Non usa toni polemici, ma il messaggio è netto. L’ex assessore e consigliere regionale Mauro Febbo interviene nel dibattito sul premio CONI assegnato alla tifoseria del Chieti Calcio con una lettera indirizzata al direttore de Il Centro, nella quale invita a riconsiderare il taglio con cui la vicenda è stata raccontata e discussa sulle colonne del quotidiano.
Secondo Febbo, la narrazione sviluppata attorno al caso – pur partendo da fatti reali – ha finito per concentrarsi in modo insistente e ripetitivo sulla posizione dei quattro ragazzi della Curva Volpi destinatari di DASPO, dando l’impressione che un provvedimento amministrativo di natura preventiva potesse assolvere la funzione di una vera e propria condanna morale. Un approccio che, a suo avviso, rischia di spostare il baricentro del dibattito dal piano dei comportamenti a quello delle persone, alimentando un giudizio pubblico che va ben oltre i confini del diritto.
Nel suo intervento, Febbo non contesta il ruolo dell’informazione né la necessità di affrontare il tema della sicurezza negli stadi, ma richiama il giornale a una maggiore cautela nel non sovrapporre prevenzione e colpa, soprattutto quando si parla di giovani e di contesti sportivi. L’ex esponente regionale sottolinea come il premio CONI avesse un valore simbolico e collettivo e come insistere quasi esclusivamente sui destinatari del DASPO finisca per oscurare la funzione educativa dello sport e delle istituzioni che lo rappresentano.
Un richiamo che suona anche come un invito all’autocritica: evitare che l’attenzione mediatica, anziché favorire una riflessione matura, contribuisca a cristallizzare etichette e a rafforzare l’idea di un’esclusione permanente.
Di seguito il testo integrale della lettera inviata da Mauro Febbo al direttore de Il Centro
*Lettera al Direttore de il Centro su Daspo/Premio Coni*
Gentile Direttore,
la polemica sollevata sull’assegnazione del premio CONI alla tifoseria del Chieti Calcio (Curva Volpi) e sul fatto che il riconoscimento sia stato ritirato da quattro ragazzi destinatari di DASPO pone una questione che va ben oltre il tifo organizzato e meriterebbe, forse, una riflessione più ampia e meno emotiva.
Il DASPO, se non erro, è un provvedimento amministrativo, di natura preventiva, non una condanna penale e non un marchio d’infamia permanente. Non accerta responsabilità definitive, non priva dei diritti civili e non trasforma chi lo subisce in un soggetto escluso dalla vita sociale. Confondere questi piani significa introdurre surrettiziamente un’idea di giustizia parallela, fondata più sulla riprovazione morale che sul diritto.
Colpisce, in tal senso, l’indignazione selettiva che questa vicenda ha suscitato. Nel nostro Paese abbiamo assistito – spesso senza particolare scandalo – alla partecipazione a dibattiti pubblici, iniziative culturali o contesti universitari di persone condannate in via definitiva per reati gravissimi, compresi terrorismo e omicidi efferati. In quei casi si è parlato, talvolta a ragione, di funzione rieducativa della pena, di reinserimento, di complessità umana.
Qui, invece, quattro giovani colpiti da un provvedimento amministrativo vengono trattati come se fossero portatori di una colpa indelebile, incompatibile persino con il ritiro simbolico di un premio collettivo. Un evidente cortocircuito logico e culturale.
Il riconoscimento assegnato dal CONI non premiava atti di violenza né singole persone, ma una tifoseria nel suo insieme. E soprattutto, il CONI non è un tribunale morale: è un’istituzione sportiva con una chiara funzione educativa, chiamata a promuovere valori di partecipazione, responsabilità e inclusione. Trasformare un momento simbolico in un processo pubblico significa snaturarne il senso e rinunciare proprio a quella funzione educativa che allo sport viene unanimemente riconosciuta.
Se ogni errore, ogni provvedimento, ogni deviazione diventa motivo di esclusione permanente, allora non stiamo parlando di educazione, ma di stigma. Non di prevenzione, ma di “ergastolo sociale”. Una logica che, applicata con coerenza, porterebbe a svuotare di significato concetti come recupero, crescita e responsabilizzazione.
Condannare comportamenti sbagliati è giusto e doveroso. Ma una comunità civile e sportiva matura dovrebbe saper distinguere tra la giusta censura dei fatti e la cancellazione delle persone. Altrimenti il messaggio che passa, soprattutto ai più giovani, è che non esiste redenzione possibile, ma solo esclusione.
Forse è proprio questa la riflessione che una città come Chieti, e un giornale come il Centro, dovrebbero favorire. Uno sportivo e tifoso.
Mauro Febbo
