L’illusione di “cogliere l’attimo”

Il tempo, nella società contemporanea, non è più soltanto una dimensione entro cui si svolge l’esistenza, ma una presenza inquieta che la sovrasta. Non accompagna più il vivere, lo sollecita continuamente, imponendo un ritmo che raramente lascia spazio alla riflessione. Da questa pressione costante nasce un bisogno quasi morboso di vivere il tempo a tutti i costi, come se ogni istante non colto fosse una colpa, una perdita irreparabile.

Il presente non viene più accolto nella sua naturalezza, ma assediato. Ogni momento deve essere riempito, reso significativo, trasformato in esperienza. Ciò che non appare intenso viene giudicato inutile, mentre l’attesa e il silenzio sono percepiti come sprechi. Il tempo, così, smette di scorrere e viene consumato: attraversato frettolosamente, senza che l’esperienza possa depositarsi e diventare consapevolezza. Si vive molto, ma si comprende poco.

Questo atteggiamento emerge con particolare forza nell’adolescenza, fase già fragile e incerta, in cui la costruzione dell’identità si intreccia con il bisogno di appartenenza. Ogni occasione deve essere colta, ogni esperienza vissuta, ogni limite superato. Rinunciare appare come un fallimento, fermarsi come una sconfitta. In realtà, questa corsa incessante non produce pienezza, ma stanchezza, perché il tempo, privo di profondità, si riduce a una successione indistinta di istanti.

Alla radice di questa urgenza vi è spesso la paura del futuro. Incerto e difficile da immaginare, esso viene evitato rifugiandosi nell’immediatezza del presente. Tuttavia, un presente isolato, privo di legami con ciò che lo precede e con ciò che lo segue, si svuota rapidamente di significato. L’attimo, forzato a essere vissuto intensamente, perde il suo valore e diventa intercambiabile con qualsiasi altro. Nel tentativo di vivere di più, si finisce per vivere meno.

A rendere ancora più problematico questo rapporto con il tempo interviene il bisogno di riconoscimento. Non basta più vivere: occorre dimostrare di aver vissuto. L’esperienza acquista valore solo se è visibile, condivisa, legittimata dallo sguardo altrui. Il tempo perde così la sua dimensione intima e diventa un palcoscenico, uno spazio di esposizione in cui l’individuo è chiamato a confermare costantemente la propria esistenza. Non si vive per comprendere, ma per apparire.

In questo meccanismo, anche l’identità rischia di frammentarsi. Non si costruisce più attraverso un percorso lento e riflessivo, ma attraverso una serie di momenti da esibire. Ogni istante deve dimostrare qualcosa: felicità, intensità, appartenenza. Ciò che non è mostrabile viene escluso, come se non fosse degno di essere vissuto. Il tempo interiore, quello della riflessione e del dubbio, viene svalutato perché non produce conferme immediate.

Il paradosso diventa allora evidente: più il tempo viene forzato, più si sottrae. Gli istanti vissuti senza attenzione scivolano via, lasciando dietro di sé non memoria, ma una vaga sensazione di vuoto. Si ha l’impressione di aver attraversato molti momenti senza averne realmente abitato nessuno. Il tempo non è stato colto, ma lasciato passare, mentre l’urgenza di vivere lo ha reso ancora più sfuggente.

Recuperare un rapporto autentico con il tempo significa, prima di tutto, accettarne il limite. Non tutto deve essere vissuto, non tutto deve essere immediato, non tutto deve essere intenso. Vivere davvero il tempo implica scegliere, rinunciare, dare valore. Solo restituendo spazio all’attesa, al silenzio e alla riflessione, il presente può tornare ad avere profondità.

In questa prospettiva, “cogliere l’attimo” non è più un gesto impulsivo, ma un atto di consapevolezza. Non l’urgenza di tutto, ma la scelta di ciò che conta. È solo così che il tempo, pur nella sua fugacità, può diventare davvero nostro.

​​​​​​​Laura Marini

Previous Story

Chieti: al via la rassegna cinematografica “TeateCinema- I film girati in Abruzzo”

Next Story

Al Teatro Marrucino lo spettacolo “Chi po fa a zumbitte, chi si sta fitt” entusiasma il pubblico e celebra la tradizione e il calore della commedia popolare abruzzese

Ultime notizie da Blog

Latest in Music

About us

One thousand years ago, superstition and the sword ruled. It was a time of darkness. It was a world of fear. It was the age of gargoyles. Stone by day, warriors by night, we were betrayed by the humans we had sworn to protect, frozen in stone by a magic spell for a thousand years.

Now, here in Manhattan, the spell is broken, and we live again! We are defenders of the night! We are Gargoyles! Scout troop short a child, Khrushchev’s due at Idelwyld… Car 54, where are you? Harlem that’s backed up.

Authors

Newsletter

[mc4wp_form id="176"]

© COPYRIGHT 2023 – IL GIORNALE DI CHIETI.
PIAZZALE MARCONI N.69 – 66100 CHIETI
ILGIORNALEDICHIETI@GMAIL.COM | C.F. 93062690693.