Lucia Di Folca, 28 anni, è una giovane scrittrice emergente della casa editrice Masciulli Edizioni. Vive a Lettomanoppello (Pe). Dopo aver concluso gli studi in assistenza odontoiatrica presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara, Di Folca spiega di aver iniziato quasi per gioco la stesura del suo libro autobiografico, dal titolo “Nella tasca destra in alto”, dedicando un po’ di tempo a se stessa, dopo un lungo periodo travagliato della sua vita. Nonostante la giovane età la scrittrice ha vissuto momenti molto tristi che le avevano tolto la gioia di vivere. E’ riuscita a rialzarsi grazie alla fede, alla musica ed allo sport, traendo forza sopratutto dai bambini malati. Ha voluto raccontare la sua storia per dare un messaggio di speranza ai ragazzi che ricevono pura cattiveria nelle scuole (o in generale), a chi vive il dramma di uno o più lutti ed alcuni consigli su come ci si può rialzare attraverso il rispetto e l’amore di alcune persone care. Di seguito una breve intervista.Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
“Il desiderio di aiutare altri giovani che, come me, sono stati vittime di bullismo e si sono abbattuti vedendo ed avendo altri problemi. Quando vieni bullizzato, ti crolla letteralmente il mondo addosso: perdi la tua lucidità ed identità. Sembra quasi che non vali più nulla e tutto ciò in cui credi all’improvviso sprofonda. Tutto si è svolto nel giro di pochi anni, in età tardo-adolescenziale, proprio nel periodo in cui avrei dovuto, invece, costruire e rafforzare la mia identità di persona.”
Il bullismo
“Nel periodo liceale – spiega l’autrice – sono stata vittima di cattiverie ricevute dalla maggior parte dei miei compagni di classe. In quegli anni non mi rendevo conto della situazione che stavo vivendo e, solo successivamente, mi è stato dichiarato da una psicologa di aver subito bullismo. Anche il professore di matematica, alcune volte, mi sbeffeggiava insieme al solito gruppetto. In quei mesi si aggiunsero anche alcuni problemi fisici e questo provocò ilarità e prese in giro ulteriori da parte dei miei peggiori compagni di classe. Nel raccontare quelle vicende nessuno mi credeva, né la preside né i miei genitori, ma solo un paio di amici che vedevano, da fuori l’istituto, alcuni atteggiamenti di quei miei “compagni di avventure quotidiane”. Ingoiavo sempre tutto senza mai sfogarmi e cercavo qualche appiglio extra-scolastico per andare avanti. Ho continuato a subire cattiverie e odio fino alla maturità. Non potevo denunciare perché ero talmente debole fisicamente e psicologicamente che non vedevo l’ora di andarmene da quell’istituto.”
Il lutto
“In concomitanza con l’ultimo anno di liceo, mio padre si ammalò di un tumore raro e di lì ad un anno morì. Dopo la sua morte si susseguirono, in brevissimo tempo, diversi lutti in famiglia tra parenti ed amici stretti. Avevo toccato il fondo e da quel periodo iniziarono gli attacchi di ansia e di panico. Sembrava che Dio avesse tutto il suo odio nei miei riguardi. Da credente, pronta ad aiutare il prossimo, senza accorgermene, cominciavo un silenzioso distacco da tutto ciò che riguardasse la chiesa. Non vedevo uno spiraglio di Luce da Dio. Cosa dovevo farci di un Salvatore che in realtà, apparentemente, non ti salva?”
Eppure la fede ti ha rialzata, giusto?
“E’ stata proprio la fede a darmi il coraggio di rialzarmi. In quegli anni tormentati da odio e solitudine, nella mia vita, arrivò don Andrea, il mio migliore amico. Non volevo affezionarmi per niente ad Andrea. Pensavo: “devo avere come amico un ragazzo che vuole diventare prete per poi convincerti che Dio è la salvezza, quando in realtà sono il nulla salvaguardata da nessuno? Proprio no!”
Invece, – ammette Di Folca – lui è stato il mio coraggio, la mia forza, la mia speranza…la mia salvezza! Dio mi ha fatto conoscere la salvezza (non apparente, ma dell’anima!) tramite Andrea. Per me la parola ‘salvezza’ è sinonimo della parola ‘libertà’. E con questo giovane sacerdote ho raggiunto e percepito la libertà. Mi è stato vicino anche nel silenzio. Non ha ascoltato solo le mie parole ma ha sentito soprattutto i miei silenzi…e, devo ammettere, anche i miei passati (per fortuna) sbalzi d’umore.”
