Cara lettrice, caro lettore, vorrei iniziare con te, se ti va, un percorso di riflessione su alcuni temi. Un confronto, tra il serio e il faceto, tra “ieri” e l’“oggi”, su ciò che ha determinato un inesorabile cambiamento nel nostro modo di essere e di vivere. Penso sia necessario chiederci dove stiamo andando, valutare gli aspetti positivi che ogni cambiamento nella società e nel nostro modo di vivere ha portato con sé, ma anche i valori che purtroppo stiamo perdendo. Un bilancio, insomma, come quello che di solito facciamo sulla nostra vita quando superiamo i famosi “anta”.
Quando ti rendi conto che la tua vita è volata via in un attimo e non te ne sei nemmeno accorto, preso com’eri a crescere i figli, lavorare per pagare debiti e cercare di migliorare la tua posizione economica, raggiungere la felicità tanto agognata ti chiedi: ma cos’è effettivamente la felicità? Cosa ci fa stare bene?
Riavvolgiamo il nastro e iniziamo il nostro percorso, con un tuffo nel passato e una proiezione sul futuro, cercando al termine di fare una riflessione.
Una domenica di luglio ho fatto una passeggiata in montagna per sfuggire alla calura estiva.
Erano anni, tantissimi anni che non tornavo in montagna. Con mio grande sconcerto ho notato che non c’era nessuno, un totale deserto, salvo qualche sporadico anziano seduto a qualche tavolino di legno installato tra i boschetti.
Subito mi sono tornate alla memoria le domeniche passate in montagna con la mia famiglia da bambina: si partiva all’alba per riuscire a prenotare un angolo di fresco sotto gli alberi, si andava in comitiva, con zii, cugini e amici, si passava la giornata a mangiare il pranzo preparato dalla mamma, di solito timballo, cotolette e ciambellone, a giocare a pallone e a fare lunghe passeggiate mentre gli uomini giocavano a carte. Si tornava a casa la sera tardi esausti ma leggeri.
I nostri genitori non erano benestanti, tanti, compresi i miei, monoreddito, e quelle erano le nostre vacanze. Per tutte le domeniche estive il copione si ripeteva. Quante risate, quanta allegria.
Oppure andavamo in montagna appena patentati con la comitiva. Quanta paura se non riuscivi a rispettare l’orario di rientro a casa! I maschi partivano in tenda per fare campeggi improvvisati in mezzo al bosco. Quante avventure nei ricordi.
Oggi questa usanza della scampagnata non esiste più. La montagna è vuota. Non si sentono più le risate chiassose, i pianti dei bambini capricciosi. Al massimo si va a pranzare in qualche ristorantino immerso nel verde.
Cosa è cambiato? Dove sono le persone, mi chiedo. Tutti al mare? Mah, non mi sembra.
Forse rinchiusi in casa e in solitudine le persone più anziane che hanno vissuto quegli anni di spensieratezza, in giro per il mondo in vacanza i giovani che non hanno vissuto quelle esperienze.
Sicuramente l’uso esagerato della tecnologia permette di essere costantemente collegati, e quindi spesso non c’è la voglia di rivedersi. Le scampagnate, gravose per le mamme che devono preparare il pranzo, sono state sostituite dalle cene al ristorante, molto più comode visto che alle donne non viene risparmiato nulla: devono occuparsi della casa, dei figli, oltre a lavorare spesso fuori casa, arrivando alla fine della settimana stremate.
È migliorato, illusoriamente, il nostro tenore di vita in quanto i genitori spesso lavorano entrambi, ma abbiamo perso la spensieratezza di una volta e la voglia di stare in famiglia, privilegiando l’individualismo.
Forse è vero il detto “si stava meglio quando si stava peggio”, perché nel peggio forse c’era più solidarietà e ci si divertiva con poco.
La famiglia, esempio ristretto della società, rimane sempre il porto sicuro. Ma questa è un’altra storia.
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