A tu per tu con Massimiliano Maccarone, l’uomo dalle mie sfide

Oggi abbiamo il piacere di incontrare Massimiliano Maccarone, una figura poliedrica che ha saputo coniugare sport, vita locale e televisione. Nato il 28 maggio 1972 a Chieti e laureato in Economia, Maccarone è stato arbitro a livello nazionale, con esperienze importanti in serie C come Assistente arbitrale. Al termine della sua carriera calcistica, ha mantenuto un forte legame con il mondo sportivo partecipando a eventi regionali UISP, dove è stato spesso acclamatissimo dalla tribuna, forte anche della visibilità ottenuta in televisione.
Parallelamente alla sua attività nel calcio, Massimiliano si è dedicato all’imprenditoria, gestendo il locale “Piano Terra”a Pescara. La notorietà televisiva è arrivata partecipando come corteggiatore nella versione Over di “Uomini e Donne”, dove ha conosciuto la dame Simona, Barbara e Valentina.
Grazie al suo vissuto tra arbitraggi, impegno locale e televisione, Massimiliano Maccarone porta con sé un bagaglio esperienziale ricco, fatto di novità, sfide e visibilità pubblica.

Hai avuto una lunga carriera come arbitro di calcio e assistente arbitrale a livello nazionale. Qual è stato il momento più significativo o emozionante che ricordi di quel periodo?

Posso dire che di momenti significativi ce ne sono tanti. Sicuramente arbitrare a livello nazionale, in Serie C, è stato un grande privilegio, perché mi ha permesso di conoscere l’Italia in tutte le sue sfaccettature.
In Serie C ho diretto diverse partite importanti: Napoli, Fiorentina, Genoa, derby sentiti in Puglia come Martina–Taranto, oppure in Toscana, Lucca–Livorno… insomma, tante gare di grande livello.
Tuttavia, il momento più importante della mia carriera arbitrale non è arrivato in Serie C o in Serie D, ma a livello regionale, quando ho vissuto un vero e proprio “cambio di passo”, coinciso con la morte di mio padre.
Ricordo ancora che, mentre lui era in ospedale, io arbitravo in Eccellenza; non ero nemmeno tra gli arbitri più quotati. Andavo ad arbitrare, poi correvo in ospedale a trovarlo. Lui seguiva sempre la mia carriera e mi diceva: «Mi dispiace non poterti seguire».
Quando è venuto a mancare, mi sono preso un periodo di pausa. Dopo i funerali, chiamai il mio presidente e gli dissi: «Sono pronto».
E in effetti ero davvero cambiato, ero diventato un’altra persona. Cinque giorni dopo la morte di mio padre tornai in campo, e tre giornate più tardi mi assegnarono una partita importantissima: Celano–Lanciano, decisiva per la promozione in Serie D. Feci una grande prestazione — solo due ammoniti — e da lì in poi capii che quello era stato il vero punto di svolta della mia carriera.
Da quel momento ho sentito di dover “regalare” a mio padre ogni mio successo: è stato lui a darmi la forza di crescere, e questo mi rende ancora oggi molto orgoglioso.

Dopo tanti anni sui campi da calcio, hai deciso di metterti in gioco davanti alle telecamere di “Uomini e Donne”. Cosa ti ha spinto a partecipare e che tipo di esperienza è stata per te, sia a livello umano che mediatico?

Inizialmente c’erano alcune perplessità sul fatto che andassi in televisione, anche perché continuavo ancora ad arbitrare.
Sai, vedere un arbitro in campo e poi in TV poteva far nascere prese in giro o critiche, ma in realtà è stato tutto molto positivo.
Per me è stata una sfida personale, come tutte le cose che faccio. Sono sempre stato una persona timida, quindi affrontare le telecamere è stato un modo per mettermi alla prova.
Quando si accende la luce rossa della telecamera e sai che milioni di persone ti stanno guardando, l’adrenalina è tanta. È stata un’esperienza costruttiva e molto bella: ho conosciuto tante persone, molti dei quali sono diventati amici con cui mi sento ancora oggi.
L’esperienza televisiva mi ha aiutato anche nella mia attività di allora: avevo un cocktail bar a Pescara.
Poiché la trasmissione era registrata e andava in onda dopo una decina di giorni, spesso “spoileravo” qualche anticipazione ai clienti del locale. Questo ha creato curiosità e simpatia, attirando nuova gente: anche da quel punto di vista è stata un’esperienza positiva.

Sei stato un grande imprenditore con, tra gli altri, il tuo locale “Piano Terra” a Pescara. In che modo le esperienze vissute nello sport e in televisione ti hanno aiutato nella gestione del tuo lavoro e nei rapporti con le persone?

La televisione mi ha aiutato molto a livello mediatico: mi ha dato visibilità e ha sostenuto la mia attività. Ma ancora di più mi ha aiutato l’arbitraggio.
Io consiglio sempre — se avessi un figlio, lo direi anche a lui — di provare almeno una volta l’esperienza del settore arbitrale.
Arbitrare ti insegna a interagire, a comunicare con le persone, anche attraverso gesti semplici come una stretta di mano. Una stretta di mano decisa trasmette forza, rispetto, sicurezza: ed è una cosa che impari proprio sul campo.
Queste competenze mi sono servite tantissimo anche nella vita professionale. L’arbitraggio, unito all’esperienza televisiva, mi ha formato e aiutato a gestire meglio i rapporti con gli altri.
L’attività del locale è andata bene, poi per motivi lavorativi ho fatto altre scelte e ho ceduto il bar a un’altra persona che ancora oggi lo gestisce con successo.

Guardando al tuo percorso tra sport, televisione e vita professionale, che messaggio vorresti trasmettere ai giovani che vogliono intraprendere carriere così diverse ma complementari come le tue?

Il mio carattere — da buon Gemelli — mi spinge sempre a cercare nuove sfide.
Ogni volta che mi sono trovato di fronte a una sfida, ho cercato di vincerla. A volte è andata bene, altre meno, ma ciò che conta è la voglia di provarci.
Ai giovani dico sempre: osate!
Nella vita bisogna provare, mettersi in gioco, credere in un obiettivo e impegnarsi fino in fondo per raggiungerlo.
Io nella vita ho fatto tante cose, sia lavorative che non, ma in ognuna ho sempre dato il massimo. Perché ogni novità, per me, è uno stimolo.
L’arbitraggio, la televisione, l’attività commerciale… e chissà cos’altro ancora!
La vita è bella, va vissuta seguendo il proprio istinto.
Il mio istinto mi porta sempre verso nuove sfide — ed è proprio questo che mi fa sentire vivo.

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