LUDWIG

Stefano Maria Simone

 

Era l’inverno del 1824 e la neve scendeva su una Vienna ovattata dal silenzio notturno. I fiocchi sembravano sospesi, esitanti, come se non avessero ancora deciso se appartenere al cielo o alla terra. Si posavano delicatamente sui tetti dei palazzi imperiali, sulle statue gelide, sui rami nodosi degli alberi spogli. Tutto era più morbido, quasi lontano. Ogni singola superficie era ricoperta da strati irregolari di bianco che ne attenuavano i contorni. La notte non aveva un cielo da mostrare, solo un’altezza indistinta sopra la città. Dai vetri appannati delle finestre, poche luci dorate trattenevano frammenti di vita: tende pesanti, mobili scuri, il riflesso tremulo d’una lampada, un gesto di qualcuno che resisteva al sonno, un pianoforte aperto su una sonata interrotta. Questo, nelle residenze borghesi e aristocratiche con i loro prospetti regolari, cortili interni e pesanti portoni che trattenevano il calore. Su di essi, la neve si stendeva come su un qualcosa di resistente, lasciandone immutata l’eleganza. Poco più in là, spesso nella stessa strada ma che pareva parte di una città diversa, le case povere si stringevano una contro l’altra. Facciate basse, intonaco consumato, serramenti piccoli da cui filtravano bagliori sbiaditi. Qui, il manto candido si accumulava sulle soglie, si attaccava alle travi e alle tegole facendo avvertire il freddo fino alle ossa. I lampioni ad olio segnavano il percorso delle strade principali. Illuminavano appena ciò che cadeva ai loro piedi. I cristalli apparivano fulminei per poi dissolversi subito diventando uguali al resto. Ogni cosa si confondeva nella quiete. Le vie erano deserte. Il selciato, che durante il giorno assorbiva il rumore dei passi e delle ruote, presentava dei solchi profondi che la neve stava colmando. Non molto lontano, il Danubio scorreva al di sotto d’una sottile crosta di ghiaccio e il suo fluire era un suono più immaginato che udito. Invisibile anche se presente. La neve continuava a scendere su Vienna, danzando nell’aria similmente ai ballerini del Burgtheater, ma a quell’ora non aveva spettatori.

Era notte fonda quando Ludwig aprì gli occhi. Rimase immobile per un istante, come se non fosse del tutto certo di essere davvero sveglio. Non c’era stato alcun rumore a richiamarlo dal sonno, nessun passo nel corridoio, nessuna voce, nessun oggetto caduto, eppure il suo corpo si era ridestato con quella tensione che precede  l’inevitabile. La stanza era gelata, pregna dell’odore dell’inchiostro e della carta consumata. La fiammella morente del caminetto tremolava come se anche lei stesse per cedere al silenzio. Si mise seduto sul letto e restò per qualche secondo a fissare il vuoto davanti a sé, senza muoversi. Non era un vuoto semplice, non era assenza, ma qualcosa di più fine e crudele, qualcosa che aveva imparato a riconoscere e che allo stesso tempo non riusciva mai ad accettare nella sua interezza. Era il mondo che procedeva dritto lasciandolo indietro. Forse era rimasto leggermente fuori fase rispetto al resto della realtà. Si passò una mano sul volto e respirò profondamente, anche se quel gesto non gli restituì alcuna sensazione particolare, solo un’abitudine. Quando si alzò, i suoi passi non fecero alcun rumore percepibile da lui ma il pavimento scricchiolò sotto il suo peso. Piano piano, attraversò la stanza evitando i fogli accartocciati scagliati a terra con rabbia e disperazione la sera prima, fino a raggiungere il pianoforte. Era lì, al centro. Un corpo vivo che attendeva. Uno specchio che rifletteva ciò che non riusciva più a sentire. Ludwig rimase in piedi per un momento senza toccarlo, osservandolo con un’espressione difficile da definire, metà sfida e metà paura. Poi allungò lentamente le mani verso i tasti. Premette un accordo. Non accadde nulla. O meglio, non accadde nulla nel mondo che lo circondava. Dentro di lui, invece, il suono esisteva ancora con una forza violenta, come un’onda che gli attraversava il petto e la testa nello stesso momento, precisa e vivida ma separata dall’esterno. Chiuse gli occhi per concentrarsi, scacciando il mondo con l’intenzione di recuperarlo in qualche modo. Il risultato non cambiò. Il silenzio rimaneva intatto, immobile, assoluto.

