Una rilettura della vicenda CariChieti, da parte di una politica davvero attenta al territorio e ai suoi interessi, non sarebbe davvero male

di Gino Di Tizio

Matteo Renzi, l’ex premier che con il suo libro “Il mostro” ha venduto milioni di copie, cita a pagina 110 la Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti che contribuì a far fallire insieme a Banca Etruria, Ferrara e Marche. Scrive infatti: “Tornando indietro – mi chiedo spesso – rifarei tutto quello che ho fatto per le banche? No, e non per Banca d’Italia, sia chiaro. Con la Banca d’Italia sarei più duro e meno accondiscendente”.

Spiega poi di aver capito l’errore fatto ascoltando il fondatore di Banca Mediolanum Ennio Doris il quale gli disse, in sintesi, che “mantenere la fiducia dei risparmiatori è un dovere sacro”.

Un dovere disatteso che per quel che riguarda la CariChieti riapre ferite mai rimarginate. Mai sanate perché tutta la vicenda della CariChieti conserva aspetti mai chiariti, nemmeno a livello giudiziario, malgrado l’esistenza di situazioni sconcertanti e inaccettabili che ci sono su tutta la storia.
Infatti basta recuperare le dichiarazioni del dottor Roberto Nicastro, chiamato a dirigere la banca teatina, dopo il fallimento, rilasciate davanti la commissione ministeriale attivata per la vicenda del fallimento dei 4 istituti di credito, per aprire che tutta la storia presenta aspetti sui quali “è certamente sensato interrogarsi”. Lo è perchè, sono sempre le sue parole “la Carichieti delle quattro banche è quella che è entrata in risoluzione in condizioni relativamente meno peggiori delle altre”. Ed allora perché determinarne la fine? Fu pilatesco l’atteggiamento di Nicastro dinanzi la commissione perché si limitò a chiamare in ballo la Banca d’Italia dicendo: “a queste cose penso che possa e debba rispondere meglio di me”.. Quella Banca d’Italia che oggi Matteo Renzi dice che non avrebbe dovuto ascoltare e seguire…
I lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche risalgono al 2017 e furono precedute da diverse denunce fatte dall’allora deputato Gianni Melilla attraverso “quattro interrogazioni rivolte al Ministro dell’Economia e Finanze”. Scrisse nell’occasione l’on Melilla in una nota: “Il ruolo dei commissari nominati della Banca d’Italia, così
come la mancanza di trasparenza nella governance sono giustamente oggetto di indagini della magistratura sulla bancarotta di Carichieti, che mi auguro accerti rapidamente la verità con la giusta punizione dei responsabili della “morte” di una Banca storica che tanto ha dato allo sviluppo della Regione e in particolare della provincia di Chieti.
I risparmiatori ingiustamente truffati hanno diritto ad essere risarciti. La criminalità finanziaria, che ha provocato tante sofferenze ai risparmiatori e alle imprese, va stroncata col massimo rigore.” Un auspicio che, in tutta evidenza, si è perso nel tempo.

Eppure nel corso della richiamata inchiesta, a rileggere i verbali degli interrogatori dei due commissari ad opera del Pm Giuseppe Falasca, emergono fatti sconcertanti: dice, ad esempio, interrogato il 29 ottobre del 2018, “uno dei commissari inviati a Chieti, il dottor Francesco Bochicchio, “La posizione della banca era in attivo…e ribadisco che non vi era crisi di liquidità”. Quindi, nel corso dello stesso interrogatorio, precisa nè lui, nè il collega commissario Immordino “ravvisavamo la necessità, nell’immediatezza, della liquidazione dell’Itsituto. Ed ancora: “Fino al 17, 18 novembre nessuno si aspettava una ipotesi di risoluzione” ma i due commissari vennero destinati ad altro incarico dalla Banca d’Italia. Ancora più perplessità emergono rileggendo quanto dichiarato dall’altro commissario, dottor Salvatore Immordino, che era succeduto al primo commissario, Sora, che a domanda se i commissari avessero ritenuto il dissesto o pericolo di dissesto, risponde: “No, non sussistevano tali condizioni. La banca non era in dissesto o in pericolo di dissesto” Ed ancora: “Specifico che il patrimonio netto della Chieti era positivo”. Per chiudere il quadro che emerge da quanto riportato c’è la domanda del Ct Luigi Labonia che chiede se alla data della risoluzione la banca gestita dai commissari fosse o meno insolvente nel senso tecnico (ossia patrimonio netto negativo) o se le ulteriori svalutazioni erano state condivise e se si erano manifestati incagli nella liquidità” Questa la risposta: ” Fino alla vigilia del provvedimento di risoluzione il patrimonio della banca era positivo per oltre 68 milioni, né si sono mai manifestati incagli nella liquidità. A rendere negativo il patrimonio netto della Cari Chieti è stata una scelta di Banca d’Italia che nel provvedimento di risoluzione ha applicato una serie di svalutazioni che hanno portato il patrimonio netto negativo per 52 milioni”.

Va ricordato a questo punto che l’azione giudiziaria si è conclusa senza addebiti ai commissari, nei confronti dei quali sono cadute tutte le accuse. Restano però tanti dubbi su quanto accaduto che ha portato la storica banca ad essere ceduta per un solo euro, a danno dei clienti e del territorio, perdendo tutto il suo patrimonio.

Una rilettura di questa vicenda, da parte di una politica davvero attenta al territorio e ai suoi interessi, non sarebbe davvero male, per rendere un poco di giustizia anche a coloro che per questa storia hanno pianto lacrime amare.

E magari anche per chiedere la restituzione alla città almeno del patrimonio di opere d’arte conservate nell’Istituto, scippate al prezzo di un solo euro.

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