#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava 

Tra i tanti libri che ho riletto per decidere gli argomenti da trattare in questa rubrica, sono  incappato in “Parole sull’uomo” di Giovanni Paolo II, edito qualche anno fa dalla Rizzoli.  Ho fatto così la scaletta degli argomenti, senza considerare il calendario. È un caso, quindi, se questo libro arriva oggi, che è Venerdì Santo. Ma al “caso” non  credo, almeno non in senso stretto…  

Come detto la volta scorsa, il percorso che vorrei fare con Voi è quello che dal titolo o  dal contenuto di un libro arriva alla nostra vita, al nostro incedere di ogni giorno. 

L’obiettivo di oggi è quello di parlare della Parola. 

Quella Parola che è il “pane quotidiano” per chi ama i libri, la scrittura e la lettura.  Quella Parola da scrivere con l’iniziale maiuscola, anche per distinguerla dalla logorrea  di parole del tutto inutili di cui siamo inondati ogni giorno. 

Che cos’è la Parola e a che cosa serve? Io definisco la Parola “il vestito buono delle  emozioni”. 

Spesso è l’unico strumento che abbiamo per portare alla luce la nostra interiorità in forma  mediata e meditata. E ognuno (è lapalissiano, lo so) porta alla luce ciò che ha. Nel bene e  nel male. Ecco perché ascolto con molta attenzione (o almeno ci provo) ciò che le persone  mi dicono. Le Persone, non “la gente”.  

Gli scrittori o i cosiddetti “operatori culturali” dovrebbero avere il culto della Parola,  onorarla, rispettarla e farne tesoro. Perché spesso dietro una Parola c’è un crogiuolo di  esperienze e di vita inimmaginabile. Anche in una Parola non detta.  

Sì perché alle volte sono più le Parole non dette che quelle espresse. Spesso si ha paura a  dire la propria perché il mondo (e soprattutto i social) sono pieni di saccenti e formalisti  che pur di difendere una (presunta) posizione di vantaggio dato loro da una qualche  conoscenza (sulla differenza tra conoscenza e cultura parlerò tra qualche settimana…), 

sono pronti a rintuzzare e correggere, anche con fare sgarbato, chiunque sia reo del benché  minimo errore, pronti a stracciarsi le vesti e a scacciare gli ignoranti dal tempio (dal  tempio?) dei “puristi”. 

E allora scrivo quanto segue, infischiandomene delle critiche e assumendomene la piena  responsabilità: quando leggo un libro (o un articolo di giornale) esigo che sia scritto in  italiano corretto. Ma quando ascolto un cuore, non mi interessa la grammatica, mi  interessano le emozioni. Perché le cose migliori della vita sono fatte di differenze; spesso  le parole sono tutte uguali tra di loro, ma la Parola – a dispetto del singolare – cambia a  seconda della ricchezza interiore che trasporta. 

Può apparire un concetto forte, lo so, ma è una delle poche cose in cui credo. Perché, per  usare il Pensiero di Ennio Flaiano, io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la  parola convince, la parola placa.

“Lettera d’amore per te” Di Annita Vesto (Edizioni IlViandante, 2021)


 

Recensione di Barbara Primiterra

La cultura della violenza ha radici legate al peso delle tradizioni. È sopravvissuta e talora sopravvive  ancora ai vari interventi legislativi attuati, alimentandosi di luoghi comuni sull’identità di uomo,  ritenuto l’essere più forte e beneficiante, per natura, di autorità e comando sulla donna.  In Lettera d’amore per te, l’autrice Annita Vesto, dedica a sua figlia Nicole una riflessione  appassionata, coinvolta e a tratti introspettiva sulla violenza di genere, partendo proprio da questi dati.  Dalla donna che fin dall’antichità si è vista sottomessa all’uomo capo-famiglia, dapprima nel ruolo  di padre e poi di marito; del lento cammino legislativo di carattere penale per il riconoscimento dei  pari diritti tra i sessi e la condanna di qualsiasi forma di violenza; nonché della necessità di interventi  di carattere sociale e culturale che meglio permeano nella collettività e sensibilizzano sul fenomeno.  Basti pensare che fino al 1981, soli quarant’anni fa, il nostro codice di diritto processuale penale  prevedeva il delitto d’onore e l’istituto del matrimonio riparatore, un residuo legislativo del Codice  Rocco, istituito negli anni ’20. Un matrimonio riparatore che di fatto, come evidenzia l’autrice,  estingueva il reato di stupro, salvando l’onore della famiglia. Si perché la violenza carnale era  considerata un reato contro la morale e non contro la persona! Annita Vesto con questa lettera d’amore  alla figlia, che tanto però assume la forma di un saggio, mette in guardia Nicole e tutte le donne sul  fenomeno della violenza, intesa in ogni sua forma espressiva -che sia fisica, sessuale, psicologica o  economica- presentando degli strumenti per riconoscerla e prevenirla; e lo fa in un momento storico  ricco di interrogazioni e dibattiti circa un fenomeno che vìola i diritti umani delle donne, in qualsiasi  condizione -economica, culturale o geografica- vivano.  

