diversi della vita quotidiana: dal lavoro alla casa, dalla salute al costo dei servizi. E proprio sul rapporto tra occupazione e povertà interviene con forza la Filcams CGIL Chieti, che mette sotto accusa la crescente diffusione del lavoro povero nei settori del commercio, del turismo e dei servizi.

Il paradosso è evidente: si può lavorare e, allo stesso tempo, non riuscire a vivere dignitosamente.

Succede a chi ha un contratto part-time e vorrebbe aumentare le proprie ore, ma non ne ha la possibilità. Succede a chi viene chiamato a lavorare quando serve e non può prevedere con certezza quanto porterà a casa a fine mese. Succede a chi presta servizio nei weekend e nei giorni festivi e, nonostante questo, deve continuare a fare i conti con un reddito insufficiente. È una condizione che si ripercuote sull’intera famiglia. Una rata, una bolletta, il carburante per raggiungere il posto di lavoro possono diventare spese difficili da sostenere. E con la riapertura delle scuole il bilancio familiare rischia di essere sottoposto a un’ulteriore pressione, tra libri, materiale scolastico, trasporti, mense e attività sportive. A tutto questo si aggiunge il peso delle spese energetiche e dei trasporti, mentre l’aumento dei costi rischia di riflettersi a cascata anche sui prezzi di beni e servizi.

La Filcams CGIL Chieti pone così una questione che non è soltanto economica, ma sociale: quanto può essere considerato dignitoso un lavoro che non consente a chi lo svolge di sostenere le spese fondamentali della propria vita?

«Non possiamo accettare che una persona debba scegliere se fare il pieno alla macchina per andare al lavoro o pagare una bolletta», afferma l’organizzazione sindacale. Una frase che sintetizza il cortocircuito di una situazione nella quale proprio il lavoro, anziché rappresentare la via d’uscita dalla difficoltà economica, rischia di diventare una delle sue cause. «Il lavoro deve liberare dalla povertà, non diventare una delle sue cause», è la denuncia.

Da qui la richiesta di un cambio di passo. La Filcams CGIL Chieti chiede di intervenire sul lavoro povero, sulla precarietà e sul part-time involontario nella provincia di Chieti, ma anche di rafforzare le misure a sostegno delle famiglie, soprattutto sui fronti della casa, dell’energia, dei trasporti, della scuola e dei servizi essenziali.

La questione, però, non riguarda soltanto le buste paga. Riguarda il valore che una società attribuisce al lavoro e alle persone che ogni giorno mandano avanti attività e servizi. Sono i lavoratori del commercio e dei supermercati, gli addetti alle pulizie, chi opera negli alberghi e nei ristoranti, chi lavora nelle mense e nella vigilanza, chi presta servizio negli appalti. Sono persone che entrano negli ospedali, nelle banche, negli uffici e nelle fabbriche spesso quando la giornata degli altri non è ancora cominciata. Mansioni indispensabili, ma troppo spesso considerate invisibili. E proprio su queste fasce di lavoratori il rischio di precarietà e di bassi salari può diventare particolarmente pesante.

La Filcams chiede quindi che il lavoro torni al centro del confronto politico e istituzionale. Non soltanto come strumento per creare occupazione, ma come condizione necessaria per garantire autonomia, sicurezza e possibilità di progettare il futuro. Perché dietro la richiesta di un salario adeguato c’è anche il diritto a pagare una casa, crescere i propri figli, affrontare una spesa imprevista senza precipitare nell’emergenza e, soprattutto, guardare ai mesi successivi senza la paura costante di non farcela.

«Non ci rassegniamo all’idea che essere poveri pur lavorando sia diventata la normalità», ribadisce la Filcams CGIL Chieti.

È questo il punto da cui ripartire: un lavoro non può essere considerato sufficiente soltanto perché esiste. Deve consentire a chi lo svolge di vivere, non semplicemente di sopravvivere.

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