Nel cuore della zona Santa Maria di Chieti, un quartiere intriso di storia, ricordi, vicinato e quotidianità autentica, esiste un luogo che da oltre trent’anni rappresenta un baluardo affettivo e sociale per gli abitanti: il Crico Market. Più che un semplice negozio, è un presidio umano, uno spazio di relazione, un ritrovo dove le persone non entrano soltanto per acquistare, ma per essere riconosciute, ascoltate, accolte.
In un’epoca in cui il commercio di prossimità vive una delle sue fasi più delicate – penalizzato dai grandi centri, dagli acquisti online e da un progressivo svuotamento dei quartieri storici – il Crico Market continua a resistere con una dignità e una forza che raccontano molto più di un’attività commerciale: raccontano una filosofia di vita.
Qui ogni gesto ha ancora un senso, ogni volto ha un nome, ogni cliente diventa parte di una comunità. Cristina Tiberio ed Enrico Di Toro Mammarella, titolari e anime del negozio, hanno costruito in 33 anni un vero ecosistema di relazioni. Lo hanno fatto con passione, dedizione, rispetto e presenza costante: qualità che non si improvvisano e che hanno permesso al Crico Market di diventare un punto fermo anche nei momenti più difficili del quartiere.
Il negozio è cresciuto con loro e insieme a loro: giovane e pieno di energia negli anni Novanta, solido e consapevole oggi. Ha visto passare generazioni di famiglie, ha assistito ai cambiamenti urbanistici, alle trasformazioni del tessuto sociale, alle crisi e alle rinascite. Cristina ed Enrico hanno accompagnato – metaforicamente e umanamente – le persone attraverso la loro quotidianità, offrendo non solo prodotti ma un senso di vicinanza, di familiarità, di appartenenza.
In una Chieti che lotta per trattenere i suoi giovani, per mantenere vive le sue strade e per non dimenticare la sua identità più radicata, il Crico Market è un esempio raro: un frammento di storia che continua a respirare grazie alla tenacia di chi lo abita e lo anima ogni giorno.
Ed è in questa cornice di amore per il territorio, di resilienza e di legame profondo con il quartiere che nasce questa intervista.
“Crico Market” un nome decisamente particolare, qual è il suo legame con la vostra storia?
Cristina: Il nome Crico Market nasce da un’idea semplice e affettiva, che ci rappresenta ancora oggi. Quando abbiamo rilevato il negozio, eravamo due ragazzi innamorati, pieni di entusiasmo e desiderosi di creare qualcosa di nostro. All’inizio avevamo pensato a un nome classico, da salumeria tradizionale, ma nessuno ci convinceva davvero.
Così, quasi per gioco, abbiamo unito i nostri nomi: Cri da Cristina e Ico da Enrico. La “I” centrale è in comune e mette insieme le due parti, proprio come facevamo noi nella vita.
Enrico: È un nome che porta la nostra storia dentro l’insegna. E forse anche per questo, ogni volta che qualcuno lo pronuncia, ci ricorda da dove siamo partiti.
Cristina, come è iniziata l’avventura del Crico Market?
Tutto è iniziato in modo molto semplice, quasi spontaneo, ma con una grande dose di coraggio. Io lavoravo come segretaria, Enrico aveva una piccola attività legata alla frutta. Non pensavamo affatto di cambiare vita, finché non ci fu proposto di rilevare questo negozio. Era una decisione enorme: voleva dire lasciare la sicurezza dei nostri lavori, investire tutto e rischiare.
Ma eravamo innamorati, pieni di energia, pronti a costruire qualcosa insieme. Abbiamo deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Abbiamo rinunciato ai nostri impieghi e ci siamo lanciati in un’avventura completamente nuova.
I primi anni sono stati intensi: imparavamo ogni cosa giorno dopo giorno, senza manuali né esperienze precedenti. Siamo cresciuti insieme come coppia e come commercianti.
Adesso, guardandoci indietro dopo 33 anni, ci rendiamo conto che quella scelta che sembrava folle è stata invece una delle più belle e decisive della nostra vita.
Enrico, com’era il negozio agli inizi e come si è evoluto nel tempo?
Quando abbiamo iniziato, il negozio aveva un’impostazione molto semplice, tipica dei primi anni ’90: pochi reparti, spazi essenziali, un’offerta basata sulle necessità di tutti i giorni. Noi eravamo giovanissimi, pieni di idee e voglia di rinnovare.
Con il tempo abbiamo ampliato i settori, riorganizzato gli ambienti, reso il negozio più funzionale e più accogliente. Abbiamo introdotto una selezione di prodotti più ampia, puntando sempre di più sulla qualità, sulla freschezza e su un servizio attento e personalizzato.
Anche le consegne a domicilio, che facevamo nei primi anni, erano parte di quell’idea di cura: eravamo sempre pronti a dare una mano, a rendere la spesa più semplice e piacevole per tutti.
