Teresio Cocco, il custode della bellezza antica di Chieti

Ci sono persone che, con il loro lavoro, contribuiscono a preservare l’anima di una città. A Chieti, uno di questi è senza dubbio Teresio Cocco, alla guida di un’impresa che ha fatto del recupero delle abitazioni storiche e della cura per la bellezza architettonica una vera missione.

La sua storia si intreccia con quella delle murature antiche che costellano il cuore del centro teatino: muri consunti dal tempo, archi dimenticati e volte anneriti che, grazie ai suoi interventi, ritrovano forza, eleganza e dignità. Con passione artigianale e competenza tecnica, Cocco ha trasformato il restauro in un atto di rispetto verso le case di un tempo, restituendo loro la voce originaria attraverso pietre, intonaci e dettagli autentici. Il suo approccio, fondato sull’attenzione alle “cose belle” e alla fedeltà dei materiali, dimostra che recuperare non significa rifare, ma ridare vita a ciò che rischiava di andare perduto.

Ogni progetto diventa così un gesto di tutela e amore verso Chieti, un modo per salvaguardarne l’identità e proiettarla nel futuro senza cancellarne le radici.

La vicenda professionale di Teresio Cocco è, in fondo, anche la storia di una città che sceglie di non dimenticare se stessa: attraverso la sua impresa, Chieti riscopre ogni giorno il valore del proprio patrimonio architettonico e culturale, coniugando memoria e futuro in un equilibrio che diventa patrimonio condiviso.

L’abbiamo incontrato per farci raccontare cosa significhi, oggi, custodire la storia di Chieti, in un’intervista esclusiva a Il Giornale di Chieti.

Teresio Cocco

D: Da dove nasce la sua vocazione per il recupero delle case antiche e per la cura dei dettagli architettonici che le caratterizzano?

R: Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito di avere questa vocazione: semplicemente è venuta fuori da sé, come qualcosa che mi apparteneva da sempre.
Fin da ragazzo collaboravo con studi tecnici e frequentavo spesso l’Ufficio Tecnico del Comune, dove lavorava mio padre, che era dipendente comunale e custode del Teatro Marrucino. Vivendo dentro al teatro, avevo modo di esplorarlo in ogni suo angolo — anche nelle parti sotterranee, quando si facevano dei saggi — e questo ha sicuramente alimentato la mia curiosità per l’architettura e per la storia degli edifici.

Il vero punto di svolta, però, è arrivato quando ho iniziato a lavorare e ho conosciuto il maestro Ettore Gasparri, conosciuto da tutti come Mastro Toruccio. A Chieti è stato uno dei primi a dedicarsi con passione ai restauri. Con lui ho iniziato a collaborare curando le contabilità e seguendo da vicino gli interventi tecnici durante i saggi su fabbricati monumentali. È stata quella, credo, la scintilla che ha acceso in me il desiderio di intraprendere questo percorso.

 

D: Quando ripensa ai suoi inizi, c’è un cantiere che porta nel cuore come il vero punto di partenza della sua storia professionale?

R: Diciamo che il primo fabbricato davvero impegnativo, quello che ha segnato l’inizio del mio percorso professionale, è stato proprio l’edificio in Via Mazzetti a Chieti, nella zona di Santa Maria. Si tratta del fabbricato appartenuto a Camillo Gasparri — l’amico Camillo, che purtroppo non è più con noi. È stato un intervento molto accurato di recupero e consolidamento, un lavoro complesso e stimolante. Forse proprio quell’esperienza è stata la scintilla che mi ha spinto a proseguire su questa strada.

 

D: Se dovesse descrivere con poche parole la sua filosofia di lavoro, cosa rappresenta per lei ridare vita a una casa del passato?

R: La filosofia del nostro lavoro è conoscere il fabbricato: viverlo, starci dentro, capire com’è stato costruito. Quando lo metti a nudo, togliendo gli strati e aprendo i muri, impari a leggere gli interventi dei nostri antenati. Nei fabbricati centenari si possono riconoscere le tracce di tutte le mani che vi hanno lavorato. Il nostro compito è recuperare le cose belle che il tempo ha nascosto: gli archi, le cornici, i colori.
Il colore appartiene alla struttura stessa. Quando trovi una lesione, devi capire perché si è formata: è come fare un’autopsia. Aprendo la muratura, comprendi le cause del danno, e allora puoi intervenire in modo mirato — con un lavoro di ‘cuci e scuci’, puntellando e ricucendo la struttura con attenzione e rispetto.”

 

D: Guardando alla sua esperienza, qual è il progetto che più di altri ha segnato la sua carriera?

R: Se parliamo di progetto, mi riferisco soprattutto a interventi di recupero e restauro di fabbricati storici. Ce ne sono stati davvero tanti, e sinceramente ognuno ha avuto il suo fascino. Tra i più significativi ricordo il fabbricato in via Vito Colonna, ex via San Gaetano, noto come Palazzo Vito Colonna, che si estende dalla parte alta fino a via Asinio Herio ed è stato particolarmente impegnativo da recuperare e consolidare. Abbiamo condotto ricerche approfondite sulla storia della famiglia che lo abitava, come la signora Ciarrocchi Rosa, antenata dei Pomilio, per rispettare l’originalità degli spazi e guidare le scelte di restauro. Grazie alla guida dell’ingegner Mario Sablone e dell’architetto Carlo Pipino, siamo riusciti a completare un’opera di recupero monumentale, affrontando sia il restauro architettonico sia interventi di consolidamento molto rilevanti.

Il Palazzetto dei Veneziani è stata una vera scoperta: man mano che procedevamo con i lavori, emergevano dettagli e particolari che ci hanno permesso di realizzare interventi di recupero davvero eccezionali. In alcune aree abbiamo ricostruito interamente volte all’apparenza non recuperabili, smontando i materiali originali e reinserendo pezzi d’epoca simili. La facciata, restaurata con grande attenzione ai dettagli e grazie all’aiuto del maestro di pittura Fernando Perinelli, è rimasta perfetta anche a distanza di trent’anni, cosa che mi dà una soddisfazione enorme.

Altri interventi importanti riguardano il fabbricato Blaga a Santa Maria, dove siamo riusciti a riportare alla luce e valorizzare gli ambienti originali del tardo Settecento e inizio Ottocento, e il fabbricato Maria Mezzanotte, su via Arniense, via Scalinata Santa Chiara e via Paradiso, dove abbiamo affrontato gravi problemi strutturali. Lì, con l’opera del Cuci e Scuci, siamo intervenuti con riconsolidamenti, sottofondazioni e ricostruzioni interne, mantenendo intatte le facciate esterne.

In generale, ogni fabbricato recuperato a Santa Maria e nelle altre zone ha richiesto un impegno notevole, sia dal punto di vista tecnico sia artistico, e ognuno di questi interventi ha lasciato un segno importante nella mia carriera.

 

D: Quali elementi architettonici considera più rappresentativi delle abitazioni antiche di Chieti e che cerca sempre di salvaguardare?

R: Quando interveniamo su un edificio antico, la prima cosa che cerchiamo di fare è salvaguardare ogni elemento originale che incontriamo. Anche una semplice pietra, dei gradini consumati, le decorazioni delle colonne delle gradinate: tutto ciò che può essere recuperato merita attenzione.
È fondamentale, perché rappresenta il biglietto da visita del fabbricato. Qualsiasi porta o arco che ha valore e merita di essere visto, noi lo mettiamo in evidenza.

Per fare un esempio, a Chieti l’acquedotto cittadino è arrivato solo nel 1891. