Martedì 4 luglio 2023, con inizio alle ore 18,00 al Museo d’Arte Costantino Barbella di Chieti il Rotary Club di Chieti presenterà il libro scritto dal Rotariano Aurelio Bigi. Un volume di 240 pagine edito da éDICOLA Editrice che non intende essere un dizionario o qualcosa di simile, ma un semplice strumento pratico che viene incontro agli amanti della parlata teatina e del dialetto in generale. È un traduttore dalla lingua italiana alla parlata teatina e viceversa e contiene una serie di proverbi dialettali utilizzati nel nostro territorio.
Dopo la presentazione del Presidente del Rotary Club Chieti, arch. Gregorio Di Luzio, vi saranno i saluti del Sindaco Diego Ferrara e dell’Assessore alla Cultura Paolo De Cesare.
L’intervento di Aurelio Bigi tratterà della influenza avuta nella nostra parlata dalle diverse occupazioni straniere (longobarde, franche, normanne, angioine, aragonesi), dal continuo rapporto che i nostri pastori ebbero con le Puglie per via della transumanza, dai vari feudatari presenti nei diversi centri abruzzesi. Alcuni locali ed altri provenienti da altre regioni o da altri Stati. È il caso dei Colonna, Barberini, Caracciolo, Carafa, Medici, Farnese, Orsini, Piccolomini, ecc. Come se questo non bastasse, vi fu anche l’arrivo degli schiavoni provenienti dalla Schiavonia (popolo slavo) nel XV e XVI secolo, che occuparono e crearono diversi paesi della nostra provincia (Cupello, S. Eusanio del Sangro, S. Maria Imbaro, Villalfonsina) o quello proveniente dall’Albania nel XVIII secolo (Villa Badessa).
Un insieme di culture che, unito all’isolamento di molti paesi, specialmente di quelli più montani, ha contribuito alla esistenza di una pluralità di “parlate” per cui è impossibile dire che esista un dialetto abruzzese. Già il nome della stessa Regione, in uso sino a pochi decenni or sono, fa meglio comprendere che nel passato vi erano più Abruzzi (il Citeriore e i due Ulteriori).
Per meglio entrare nella parlata teatina bisogna tener presente alcune cose fondamentali:
– Siamo portati a non pronunciare l’ultima vocale. La penn(e), la matit(e), la mamm(e), lu can(e), ecc. Per cui spesso lo stesso termine, pensiamo ad esempio ad un aggettivo, rimane invariato sia al maschile che al femminile. Una persona magra verrà pertanto detta “secche” (con l’ultima “e” non pronunciata) sia se uomo sia se donna. Dirò di più: useremo “secche” sia per il singolare sia per il plurale.
– In altre occasioni il singolare e il plurale vengono differenziati non dall’ultima vocale, come accade nella lingua italiana (es. il dolore, i dolori), ma dalla penultima vocale. Ad esempio Lu dulóre (singolare), al plurale diventa Li dulure.
– Talora viene scambiato l’uso del verbo ausiliario avere con quello essere. Per cui ho mangiato, si traduce con so’ magnate; ho visto con so’ veste. È tornato diventa pertanto ha rivinute. Questa particolarità crea evidenti stati di imbarazzo quando una persona, che sovente parla in dialetto, si avventura a parlare in italiano. Stesso imbarazzo si palesa anche per il fatto che la parlata teatina non utilizza verbi al condizionale, ma li sostituisce con il congiuntivo. Se tenésse li solde, fecesse li valigije e me ni jesse. Al posto di Se avessi i soldi farei le valige e me ne andrei. Così come il dialetto non usa il congiuntivo presente, ma lo sostituisce con l’indicativo presente. Penso che tu abbia ragione si traduce con Jé pènse ca tu tî rraggióne.
– Soluzione diversa la nostra parlata la trova nel tradurre il gerundio. La parte terminale “ando, endo” subisce una variazione e pertanto partendo diventa parténne, cantando diventa candénne, correndo diventa currénne, e così via.
– Una caratteristica che si riscontra in diverse parlate della nostra regione, compresa quella teatina, è la rarità (quasi l’assenza) di parole che iniziano con la lettera “i”. Questo accade per via dell’aferesi e cioè del troncamento della parte iniziale della parola. Pertanto, ad esempio, la parola italiana impalato dovrebbe essere tradotta con imbalàte, ma si sostituisce la i iniziale con un segno di troncamento e pertanto scriviamo ‘mbalàte.
La parlata teatina si identifica anche per talune caratteristiche proprie, quali:
– la sovente trasformazione della t in d (vento, vènde; gente, gende; contessa cundesse; croccante, cruccande; contadino cundadine; ecc.);
– l’abitudine di raddoppiare talune consonanti (debito, debbete; muso, musse; libro, libbre; lezione, lezzijone; ecc.);
– la trasformazione della p in b (lampione, lambione; tempo, tèmbe; sempre, sèmbre, ecc.);
– la trasformazione della b in v (budello, vedelle; bacio, vaçe; barba, varve; batte vatte; bava, vave; ecc);
– la trasformazione, in diversi casi, della s in z (posso, pozze; insieme, ‘nzieme; pensiero, pinziére; pensare, penzà’; in sogno, ‘n zonne).
La cittadinanza è invitata a partecipare.