Il negozio si è trasformato insieme a noi, restando però fedele allo spirito con cui era nato: essere un punto di riferimento autentico e affidabile, dove la qualità e l’attenzione alle persone vengono prima di tutto.
Oggi il quartiere vive un momento difficile. Cosa vi raccontano i vostri clienti storici?
Cristina: Le difficoltà del quartiere sono diventate più evidenti negli ultimi anni. Non si tratta solo delle strade dissestate o dei cantieri continui che rendono complicati gli spostamenti: c’è anche un problema più profondo legato al dissesto idrogeologico della zona. Molti abitanti convivono con timori reali e preoccupazioni costanti che condizionano la vita quotidiana.
I clienti ce lo raccontano ogni giorno: c’è chi ha dovuto cambiare casa, chi non riesce più a muoversi con la stessa tranquillità, chi sente il quartiere meno sicuro e più fragile. E per alcuni raggiungere il negozio è diventato più complesso, non solo fisicamente ma anche emotivamente.
Enrico: Per noi non è solo una questione di lavoro: queste persone fanno parte della nostra vita. Entrano per fare la spesa ma anche per sfogarsi, per condividere ansie, per sentirsi accompagnate. E quando qualcuno smette di venire perché è stato costretto ad allontanarsi o perché la situazione del quartiere lo limita, per noi è come perdere un pezzo del nostro piccolo mondo.
Il rapporto che si è creato in questi 33 anni va oltre il commercio: è un legame fatto di ascolto, di vicinanza e di presenza nei momenti difficili.
Cristina, come è cambiata la clientela in 33 anni? Quali sono oggi le nuove esigenze?
La clientela è cambiata profondamente, quasi quanto il quartiere. All’inizio la maggior parte delle persone che veniva da noi viveva un quotidiano diverso: un ritmo più lento, una maggiore abitudine a fare la spesa sotto casa, un rapporto più continuo e diretto con i negozi di vicinato. Il quartiere era molto più popolato, più vitale, con tante famiglie e tanti residenti che non avevano la macchina o che la usavano molto meno di oggi.
Questo significava che il negozio era un punto di riferimento anche per le piccole necessità quotidiane: si vendeva davvero di tutto, dalla frutta a un pacco di sale preso al volo, al prodotto dell’ultimo minuto. C’era un senso di dipendenza positiva tra negozio e residenti, un legame forte.
Con il tempo, però, è cambiato il modo di fare la spesa e sono cambiate anche le abitudini delle persone. I supermercati si sono avvicinati, la mobilità è diventata più semplice, e questo ci ha costretti a reinventare completamente il nostro modo di lavorare.
Abbiamo iniziato a puntare molto di più sulla qualità, sulle promozioni mirate, sui prodotti selezionati, e soprattutto sulla comunicazione. Trenta anni fa nessuno avrebbe immaginato che un negozio di quartiere potesse inviare offerte e aggiornamenti tramite WhatsApp, o che potesse utilizzare i social per parlare direttamente ai clienti.
Oggi la clientela è più giovane, più dinamica, più informata. Confronta i prezzi, guarda le offerte online, cerca qualità ma anche convenienza. E noi abbiamo imparato a rispondere a queste nuove esigenze senza perdere la nostra identità.
Il cambiamento è stato enorme, ma ci ha fatto crescere: abbiamo trasformato il negozio mantenendo ciò che eravamo, aggiungendo però strumenti e modi di comunicare che ci hanno permesso di rimanere al passo con i tempi.
Enrico, mentre tanti negozi chiudono, voi riuscite ancora a resistere. Qual è il vostro segreto?
Se davvero esiste un segreto, credo sia il modo in cui viviamo questo lavoro. Non vediamo le persone come numeri, non facciamo una vendita e basta: per noi ogni cliente è una storia, una relazione che si costruisce nel tempo.
In 33 anni abbiamo visto crescere generazioni: bambini diventati adulti, famiglie che sono cambiate, persone che sono andate via e altre che sono arrivate. E noi siamo sempre rimasti qui, dietro il bancone, a condividere piccoli pezzi delle loro vite.
La nostra forza, credo, è l’umanità. È il fatto che, se qualcuno ha bisogno, noi ci siamo. Anche per cose che non c’entrano niente con la spesa. Abbiamo accompagnato persone alle visite mediche, aiutato chi aveva difficoltà, misurato la pressione, ascoltato sfoghi, sostenuto nei momenti difficili.
Questa disponibilità non l’abbiamo mai vissuta come un sacrificio, ma come un modo naturale di lavorare. Ed è qualcosa che, secondo me, fa la differenza.
In un periodo in cui tanti negozi chiudono e il commercio sembra diventato impersonale, noi continuiamo a credere nel rapporto diretto, nel volto che riconosci, nella parola che rassicura.
Forse è per questo che la gente continua a venire da noi: perché qui non si fa solo la spesa, qui ci si sente accolti.
Cristina, avete ricevuto un riconoscimento importante dalla Camera di Commercio. Cosa rappresenta per voi?
