AL MARRUCINO IN SCENA “I TURNI” DI CRISTINA COMENCINI: QUANDO L’AFFETTO VINCE SU TUTTO

Stefano Maria Simone

Una volta, come ha voluto ricordare l’attrice Iaia Forte durante l’incontro con gli artisti di ieri mattina, Marlon Brando disse che “il cinema appartiene ai registi, mentre il teatro è degli attori”. Un’affermazione che è di per sé un’analisi profonda, sintetica e decisa dell’industria dello spettacolo internazionale. Tuttavia, assistendo alla commedia drammatica “I Turni” scritta e diretta da Cristina Comencini con gli ottimi Iaia Forte, Licia Maglietta e Andrea Renzi, andata in scena sabato 21 e domenica 22 marzo sul palco del Marrucino di Chieti, mi sono trovato di fronte ad un grande lavoro registico e drammaturgico oltre che interpretativo. Le due categorie tirate in ballo dal divo americano sono qui in una compresenza architettonicamente perfetta da nobilitarle entrambe. Pochi personaggi, un luogo chiuso, un dialogo continuo che fa emergere conflitti volutamente nascosti e inconsci, in parte velati e superati in itinere grazie all’affetto. Sono questi gli ingredienti di un teatro familiare da camera contemporaneo che invita a riflettere su quelle che sono le nostre esperienze quotidiane, a volte proponendo soluzioni e a volte no, mostrandoci come spesso agiamo o non agiamo o potremmo agire.

 La storia ruota attorno a tre fratelli, Diana e Patrizia per la prima metà della rappresentazione, e Stefano che si aggiunge a loro solo nella seconda, che devono accudire di domenica una madre anziana mediante un meccanico apparato di turni in grado di garantire equilibro in assenza della badante Ester. La vicenda procede per brevi secchi quadri delimitati dal buio che man mano si dilatano andando di pari passo con l’azione. Diana e Patrizia sono due donne caratterialmente opposte: l’una organizzata, seria e oberata di responsabilità, l’altra spensierata, felice in apparenza e dotata di una sensibilità occulta. Così come sono opposti gli approcci nei confronti della genitrice, un personaggio invisibile ma concreto che non compare mai sulla scena se non attraverso le parole dei figli. Un motore drammaturgico, un MacGuffin alla Hitchcock. È allettata nella sua stanza e non la si sente nemmeno chiamare. Affetta da Alzheimer, ha bisogno di essere stimolata tramite l’ascolto di libri e riviste, la visione di fotografie e filmati ed il racconto di un passato lontano ma non di quello vicino. Poi c’è Stefano, il figlio maschio tanto desiderato, il minore. Abita a Bologna ed è perennemente assente, preservato fin da piccolo da qualunque preoccupazione demandata invece alle sorelle. È un uomo rimasto bambino. Un Peter Pan ingenuo che è costretto, suo malgrado, senza saperlo, a vivere un’esistenza da Mattia Pascal di Pirandelliana memoria. Un picaro sperduto tra le pagine del romanzo “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, in mezzo ai pirati in cerca di avventura e libertà. Fa capolino sulla scena quasi per caso e vi rimane volontariamente dopo una leggera costrizione. Un ritorno al nido che risveglia in lui, in Patrizia ed in Diana, un senso di fratellanza smarrito a causa dell’età e della distanza. Nel corso della commedia, i tre fratelli discutono e battibeccano anche se è l’affetto reciproco a prevalere. “I Turni” di Cristina Comencini non è “Parenti Serpenti” di Carmine Amoroso, che comunque viene a tratti rievocato e superato. Non c’è odio, c’è un amore indurito pronto a liberarsi dal logorio. In breve, è una pièce che gioca con i ruoli familiari, invertendoli e rinnovandoli, dimostrando quanto una situazione difficile possa avvicinare al posto di dividere, riavvolgendo il nastro e portando indietro le lancette dell’orologio ad un periodo spensierato quale l’infanzia nei ricordi. Il mondo circostante diventa quindi teatro di una metaforica e fisica battaglia a cuscinate accompagnata da un’autentica e pura risata come fanno i più piccoli non considerando di poter rompere qualcosa. Una lampada, un oggetto qualsiasi, un quadretto non sono nulla davanti al potere e alla forza dello stare insieme senza pensieri, accantonando per un attimo ogni afflizione. Una regressione che mette a nudo il modo in cui il passato continui a determinare il nostro presente. Non c’è una reale evoluzione, soltanto una maggiore consapevolezza.

Il testo rimanda in più punti alla drammaturgia di Anton Čechov, in particolare a “Tre sorelle” e a “Il giardino dei ciliegi”. I personaggi sono sospesi tra passato e presente, incapaci di crescere davvero e bloccati in un sistema che impedisce loro di uscire a causa della nostalgia, un dolore del ritorno. La nostalgia, però, non è mai consolatoria, rivela anzi tutta l’immobilità dei protagonisti. Allo stesso modo, il gioco dei ruoli e delle identità richiama il teatro di Luigi Pirandello, dove, come in “Sei personaggi in cerca d’autore” abbiamo una struttura rigida, una maschera da cui è impossibile liberarsi. Ma è soprattutto nel rapporto con la madre, che “I Turni” trova la sua dimensione più tragica pur essendo decisamente stemperata. La vecchiaia, la dipendenza, il bisogno di cura mettono i figli di fronte a responsabilità che nessuno sembra voler assumere fino in fondo. Un nodo che ci trasporta inevitabilmente al “Re Lear” di William Shakespeare, dove il legame tra genitori e figli si rivela fragile e spesso dolorosamente asimmetrico. Ed è proprio qui che la commedia dialoga con l’attualità. In un’Italia sempre più anziana, dove l’assistenza ricade sulle famiglie, e spesso sulle donne, “I Turni” intercetta una situazione diffusa: quella dei figli costretti a riorganizzare le proprie vite tra lavoro, distanza geografica e cura quotidiana. L’apparato dei “turni” diventa così un’immagine tangibile di un equilibrio precario, che molte famiglie cercano di mantenere tra sensi di colpa e fatica.

 Un viaggio, quello compiuto da Cristina Comencini, tra classicità teatrale, innovazione ed il sentire di tutti i giorni che ci permette di toccare con mano una tematica, quella della famiglia, da sempre cara alla regista ed autrice, che qui viene trattata con uno spirito di tenerezza ed innocenza pronto ad arricchire il cuore dello spettatore, merito anche delle splendide interpretazioni di Iaia Forte, Licia Maglietta e Andrea Renzi che ne impreziosiscono l’operazione rendendo i loro personaggi afferrabili pezzi di noi.

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