Stefano Maria Simone
Un piacevole cambio di programma per la Stagione di prosa del Teatro Marrucino di Chieti. In sostituzione dello spettacolo “Tutto per bene”, previsto originariamente per sabato 21 e domenica 22 febbraio 2026, è andato in scena, nelle stesse date, “Gin Game” di Donald L. Coburn, con la regia di Giampiero Francese ed interpretato dai due signori del teatro italiano: Pamela Villoresi e Giuseppe Pambieri.
Sul palco non c’è molto: un tavolino, un mazzo di carte, alcune sedie ed una panchina. Eppure in questa pièce si consuma una delle battaglie più spietate del teatro contemporaneo. Il testo, vincitore del Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1978, si svolge nella liminale veranda di una casa di riposo, uno spazio chiuso che con lo sviluppo della narrazione diventa una camera di risonanza per antichi rancori, orgogli feriti e nostalgie non pacificate. I protagonisti, Fonsia e Walter, vi si incontrano quasi per caso e decidono, per passare il tempo, di cimentarsi in una partita a Gin Rummy, un gioco di carte in voga negli anni 40 del novecento presso i divi Hollywoodiani. Lei appare fragile, educata, dimessa. Lui è ironico, brusco, attraversato da una rabbia che sembra cercare un bersaglio. All’inizio è tutto tranquillo. Walter, da vero esperto, insegna a Fonsia le regole del gioco aspettandosi di stravincere data l’inesperienza della sua avversaria. Invece, la donna coglie l’occasione per scambiare qualche parola e stringere amicizia con la nuova conoscenza. Ingenuamente si confida, anche se dall’altra parte trova solo una velata indifferenza. Ma il gioco si trasforma presto in un duello senza esclusione di colpi. Fonsia, da principiante, inspiegabilmente si rivela essere una campionessa che batte più volte l’incallito Walter lasciandolo incredulo e frustrato. Ogni carta calata sul tavolo pesa come un’accusa. Ogni vittoria è una piccola umiliazione. Ogni sconfitta, una crepa nell’orgoglio.
La regia di Giampiero Francese, incarna appieno lo spirito di Coburn costruendo un meccanismo drammaturgico di notevole precisione: apertura leggera, crescendo rossiniano ed esplosione emotiva. Il ritmo è sempre più incalzante. Dalla cordialità iniziale si passa alla competizione, dalla competizione allo scontro aperto. Non ci sono grandi colpi di scena ma una progressiva esposizione delle fragilità umane che sfocia nel bisogno disperato di essere ancora riconosciuti. Una regia ben calibrata che deamericanizza il testo originale trasportandolo in un contesto italiano dimostrando quanto sia attuale e comprensibile anche riadattato in circostanze culturali diverse. I dialoghi alternano ironia e crudeltà con una naturalezza disarmante. Si ride tantissimo sebbene il riso abbia un retrogusto amaro e nervoso. Sotto le battute emergono matrimoni falliti, figli lontani, tracolli economici, illusioni evaporate. La vecchiaia non è consolazione né saggezza, è memoria che brucia. “Gin Game” è teatro d’attore puro e lo dimostrano i due mostri sacri Pamela Villoresi e Giuseppe Pambieri, presenze solitarie sul palcoscenico chiamate a reggere conversazioni rilassate, riflessioni sulla vita e tensioni spesso violente. Una coppia che incanta e coinvolge, affascina e ispira.
In conclusione, il gioco del Gin Rummy diventa, nel testo di Coburn, una resa dei conti, una confessione involontaria, uno scontro per affermare la propria dignità. Vincere contro l’altro significa, però, perdere l’unica possibilità di compagnia, aggrappandosi ad un orgoglio che impedisce la tenerezza e ad una solitudine camuffata da aggressività.