Riaprì gli occhi e strinse la mascella. Non era rabbia immediata quella che provava, ma qualcosa di più lento, più profondo, una frizione ininterrotta tra ciò che ricordava e ciò che viveva. Le sue dita si mossero di nuovo sui tasti, questa volta con maggiore decisione, componendo una sequenza di note che nella sua mente si trasformava in un’intera orchestra, in un intero universo che respirava e cresceva. Nella stanza, però, non restava nulla di tutto questo. Solo silenzio. Si fermò di colpo e si allontanò dal pianoforte come se lo avesse improvvisamente respinto. Si avvicinò al tavolo e afferrò un foglio già iniziato, pieno di segni e correzioni. La penna scivolò tra le sue dita prima ancora che iniziasse a scrivere, non per insicurezza, ma per una tensione che veniva dall’animo. Scrisse una sola parola, rapida. Un pensiero di getto in mezzo al pentagramma costellato di punti.

“Freude” ovvero “Gioia”.

Si interruppe subito dopo fissando quella parola come se appartenesse a qualcun altro. Lui non la conosceva. Non ne aveva mai assaporato l’essenza sin da bambino. Era da sempre una figura triste e solitaria simile ad uno spettro che fuggiva nella musica per non cedere alla malinconia. Da qualche anno si era anche ritirato in una sorta di isolamento volontario. Rifiutava il contatto, rifiutava di esibirsi e pur nella sofferenza scaturita dalla solitudine sapeva che andava bene così.

“Freude”, “Gioia”.

Una parola che faceva parte di una commissione che lo teneva impegnato dai nebbiosi mesi autunnali e che si era inoltrata nel glaciale inverno Viennese. Doveva portarla a compimento il prima possibile. Sinfonie ne aveva già scritte. Una era stata “Eroica” ed un’altra, riflettendo sull’importanza della natura, una dolce “Pastorale”. Note possenti e leggiadre che volteggiavano sugli spartiti. Una musica che catturava le pene, i desideri e le intime sfumature di un uomo tormentato. Gli rimaneva solo quella, la sua ultima, la nona. Ne aveva composto un blocco massiccio nonostante la sordità che lo affliggeva. Aveva cinquantaquattro anni e da dieci non avvertiva più né un suono né un rumore.

La fiammella tremò proiettando un’ombra sul foglio. Per qualche secondo, Ludwig Van Beethoven rimase immobile, poi, con un gesto secco, strappò il foglio in due, poi ancora, fino a ridurlo in pezzi più piccoli che lasciò cadere sul pavimento senza degnarli di uno sguardo. Il silenzio non reagì. Non cambiò forma, non si incrinò, non si oppose. Era questo ciò che lo rendeva insopportabile. Non era un nemico che si poteva combattere ma una condizione che non concedeva risposte. Beethoven si portò una mano alla tempia. Per un attimo gli sembrò di sentire qualcosa. Non era un suono reale ma una memoria del suono, come se avesse lasciato una traccia dentro di lui che non riusciva a cancellare. Ricordava quando la musica era qualcosa che veniva dall’esterno, quando il pianoforte rispondeva davvero al suo tocco, quando le voci riempivano le stanze senza bisogno di immaginarle. Ora invece, tutto era diventato interno, instabile, difficile da distinguere dalla fantasia. Si voltò verso la finestra. Fuori, Vienna era ancora avvolta nella notte. Era un paesaggio misterioso e fiabesco, quasi irreale. Beethoven appoggiò una mano al vetro e sentì il freddo attraversargli la pelle. Quella sensazione era uno dei pochi contatti ancora certi con la realtà. Rimase così, senza pensare in modo ordinato, permettendo che i ricordi emergessero incontrollati.

