#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava

#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava

Mi affascinano le parole italiane che hanno più significati. Scorrendo la mia libreria ideale, incontro due titoli che contengono entrambi la parola “Soli”. Sono “Mille splendidi soli” di Kaled Hosseini (edizioni Piemme) e “Soli” di Giovanni D’Alessandro (edizioni San Paolo).

Soli, a cui dare il doppio significato di “astro”, ma anche di “persone in solitudine”. 

È interessante sottolineare che il gioco (perdonatemi se uso questa definizione, sembra che il “gioco di parole” sia maleducato, ma a me diverte molto…) ha senso se si coniugano i sostantivi al plurale, visto che usando il singolare la differenza di significato , solo e sole, appare evidente. 

Proprio da qui nasce la riflessione odierna. Sulla solitudine e su quanto questa possa essere più o meno illuminante.

Su questo tema mi piace ricordare un passaggio di uno dei miei libri preferiti: «Dove sono gli uomini?» riprese dopo un po’ il piccolo principe. «Si è un po’ soli nel deserto». «Si è soli anche con gli uomini» rispose il serpente. Il piccolo principe lo guardò a lungo. (Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry)

La solitudine è una condizione in cui tutti prima o poi ci siamo trovati. In genere ha un’accezione negativa, spesso associata alla malinconia e al malessere. Eppure, spesso la solitudine ha – o dovrebbe avere – una connotazione positiva collegata principalmente alla capacità o meno di vivere in maniera costruttiva il proprio mondo, a cominciare dalla propria interiorità.

Stare da soli, alle volte, vuol dire elaborare il Pensiero, per nutrire l’anima; vuol dire distaccarsi temporaneamente dal grande spazio del mondo, per scrutarne uno nuovo e spesso più affascinante.

Dopotutto non è che stare in compagnia o circondati da persone, sia per forza sinonimo di benessere o addirittura di felicità. Un po’ perché spesso ci circondiamo di persone sbagliate (alle volte per obbligo, come per esempio sul lavoro, ma altre volte per scelta… ricordate la scelta?) e poi perché – come detto prima – il benessere nasce da dentro noi stessi e non dalle persone che frequentiamo. 

Credo, quindi, che sia necessario fare un patto con la nostra solitudine, con il nostro essere soli

A cominciare dal rapporto che abbiamo con i social

Una recente indagine ha confermato che i social condizionano in modo significativo la vita quotidiana; la maggior parte di coloro che utilizzano i social più di due ore al giorno, infatti, soffre di disturbi di ansia e di depressione. 

I social (in particolare quelli votati alle foto e ai video e utilizzati dai giovani) si ispirano al senso della perfezione, dell’apparenza e della superficialità. Condizionano, talvolta in modo irreparabile, l’opinione che una ragazza o un ragazzo hanno di se stessi, alimentano il confronto distruttivo, che fa correre dietro a stili di vita “ideali”, che sono però pura finzione. Quante volte, passeggiando per strada, vediamo gruppi di persone che fanno video e foto che poi trasformeranno in “storie”, senza vivere realmente i momenti che stanno cercando di rendere virtuali?

Questo scollamento con la vita reale dà vita ad un altro fenomeno preoccupante, legato alla solitudine: l’“hikikomori” (che letteralmente significa “stare in disparte”) nato in Giappone, descrive l’atteggiamento di una fascia di persone tra i quattordici e i trenta anni che si rinchiude all’interno della propria casa senza uscirne anche per diverso tempo. 

Tutto ciò appare ancora più preoccupante in questo periodo di pandemia, che ci ha letteralmente costretti all’isolamento (concetto molto diverso dallo “stare da soli”, trattato nella prima parte di questo articolo). 

In definitiva, credo sia importante che chi ha funzioni educative, in primis i genitori, supportino le figure più esposte nel far comprendere che la solitudine, se da un lato “rinfranca l’anima e ne rinfresca le forze” (per dirla come Leopardi), dall’altro va dosata attentamente. Perché, alla fine dei conti, siamo sempre e comunque creature sociali (e non social!).

Tutto questo affinché possiamo essere Soli per gli altri, pur avendo la capacità di stare da soli. 

Perché se è vero che si nasce e si muore soli, beh, non bisogna dimenticare che in mezzo… c’è un gran bel traffico!

