Chieti conta più di tremila anni di storia, ed è tra le più antiche città italiane: si può capire che tutto ciò che riguarda i retaggi del suo passato possano e debbano suscitare attenzione ed interesse, ma quanto sta accadendo per gli scavi che hanno interessato piazza San Giustino va oltre la comprensione, perché si rischia solo di fare danno alla causa che dovrebbe essere la tutela degli interessi cittadini. Infatti si è generato un grottesco scontro tra i tecnici della Soprintendenza e chi, con studi anche pubblicati e vari interventi sui media e sui social, vorrebbe che gli scavi continuassero, senza che però entrambe le parti scese in campo avessero fatto un solo cenno al vero problema, per non usare la parola scandalo, che esiste quando si parla del nostro patrimonio archeologico: la fruibilità di quel patrimonio. Qual è infatti la realtà che la città vive non da oggi, quando per la situazione di chiusura esistente si potrebbe chiamare in ballo l’epidemia che ci ha colpito? Non solo i musei sono chiusi o aperti a singhiozzo, ma i siti che sono stati oggetto di più interventi, finanziati con cifre improntanti, vale a dire le terme romane, il teatro, i tempietti e la struttura ipogea che si trova sotto l’attuale sede del comune, sono tutti sbarrati con prospettive assai incerte sulla loro effettiva futura apertura. Si ricorderà che già nel 1996, sindaco Nicola Cucullo, venne firmato un accordo di programma tra il Comune e la Soprintendenza per rendere visitabili quattro siti, proprio quelli già citati: terme, teatro, tempietti e struttura ipogea. Soldi spesi ma le porte sono restate sbarrate: oggi sono stati annunciati altri finanziamenti, nella speranza che siano previste anche date certe per la loro riapertura e la loro gestione in funzione della accessibilità da parte di possibili turisti e degli stessi cittadini. Il punto diventa allora imporre che per ogni intervento si chieda, anzi si pretenda, che non solo vengano indicati con certezza tempi e modi di procedere, ma anche cosa avverrà dopo, a lavori finiti. A Chieti finora tutto questo non è accaduto e certo la cosa non appare accettabile, proprio in considerazione ciò che potrebbe dare alla città una giusta valorizzazione del proprio patrimonio archeologico. A questo punto va ricordato quanto accadeva negli anni 60 grazie all’allora Ente provinciale del turismo del presidente avvocato Pace: ai tempietti si svolgevano mostre e manifestazioni varie ( oltre ad ospitare la sede dello Speleo club che organizzava seguitissime escursioni nella Chieti sotterranea), al teatro e alle terme si organizzavano rappresentazioni teatrali e momenti di aggregazione. Altri tempi e altre situazioni certo, ma resta l’esempio dato allora. C’è anche l’altro discorso dell’utilizzo dell’anfiteatro della Civitella che andrebbe affrontato e chiarito in tutti i suoi aspetti possibili, per determinare un cambio di passo a questo punto quanto mai necessario e urgente del rapporto tra la città e chi gestisce il suo patrimonio archeologico, per mettere in chiaro finalmente che non basta scavare e scoprire, ma diventa indispensabile, per chiudere un circuito davvero virtuoso per la comunità, valorizzare rendendolo pienamente fruibile quello che è emerso e ancora emerge dal trimillenario passato di Teate.
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