Non erano immagini precise ma frammenti. Il volto del padre, duro e impaziente, che lo osservava mentre suonava da bambino. Le lunghe notti in cui era costretto a ripetere gli stessi passaggi, gli stessi solfeggi fino allo sfinimento. La sensazione di non essere mai abbastanza. Mai abbastanza veloce, mai abbastanza preciso, mai abbastanza degno. Poi improvvisamente, un’immagine diversa, più calda, quasi dolorosa nella sua dolcezza: le mani della madre che gli sistemavano i capelli, la voce rassicurante che lo invitava a fermarsi, a respirare, ad essere semplicemente un bambino per qualche istante. Scosse leggermente la testa, come per scacciare tutto questo. Si allontanò dalla finestra e tornò al pianoforte. Si sedette con calma, appoggiando le mani sui tasti con una delicatezza diversa dal solito, cauta, come se lo strumento potesse rispondere a qualcosa che non era più soltanto tecnica o volontà. Premette una nota singola. Ancora silenzio. Ma dentro di lui la nota esisteva comunque, precisa, viva, persistente. Era questo il paradosso che lo affliggeva. La realtà esterna era diventata inaccessibile mentre la realtà interna era diventata troppo vasta, troppo piena, troppo ingestibile. Non c’era più corrispondenza tra ciò che esisteva fuori e ciò che esisteva dentro. E in mezzo a questa frattura si muoveva lui, senza sapere più a quale dei due mondi appartenesse davvero. Appoggiò la fronte sul bordo del pianoforte chiudendo gli occhi. Cercava un punto di contatto che non riusciva a trovare. Eppure, proprio in quel silenzio assoluto, qualcosa continuava a esistere. Non fuori, non intorno, ma dentro di lui, come una musica che non aveva bisogno di essere ascoltata per continuare a vivere. E in quella notte, Beethoven capì che il silenzio non era più soltanto ciò che lo circondava. Era diventato il luogo in cui era costretto a cercare sé stesso.

I ricordi non arrivavano mai in modo netto. Tornavano lentamente come il suono prodotto da una corda che continua a vibrare anche dopo essere stata colpita. Cominciava sempre con il silenzio. Non il silenzio della pace ma quello delle stanze che trattengono il respiro. La casa dov’era nato, a Bonn, sembrava vivere soprattutto di questo, di pause dilatate, di attese che nessuno nominava. Il piccolo Ludwig imparò molto presto che esistono silenzi diversi ancor prima di diventare sordo. C’era il silenzio della madre fatto di stanchezza e tenerezza trattenuta. Poi c’era quello del padre. Quello aveva un grande peso.

Quando Johann Van Beethoven entrava nella stanza, l’atmosfera cambiava. Non serviva alzasse la voce. Non serviva nemmeno che parlasse subito. Bastava la sua presenza a trasformare il pianoforte in un luogo di giudizio. Ludwig lo percepiva prima ancora di voltarsi. Il rumore dei passi nel corridoio, l’ombra sulla porta, poi quella voce grave e controllata che sembrava non concedere spazio a nulla.

“Di nuovo.”

E il bambino ricominciava. Le dita tornavano sui tasti mentre la schiena si irrigidiva quasi inconsciamente. Non era paura nel senso semplice della parola, era una sensazione. La sensazione di essere osservato non per ciò che era, ma per ciò che sarebbe dovuto diventare. La musica, in quella casa, non era mai soltanto musica. Era aspettativa, confronto, una promessa fatta troppo presto. Johann Van Beethoven non era un uomo nato per la grandezza. Era un musicista di corte, un tenore discreto, uno di quelli che restano ai margini delle sale illuminate senza essere il centro dello sguardo. Aveva conosciuto la disciplina della musica molto prima della sua bellezza. E forse proprio per questo aveva finito per confondere le due cose. Nella sua vita c’era sempre stata una condizione difficile da accettare, qualcosa a metà tra frustrazione e rimpianto come se il tempo gli fosse passato accanto senza fermarsi abbastanza. Quando guardava Ludwig non vedeva soltanto suo figlio. Vedeva una possibilità, una seconda occasione, qualcosa che non poteva permettersi di perdere. Ed era questo a rendere il suo amore così pesante perché Johann amava il talento del figlio come si ama qualcosa che deve salvarti. Fu allora che il nome di Mozart cominciò a entrare nella casa. Non come presenza reale, ma come misura invisibile. Mozart era ovunque, anche quando nessuno lo nominava. Era ovunque nel modo in cui il padre correggeva le mani del bambino, nel modo in cui interrompeva un’esecuzione e nel modo in cui il silenzio diventava più duro dopo un errore.

