Il prossimo 12 aprile Ubi Banca sarà incorporata da Intesa Sanpaolo; si chiude così il processo iniziato con il lancio dell’ops, giudicata ostile dall’allora cda, effettuato lo scorso anno dalla banca milanese. Chiaramente seguiranno la stessa sorte tutti gli sportelli della ex Cassa di Risparmio della provincia di Chieti che erano stati incorporati dalla banca bergamasca e che, a distanza di poco tempo, dovranno nuovamente cambiare insegna. Ma anche questo passaggio, a causa della cessione di un ramo d’azienda, per una parte dei dipendenti e dei clienti sarà caratterizzato dalla provvisorietà, in quanto 26 sportelli della vecchia banca teatina saranno a breve ceduti alla Banca Popolare di Puglia e Basilicata che ha inteso aumentare la propria presenza nella nostra regione prima limitata a Lanciano e Vasto. Ciò significa che 148 dipendenti dovranno subire, nell’arco di due mesi, 2 processi di fusione con cambio di procedure informatiche; anche per i 70.000 clienti ci saranno problematiche, in quanto, a titolo di esempio, dopo la modifica del loro iban avvenuta nel 2018, ad aprile ne avranno un altro e a maggio un altro ancora. Non dovrebbero risentirne le domiciliazioni, cioè l’addebito delle utenze sul proprio c/c, ma l’esperienza insegna che a volte la pratica non è uguale alla teoria. Un recente accordo, sottoscritto dalle associazioni sindacali di categoria, regolerà il passaggio alla nuova banca dei 148 lavoratori che quindi vedranno salvaguardate le loro tutele. Le filiali della ex Carichieti invece avranno un doppio destino: un gruppo, tra cui quelle di Chieti Scalo e di Madonna delle Piane, continueranno ad avere l’insegna Intesa Sanpaolo, mentre un altro, tra cui la sede storica di Largo Martiri della Libertà, passerà alla Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Certamente la recente sentenza della Corte di Giustizia europea fa riemergere il dispiacere provato con la ‘fine’ della nostra Cassa di Risparmio: se la Commissione Europea non avesse contestato l’intervento del Fondo Interbancario nell’operazione Tercas, la storia della Carichieti, così come quella delle altre tre banche coinvolte nel decreto ‘salvabanche’ Renzi, poteva essere diversa e l’Istituto avrebbe potuto proseguire il cammino percorso in oltre 150 anni in cui ha lasciato una traccia significativa all’ interno della nostra provincia sul piano culturale, sociale e soprattutto economico.La fine della Carichieti, come quella di tutte le altre banche locali, ha senz’altro costituito un danno per il tessuto economico e sociale, in quanto da essa proveniva gran parte del credito erogato sul territorio. Entrare in un gruppo nazionale significa, oltre alla sensibile diminuzione degli occupati, perdita di autonomia ed il venir meno della mission finalizzata a sostenere lo sviluppo teatino ed abruzzese, in particolare delle famiglie, degli artigiani e dei piccoli commercianti.Anche per la Fondazione Carichieti, venuto meno il suo bene principale, che avrebbe dovuto permetterle di raggiungere lo scopo sociale, è arrivata la fine: nel 2019 essa è stata incorporata dalla Fondazione Banco di Napoli. Probabilmente anche questa operazione segnerà negativamente il nostro territorio.Ricordiamo che la Fondazione Carichieti, sorta in seguito alla legge ‘Amato-Carli’ 218/90, oltre a mantenere nella banca una partecipazione dell’80%, ereditò gli scopi e le finalità filantropiche dell’ente originario ed il ruolo di sostegno e valorizzazione del patrimonio culturale, scientifico e sociale del territorio della provincia. La Fondazione Carichieti era attiva nei seguenti settori di intervento: arte, attività e beni culturali, volontariato, filantropia e beneficenza, ricerca scientifica e tecnologica, educazione, istruzione e formazione, medicina preventiva e riabilitativa.
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