Uno degli strumenti presentati è la Spirale della violenza, modello ideato dalla psicologa Eleonor  Walker nel 1979 e ripreso dal fondatore di A.I.P.C. (Associazione Italiana di Psicologia e  Criminologia) Prof. Massimo Lattanzi, nel quale si evidenziano le fasi di manifestazione della  violenza, che raramente ha inizio con episodi di aggressione fisica quanto da atteggiamenti ostili che  sfociano in violenza verbale e psicologica. Un ulteriore strumento di prevenzione presentata  dall’autrice è il Decalogo Salvadonna (Prof. Mastronardi, Università La Sapienza di Roma e Sportello  Salvamamme, 2007): 10 consigli per donne più consapevoli dei propri diritti e che sappiano cogliere  il falso che si cela dietro azioni coercitive dell’aggressore. Un elemento impressionante da apprendere  nella lettura di questo lavoro è la posizione che la Regione Abruzzo ricopre nella classifica nazionale  delle Regioni con i maggiori casi di abusi di genere: un quarto posto reso noto da una ricerca di  qualche anno fa, da parte della Cgil di Pescara, in occasione della giornata internazionale contro la  violenza sulle donne. 

Passi importanti però sono stati compiuti, si pensi alla seconda ondata del movimento femminista che  rivendicava il diritto al divorzio o all’interruzione di gravidanza indesiderata, del 1960/70; alla  successiva e conseguente legge sul divorzio del 1970; alla sostituzione nell’ordinamento giuridico  della concezione di famiglia da strutturata gerarchicamente a famiglia paritaria, del 1975; la quarta  Conferenza mondiale dell’Onu sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995, la quale sancisce  ufficialmente che i diritti delle donne sono diritti umani; la Convenzione di Istanbul del 2011 che  rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante a tutela delle donne contro  qualsiasi forma di violenza. L’autrice ci riporta che anche l’Abruzzo nel 2006 ha emanato le  “Disposizioni per la promozione e il sostegno dei centri antiviolenza e delle case di accoglienza per  le donne maltrattate”, segno della necessità che tutti siano in prima linea nella promozione di una  cultura che non discrimini le donne; nell’adozione di ogni misura idonea a prevenire la violenza  maschile sulle donne e a proteggerle in caso di allontanamento da un soggetto violento; nel perseguire  i crimini commessi nei loro confronti e nel risarcimento -non solo economico- delle vittime di  violenza. Per ultimo, ma non di minore importanza l’autrice ci ricorda che il legislatore, per fortuna,  non si ferma e che il 28 Novembre del 2018 il Consiglio dei Ministri ha approvato il Codice Rosso,  divenuto legge il 18 luglio 2019, con la finalità di offrire una corsia preferenziale alle denunce di  maltrattamenti, violenze sessuali, vessazioni, atti persecutori, lesioni e minacce ed il conseguente  inasprimento delle pene per chi commette tali reati.  

Annita Vesto ha scritto un’opera di denuncia su tutto ciò che resta ancora da fare per la tutela delle  donne, ma allo stesso tempo ha messo a disposizione di ognuna di noi degli strumenti affinché  chiunque si trovasse nella condizione di essere vittima di una violenza fosse anche in grado di  prevenirla o fronteggiarla. Nella semplicità di una lettera indirizzata a sua figlia, utilizzando una  scrittura scorrevole e personale, l’autrice tocca una delle questioni più insolute di tutti i tempi e cioè  la violenza che lascia segni indelebili, ancor prima che sul corpo, sull’anima di chi è costretta a  viverla. Le donne non devono rinchiudersi in una torre per sottrarsi ai pericoli, hanno il diritto di  esprimere sé stesse a prescindere dallo stato di frustrazione o dal desiderio di possesso altrui. Ma la  legge non basta, denuncia la Vesto, ciò che va promosso è il principio di uguaglianza, una cultura di  genere secondo la quale tutti sono nelle stesse condizioni di accedere a risorse e opportunità, dove  l’essere donna non significa rappresentare di per sé un ostacolo.  

E come darle torto, soprattutto quando l’augurio è dedicato alla propria figlia.

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