“Alla tua età…”

 La frase spesso non veniva neppure completata. Non serviva. In Ludwig cresceva un confronto continuo senza comprenderlo. Sentiva soltanto che da qualche parte esisteva un giovane di ventidue anni che era stato un bambino prodigio capace di fare ciò che lui ancora non riusciva a fare abbastanza bene. E quel ragazzo aveva un nome che sembrava già appartenere alla storia: Wolfgang Amadeus Mozart. Fuori dalla casa dei Beethoven, gli adulti parlavano spesso di Leopold Mozart. Lo raccontavano come un uomo capace di costruire il destino del figlio con lucidità matematica. Viaggi, esibizioni, corti europee, applausi. Il piccolo Mozart era stato mostrato al mondo come un portento. Johann ascoltava quelle storie con attenzione. Ma dentro di lui qualcosa si irrigidiva perché non possedeva l’equilibrio di Leopold. Non aveva il controllo elegante di chi organizza un futuro. Aveva l’urgenza di chi teme di essere in ritardo. E quella fretta finiva tutta addosso ad un bambino di otto anni. Le lezioni potevano iniziare a qualsiasi ora. A volte di sera, quando la casa era già immersa nell’ombra e il corpo chiedeva soltanto riposo. Johann lo faceva sedere davanti al pianoforte e restava in piedi dietro di lui. Ludwig temeva la sua presenza e le sue correzioni.

“Più preciso.”

 “Ancora.”

 “Non così.”

Ogni errore allargava una distanza invisibile, non soltanto tra padre e figlio, ma tra il bambino reale e il bambino immaginato da Johann. E più quella distanza cresceva, più Ludwig cominciava a rifugiarsi in qualcosa che Johann non riusciva a controllare completamente: la melodia. Nella musica esisteva un riparo in cui la voce del padre non giungeva. Un posto minuscolo, impercettibile anche se reale. Accadeva soprattutto nei momenti di pausa tra una nota e l’altra. In quell’istante esiguo, il bambino avvertiva qualcosa aprirsi dentro di sé. Non era ancora libertà, non era ancora ribellione. Era spazio. E quello spazio aumentava lentamente. A volte, mentre il padre parlava, Ludwig smetteva di ascoltare le parole e restava invece concentrato sul suono che aveva appena prodotto. Lo sentiva continuare nel suo cuore anche dopo essere scomparso dalla stanza. Era strano, come se la musica non finisse davvero quando il suono terminava. Come se vivesse autonomamente in un luogo che nessuno poteva esplorare. Nemmeno suo padre. Johann però non vedeva nulla di tutto questo. Vedeva soltanto il risultato. Voleva precisione, velocità, controllo e stupore. Infatti, a volte, alterava perfino l’età del figlio quando discorreva con altri musicisti o organizzava esibizioni. Più Ludwig appariva giovane, più il talento sembrava eccezionale. Un bambino così piccolo che suonava già in quel modo. Un nuovo Mozart. Per gli adulti era una promessa, ma per Ludwig ogni volta che qualcuno parlava del suo talento, il silenzio dentro la casa di Bonn pareva insormontabile come se il successo sperato rendesse il padre ancora più esigente e ancora più distante. Eppure, c’erano momenti in cui Johann sembrava lasciar intravedere qualcosa di diverso. Dopo ore di esercizi, capitava che si mettesse ad ascoltare. Il volto si svuotava della tensione oltrepassando la disciplina. Durava pochissimo. Presto, però, tornava la correzione, il controllo, l’urgenza. E Ludwig imparava che perfino la bellezza, in quella casa, non si fermava. Molti anni dopo avrebbe ricordato quelle sere non come semplici lezioni di musica, come le occasioni in cui aveva iniziato a comprendere una verità più profonda: il suono può essere imposto ma non la musica perché la musica nasce anche da ciò che resiste. E proprio in quella resistenza, silenziosa e invisibile, Ludwig bambino era diventato ciò che il padre non avrebbe mai potuto prevedere.