 

Strada di Damocle di Lucio Toma

  

Recensione a  

Strada di Damocle 

di Lucio Toma 

Arcipelago Itaca 

di Marco Tabellione

Ironia e partecipazione, come dire due atteggiamenti contraddittori, quasi due modi  contrastanti che pure Lucio Toma nella sua raccolta di poesie La strada di Damocle riesce a trasformare in due facce della stessa medaglia. Nelle poesie di Toma da un  lato si avverte dunque il desiderio di difesa dal mondo ma soprattutto dal destino e  dalla indifferenza del reale e quindi desiderio di allontanamento dall’altro, dall’altro invece si assiste ad un recupero di antiche spontaneità, la voglia di rituffarsi  nell’esistenza, di risentirla addosso, che tocchi la pelle, a costo di farle male, di  bruciarla. 

La poesia di Toma dunque oscilla tra il desiderio di non prendersi sul serio e le  condizioni del destino che inevitabilmente si impongono agli uomini. “A parte la vita  tutto bene” sostiene ironico in una poesia, a dare il senso di questa tragicità, ma con  leggerezza, quasi con non chalance. Forse è per esorcizzare il male, oppure per 

esorcizzare la poesia stessa, è difficile capirlo, certo però è sintomatico che la raccolta si concluda con due brani dedicati al wc, o comunque dove il wc viene menzionato.  Un modo come una altro per tornare a sdrammatizzare. A volte però il sarcasmo si fa  duro, diventa polemico, attacca il decoro, e risponde alle durezze della vita con le durezze dell’espressione: “Arte morale o vizio dell’anima non so” scrive il poeta “ma  l’amore a volte lo ritrovo seduto a pensare al tavolo dei giorni, in attesa poi del suo  rito ancestrale: la colazione col biscotto da inzuppare nella tazza della mattina e la  bontà tutta in un boccone sciogliersi troppo presto in sazietà”.  

In realtà dietro l’apparente distacco ironico un tema particolare si impone nelle  liriche di Toma e cioè quello del resistere, della resistenza esistenziale, e ciò si fa  evidente nelle liriche dedicate rispettivamente alla madre e alla compagna di vita. Ma  la lirica più struggente, quasi un testamento spirituale, è quella dedicata al figlio, in  cui il rapporto è colto nel momento più critico, il momento del distacco, quando i due  percorsi esistenziali di padre e figlio prendono strade diverse.  

Quindi siamo di fronte ad una tipologia lirica che accenna a due percorsi e cerca di  attraversarli entrambi contemporaneamente, non tanto annullando il primo con il  secondo, ma esaltandoli a vicenda. È come se il poeta volesse tenere due piedi in una  staffa, ironizzare e proclamare il distacco dalle vicende e allo stesso tempo riuscire a  cavalcare la poesia, che invece presuppone sempre un totale coinvolgimento del  poeta, e ciò che sorprende maggiormente è che in fin dei conti ci riesce. Ad esempio  l’autore non si perita di concludere l’intera raccolta con il poco edificante riferimento  (ovviamente ironico) a un water, una sorta di scarico finale e totale e poi sembra voler  toccare corde più profonde, come se la poesia potesse fungere da esorcismo verso i  mali dell’esistenza. 

La poesia, come l’ironia, in questo caso produce distanza, attraverso essa la realtà, con il suo aspetto malefico, viene neutralizzata nei suoi sviluppi tragici, mediante  l’ironia il dolore stesso viene arginato, ricondotto ad una rappresentazione e dunque reso non più reale. Ma qui si afferma comunque la forza della poesia, nell’ironia o  nella presentazione tragica il dolore si compone, si estetizza, si fa arte e neutralizza il  suo carattere malefico. Come per la spada celebre di Damocle, che rende in realtà  debole colui al quale sembra sia stato concesso grande potere, la strada di Damocle di  Lucio Tome è lo scotto da pagare nell’essenza, è il male che si insinua nelle pieghe  del bene e lo caratterizza. È la scelta di andare avanti, anche se potrebbe non esservi  un avanti, la scelta di accettare il destino, arrendersi alla necessità della lotta e della sfida e appunto lottare. Ecco dunque forse il senso di tutto il libro, l’accettazione del  dolore e del male, ma in una prospettiva di speranza, speranza nutrita anche dal faceto  e dalla trovata sarcastica. Anzi dietro l’ironia, su cui abbiamo tanto insistito, in fondo  si nasconde non il cinismo che spesso si trincera dietro il sorriso amaro, ma un grande amore per la vita e per i suoi protagonisti, amore che fa di questo libro, in fondo, un  messaggio positivo e uno sguardo ottimistico sull’esistenza.

 

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