Anche la musica è stata ed è una compagna di viaggio positiva, dopo i vari episodi tormentati passati?
“Sì. Ho respirato aria nuova e pulita tramite il trio musicale de ‘Il Volo’. Piero, Ignazio e Gianluca sono stati la sorpresa e la riscoperta dell’essere italiani e dell’essere ragazzi umili che, nonostante il loro essere famosi in tutto i mondo, rimangono coetanei umili. ‘Il Volo’ è stata la novità: il primo concerto, la prima esperienza con un fan club, i divertimenti con le amicizie ‘Volovers’. Ma soprattutto la fierezza di seguire ragazzi gentili, umani e rispettosi…completamente diversi dagli esempi che ho notato al liceo. Ho avuto la fortuna di conoscere in particolar modo Gianluca Ginoble. Nel 2016, divenne cittadino onorario del mio paese e con la Pro Loco del mio paese mi occupai dell’organizzazione dell’evento.”
Nelle interviste e nelle presentazioni del tuo libro colleghi la musica con il volontariato. Come mai?
“Nell’agosto 2015, durante un concerto de ‘Il Volo’ a Chieti, vidi dei bambini con delle maglie arancioni entrare nel backstage. Volevo sapere chi fossero, ma la trepidazione dell’evento mi fece subito abbandonare questa curiosità. Nel concerto successivo, a Roseto degli Abruzzi, una mia amica, Marcella, chiese a tutto il gruppo fan club de ‘Il Volo Abruzzo’ di donare un po’ di gadget della fan action, organizzata da noi, ai bambini malati dell’associazione A.G.B.E. di Pescara (Associazione Genitori Bambini Emopatici), dato che Gianluca, Piero e Ignazio sono i primi sostenitori di questa Onlus. Qualche giorno dopo il concerto, l’associazione ci ringraziò per i regali e successivamente andai in casa-alloggio. Conobbi l’ambiente e le persone che ne fanno parte a tutt’ora. Dal gennaio 2016 non mi sono più staccata da loro, tanto da diventare, a dicembre 2021, volontaria ufficiale. Il volontariato, e in generale l’A.G.B.E., sono importanti per me perché comprendi che i tuoi problemi (anche seri) si azzerano di fronte a piccoli guerrieri malati di tumore o leucemie che oggi ti sorridono, dicendo che la vita è bella (nonostante sappiano della loro malattia)… e domani muoiono. Loro sono stati la mia forza più grande ed ho compreso che la vita vale la pena di essere vissuta in grazia di Dio e che il passato…è passato; nonostante faccia ancora male e nonostante tutte le difficoltà. Puoi vedere la luce affrontando tutto in modo diverso, per quel che si può.”
A chi subisce, come te, atti di bullismo e dolori vari (come per esempio la solitudine e i lutti più “gravi”), cosa consigli?
“Di avere la forza e la determinazione di non trattenersi tutto dentro ma di sfogarsi con qualcuno, chiedendo comprensione e sostegno. I problemi diventano sempre più grandi ed invadenti se ce li teniamo per noi. Ogni tanto dobbiamo farci aiutare, soprattutto moralmente… Certo, non ti eliminerà il problema però una parola di conforto fa tanto. Di solito le persone non esprimono tutto ciò che sentono nell’anima perché hanno paura della cattiveria o della ritorsione altrui. Assurdo, eppure è così per tutti. Ma bisogna trovare uno slancio per essere “l’eccezione alla regola”. Chiedere aiuto è la soluzione a questi ostacoli.”
Con “Nella tasca destra in alto”, a chi ti rivolgi?
“E’ un libro adatto a tutti: dal mio cuginetto Andrea di 3 anni fino ai 100 anni vissuti da mio nonno. Il testo è scritto in stile agile e semplice, per la facile comprensione di tutti. Ma, rispondendo alla domanda, mi rivolgo alle istituzioni religiose, politiche e sociali… specialmente agli insegnanti ed ai genitori. Le persone più deboli non vanno abbandonate ma vanno sorrette ed incoraggiate ancor di più in modo da farle emergere dalle loro difficoltà. E tra di noi rispettiamoci, per essere salvi, ergo per essere liberi. Come dice il cantautore Fabrizio Moro – conclude l’autrice – “La libertà è Sacra come il Pane.”