La madre, invece, era per lui una presenza necessaria. Si muoveva tra le stanze in punta di piedi, nel tentativo di non spezzare il fragile equilibrio delle giornate. Non interveniva durante le lezioni, non si opponeva apertamente al marito. Quando tutto finiva ed il silenzio tornava a riempire gli spazi, era lei a raccogliere ciò che restava del bambino. A volte entrava nella camera senza parlare e prendeva le sue mani tra le proprie osservando le dita arrossate dalla tensione e dalla stanchezza. Le sfiorava lentamente come se volesse restituire loro qualcosa che la disciplina aveva tolto. Ludwig non dimenticò mai quella delicatezza perché in quella casa quasi ogni cosa sembrava pretendere qualcosa da lui, mentre sua madre era l’unica presenza che non chiedeva. Una sera, dopo una lezione particolarmente dura, lei si sedette accanto al letto e iniziò a cantare sottovoce una melodia semplice, una melodia popolare che Ludwig conosceva già ma che quella notte gli sembrò diversa. Non era perfetta, non cercava di esserlo. “La musica non serve a essere perfetti,” faceva la madre accarezzandogli i capelli. “Serve a dire la verità.” Ludwig non comprese subito quelle parole ma dentro di lui le conservò come si conserva una luce in inverno.

Ludwig restò ancora qualche minuto fermo davanti allo strumento. La stanza pareva trattenere il respiro insieme a lui. Fuori, Vienna continuava a scomparire sotto la neve. Il fuoco nel camino si stava per spegnere ed il baluginio intermittente proiettava ombre irregolari sui fogli sparsi a terra, sul tavolo colmo di spartiti, sugli abiti disordinati appoggiati sulle sedie. Tutto appariva consumato da una stanchezza antica. Anche lui.

Si rialzò avvicinandosi al tavolo da lavoro. Sopra il legno ingombro di carte, il manoscritto della Nona Sinfonia giaceva aperto come una creatura viva. Correzioni, cancellature, linee sovrapposte. Nessuna pagina era davvero conclusa. Ludwig le osservò in silenzio sfiorandole appena con le dita. Era come guardare dentro sé stesso. Ogni battuta racchiudeva anni di rabbia, di isolamento, di desiderio ostinato di restare umano nonostante tutto. La musica aveva assorbito ogni cosa: il padre, la paura, la solitudine, la dolcezza della madre, i giorni di gloria e quelli in cui il mondo gli era sembrato irraggiungibile. Tutto era finito lì dentro. Per un momento chiuse gli occhi e lasciò che i ricordi emergessero di nuovo. Vide Bonn, vide le stanze strette della sua infanzia, suo padre granitico dietro di lui come un’ombra, le mani della madre che cercavano di proteggerlo dal peso della casa. E poi Vienna, la fama, i salotti, i teatri, gli applausi, le conversazioni che avevano iniziato a trasformarsi in movimenti muti delle labbra, la vita che si allontanava a poco a poco fino a diventare inaccessibile. Aprì gli occhi. Per tutta la sua esistenza aveva creduto che la musica fosse una conquista da strappare al silenzio con violenza, disciplina e sacrificio. Era stato questo a insegnargli suo padre. Ma adesso, davanti a quelle pagine incomplete, comprendeva altro. La musica non gli apparteneva perché era unico, gli apparteneva perché aveva sofferto abbastanza da darle un’anima.

Si sedette nuovamente al pianoforte. Questa volta non cercò il suono. Cercò soltanto la vibrazione. Appoggiò lentamente le mani sui tasti e lasciò che il corpo percepisse ciò che le orecchie non potevano più raggiungere. E allora accadde una cosa semplice. La musica esisteva comunque. Non fuori. Dentro. Le note della Nona si muovevano nella sua mente con una chiarezza dolorosa. Gli archi, i fiati ed infine il coro. Tutto si muoveva in lui con una precisione che il silenzio non aveva distrutto. Forse era proprio questo il significato di ciò che aveva attraversato, di non combattere il silenzio ma di imparare ad ascoltarlo.

La notte passò. La neve cadde su Vienna fino alle prime ore dell’alba, quando il cielo cominciò a schiarirsi dietro i tetti bianchi della città. Ludwig non si accorse del tempo. Rimase al pianoforte mentre la luce grigia del mattino penetrava nella stanza illuminando i fogli sparsi, le tracce dell’inchiostro, il volto stanco di un uomo che aveva perso quasi tutto tranne la musica.

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