Questo riconoscimento non è solo una pergamena appesa al muro: è il simbolo di tutto ciò che abbiamo costruito in più di trent’anni. In una città dove tante attività, purtroppo, non riescono a durare, essere ancora qui, noi due da soli, senza dipendenti e senza aiuti esterni, è una conquista enorme.
Resistere a Chieti non è semplice: i giovani se ne vanno, la popolazione diminuisce, il commercio soffre. Eppure noi siamo riusciti a restare in piedi, lavorando ogni giorno, senza mai tirarci indietro, affrontando difficoltà grandi e piccole.
E nel frattempo abbiamo cresciuto due gemelli, li abbiamo accompagnati a scuola, li abbiamo sostenuti negli studi fino all’università. Abbiamo fatto coincidere vita familiare e lavoro, senza mai perdere di vista né l’una né l’altra cosa.
Quando ci hanno consegnato quel riconoscimento, non abbiamo pensato solo al presente: abbiamo ripercorso mentalmente ogni sforzo, ogni sacrificio, ogni mattina in cui aprivamo la serranda anche quando eravamo stanchi o preoccupati.
È stato come fermarsi un attimo e dirci: “Ne è valsa la pena”.
E sì, ne è valsa davvero la pena.»
Qual è il prossimo traguardo? E cosa sperate per il futuro del quartiere
Enrico: Il nostro desiderio più grande è vedere il quartiere riprendersi. La futura Casa dello Studente potrebbe portare nuovi giovani, movimento, vita. Sarebbe una boccata d’ossigeno non solo per noi, ma per tutta la zona.
Per quanto riguarda il negozio, noi ci immaginiamo ancora qui per almeno altri dieci anni. Ci piacerebbe continuare a lavorare finché avremo la forza e l’entusiasmo. A volte scherziamo dicendo che faremo la vecchiaia dietro il bancone, ma forse non è nemmeno uno scherzo: questo posto è parte di noi.
Cristina: Io spero davvero che i giovani tornino a credere nella città. Chieti ha un patrimonio straordinario, una storia unica, ma ha bisogno di energie nuove. Ogni attività che apre è un segnale positivo, un segno che qualcosa si muove.
Vorrei vedere più iniziative nei quartieri, non solo sul corso. Santa Maria, Sant’Anna, Filippone: siamo tutti parte della stessa città. Quando un quartiere si ripopola, tutta la città respira.
E noi saremo felici di vedere questa rinascita da dietro il nostro bancone.
Cristina, cosa diresti a un giovane che sogna di aprire un negozio a Chieti?
Gli direi, prima di tutto, di provarci senza paura. I giovani hanno entusiasmo, creatività, idee nuove: tutto ciò che serve per portare una ventata d’aria fresca in città.
Quando abbiamo iniziato noi, eravamo pieni di iniziative, soprattutto nel periodo natalizio. Davanti al negozio organizzavamo feste ed eventi di ogni tipo: sono arrivati giocolieri, contorsionisti, il trenino per i bambini, perfino un cavallo! Eravamo sempre in movimento, sempre presenti, tanto che finivamo spesso sui giornali. Quell’energia, quell’entusiasmo, oggi farebbero davvero bene alla città.
Aprire un negozio è una sfida, certo, ma può dare soddisfazioni enormi. Serve costanza, pazienza e la capacità di reinventarsi, ma è un percorso che ripaga in modi che non immagini finché non lo vivi.
E poi lo dico con sincerità: sarebbe importante avere un maggiore supporto da parte del Comune. Non basta puntare tutto sul corso principale. I quartieri sono la vera anima della città, e se si investisse anche lì con iniziative, eventi e opportunità, molti giovani potrebbero davvero pensare di restare e costruire qualcosa di bello.
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La storia del Crico Market è la storia di due persone che hanno trasformato un negozio in un punto saldo del quartiere, ma è anche il racconto di una città che, nonostante le difficoltà, conserva ancora scorci di autenticità e di resistenza silenziosa. Cristina ed Enrico hanno scelto di rimanere, di credere nel valore della prossimità, di continuare a coltivare un rapporto diretto con la comunità anche quando sembrava più facile arrendersi ai tempi che cambiano.
Il loro percorso dimostra che il commercio non è solo vendita, ma relazione; non è solo servizio, ma presenza costante; non è solo attività economica, ma una forma di appartenenza al territorio. In un momento storico in cui le città si svuotano e i quartieri faticano a mantenere la loro vitalità, il Crico Market resta un esempio luminoso di quanto possa fare la dedizione di due persone che hanno scelto di metterci il cuore.
La speranza di Cristina ed Enrico è semplice e potente: che i giovani tornino a investire sulla città, che Chieti riscopra le sue potenzialità, che i quartieri ritrovino linfa attraverso nuove energie. Se ciò accadrà, sarà anche grazie a chi, come loro, ha continuato a tenere accesa la luce, giorno dopo giorno, per più di trent’anni.

