Tra le righe: Daniele Pecci in “Divagazioni e delizie”

Sul palcoscenico del teatro comunale di Atessa, un magistrale Daniele Pecci ha portato  in scena Divagazioni e  Delizie testo teatrale di John Gay, con la regia e interpretazione dello stesso  Daniele Pecci.

Sul palco l’atmosfera di un tempo dismesso. Una stanza buia e polverosa, sedie accatastate in un angolo, un pianoforte che suona note infelici e scordate. Un grammofono che riproduce la voce di un tenore che ricorda che l’amore è croce e delizia, come l’amore di Bosie, amato amante, il cui ricordo sbiadisce nell’assenzio.

Una scrivania che nasconde nel suo ordine meticoloso una crepa, una fessura che lascia tracimare la sofferenza.  Sulla scena cupa  si muove Oscar Wilde nel suo ultimo anno di vita, uno struggente Daniele Pecci interpreta la complessità, il genio, l’ironia di un uomo ormai stanco, sconfitto, lacerato nel corpo e nell’anima.  Un flusso di coscienza di aforismi, versi, racconti che diventano confessione. Una confessione non rivolta a Dio né agli uomini, “it is the confession, not the priest, that gives us absolution”. Wilde ci ricorda che è la confessione stessa ad assolvere. Nessuna assoluzione può essere chiesta a Dio per aver amato, assecondato passioni, aver desiderato quel bacio d’addio perduto nel rumore di un treno in partenza, smarrito dentro una memoria sdrucita.  Nessuna assoluzione può essere chiesta agli uomini giudicanti e vendicativi, che hanno bisogno del mostro, dello scandalo vivente per assolvere se stessi e per rimanere a galleggiare nella superficie, scendere nella profondità implica il rischio di annegare.

Ma Oscar è parte di quella profondità, di quel lago in cui si specchia Narciso e che è divenuto salato come quelle lacrime che affiorano negli occhi nel ricordare quel bambino dal destino sconosciuto chiuso nello stesso carcere.

Il carcere di Reading un luogo senza luce, senza speranza, un luogo che toglie tutto persino il nome. Oscar non sarà più Oscar ma C3 -3, così firmerà la ballata del Carcere di Reading. Le sue ultime parole scritte consegnate al mondo indifferente, superficiale e senza compassione: “ogni uomo uccide ciò che ama

Yet each man kills the thing he loves,
Some do it with a bitter look,
Some with a flattering word,
The coward does it with a kiss,
The brave man with a sword!

Ed infine eccolo il Mostro. Lo scandalo vivente è nudo, non c’è altro da dire, non c’è più nulla da scrivere.  Solo vuoto,  assenza di parole, e l’ultimo bicchiere d’assenzio per tenere a bada la memoria di ciò che è stato e di ciò che non sarà più.

Il sipario si chiude sulla vicenda umana di Oscar Wilde e si apre ad una riflessione sempre attuale:

“La moralità è l’atteggiamento che adottiamo verso le persone che non ci piacciono”

Tra i meritatissimi  applausi si insinua un interrogativo.

“E la compassione? Esiste”.

Annalisa Giuliani

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Now, here in Manhattan, the spell is broken, and we live again! We are defenders of the night! We are Gargoyles! Scout troop short a child, Khrushchev’s due at Idelwyld… Car 54, where are you? Harlem that’s backed up.

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