
La Corte di Giustizia dell’UE ha dato nuovamente ragione all’Italia respingendo l’impugnazione proposta dalla Commissione ‘contro la sentenza del Tribunale relativa alle misure adottate da un consorzio di banche italiane a sostegno di uno dei suoi membri’. Per i giudici il Tribunale, con la sentenza del 19 marzo 2019, ‘ha correttamente dichiarato che tali misure non costituiscono aiuti di Stato in quanto non sono imputabili allo stato italiano’. La Corte ha affermato, inoltre, che la Commissione Europea ha commesso un ‘errore di diritto’ nel considerare aiuto di Stato il salvataggio della Tercas avvenuto nel 2014 attraverso il Fondo Interbancario per la tutela dei depositi, alimentato dalle banche.
Alla luce di tale sentenza definitiva il presidente dell’ Abi Antonio Patuelli chiede che ‘i risparmiatori e le banche concorrenti italiane vengano adeguatamente e tempestivamente risarcite per i gravi danni subiti’. E ricorda che l’intervento del Fondo Interbancario su Tercas ‘fu solo il primo ad essere predisposto e bloccato dalla Commissione che così bloccò conseguentemente anche i seguenti interventi preventivi per i salvataggi delle ‘quattro banche’ che furono poi risolte, ripulite dai crediti deteriorati e vendute (banca Etruria, Banca Marche e Carichieti a Ubi, Cariferrara a Bper).
Sarebbe stata senz’altro molto diversa la storia della nostra Cassa di risparmio della provincia di Chieti che fu fondata nel 1862 con il nome di Cassa di Risparmio Marrucina.
Le casse di risparmio erano istituzioni senza fini di lucro e, quindi, si differenziavano dalle banche private in quanto perseguivano finalità benefiche oltre che creditizie.
La legge bancaria del 1936 classificò le casse di risparmio assieme agli altri Istituti di Credito Ordinario abilitati ad esercitare esclusivamente il credito a breve termine. Di peculiare le casse di risparmio mantennero la loro personalità giuridica di “enti morali” di diritto pubblico e la loro operatività in ambito prevalentemente locale.
Nel 1938, in seguito alla incorporazione della Cassa di risparmio di Guardiagrele, la banca assunse la nuova denominazione sociale, in quanto iniziò ad avere influenza su ampia parte del territorio provinciale, di cui favorì sicuramente lo sviluppo economico, anche con l’apertura di nuove filiali, che negli anni ottanta arrivarono ad essere oltre 30; il suo maggior radicamento nel territorio facilitò la crescita delle attività.
In seguito alla legge ‘Amato-Carli’ 218/90, che disciplinò la trasformazione degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio in società per azioni e la nascita delle fondazioni di origine bancaria con la separazione tra fini di utilità sociale e attività d’impresa, anche dalla nostra cassa di risparmio nacquero due soggetti:
– l’azienda bancaria Carichieti spa, di cui la Cariplo successivamente, acquisì una partecipazione sociale del 20%; l’istituto lombardo fece la stessa operazione anche nella Tercas e in Caripe;
– la Fondazione Carichieti che, oltre a mantenere nella banca una partecipazione dell’80%, ereditò gli scopi e le finalità filantropiche dell’ ente originario ed il ruolo di sostegno e valorizzazione del patrimonio culturale, scientifico e sociale del territorio della provincia. La Fondazione Carichieti è attiva nei seguenti settori di intervento: arte, attività e beni culturali, volontariato, filantropia e beneficenza, ricerca scientifica e tecnologica, educazione, istruzione e formazione, medicina preventiva e riabilitativa.
In seguito, ulteriori decreti attuativi hanno sancito il principio della “despecializzazione bancaria”, equiparando anche formalmente le casse di risparmio alle altre aziende di credito.
A cavallo degli anni ’80-’90, periodo in cui iniziarono le concentrazioni bancarie, per lungo tempo si è parlato della costituzione di una cassa di risparmio abruzzese – operazione richiesta anche dai sindacati di categoria – che forse avrebbe consentito di affrontare meglio le nuove sfide imposte dal mercato creditizio, ma, probabilmente a causa dell’egoismo degli amministratori e dei politici, non si è mai giunti alla concretizzazione del progetto.
La non lungimiranza di tali soggetti ha portato poi alla scomparsa della Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila, acquisita da Banca di Roma, e della Tercas e di Caripe, quest’ultima dopo varie vicissitudini, incorporate dalla Banca Popolare di Bari. Di conseguenza la Carichieti è restato l’unico istituto bancario locale, insieme alle banche di credito cooperativo, anche a causa della scomparsa delle banche popolari abruzzesi tutte entrate nell’orbita di gruppi bancari nazionali.
A causa di «gravi irregolarità nell’amministrazione e gravi violazioni normative, costituenti ciascuna autonomo presupposto per l’emanazione del provvedimento», come affermò la Banca d’Italia, la Carichieti nel 2014 è stata commissariata, ma anche questo provvedimento non ha generato l’esito sperato, cioè quello di eliminare le criticità rilevate per traghettare la banca verso un’amministrazione ordinaria.
Inutile anche l’appello lanciato nel maggio 2015 dalle organizzazioni sindacali abruzzesi di categoria agli enti locali e alle quattro fondazioni abruzzesi, volto a salvaguardare l’unica banca della nostra regione. Il 22 novembre 2015, così, il Consiglio dei ministri, con una decisione che ha lasciato tanti dubbi, ha decretato la risoluzione della Banca, con il conseguente azzeramento delle azioni, che costituivano il cespite principale della Fondazione, e delle obbligazioni subordinate detenute dalla clientela.
Con la ‘parte buona’ della banca, cioè le attività al netto delle sofferenze e dei crediti problematici, è stata fondata la Nuova Carichieti spa che, circa 18 mesi dopo, è stata ceduta, unitamente a Nuova Banca Etruria e Nuova Banca Marche, al prezzo simbolico di 1 euro, alla Ubi Banca che poi l’ha incorporata il 26 febbraio 2018.
Indubbiamente se la Commissione Europea non avesse contestatoa torto l’intervento del Fondo Interbancario nell’operazione Tercas la storia della Carichieti, così come quella delle altre tre banche coinvolte nel citato decreto ‘salvabanche’ emanato dal governo Renzi il 22 novembre 2015, poteva essere diversa: lo Stato non avrebbe sopportato pesanti oneri che invece sono rimasti a suo carico e i risparmiatori non avrebbero subito ingenti perdite. Da sottolineare che il ‘fallimento’ delle quattro banche ha comportato una grave perdita di fiducia nell’intero sistema bancario con conseguenti perdite a carico di tutti i risparmiatori e non solo dei clienti degli istituti di credito sottoposti alla liquidazione coatta amministrativa.
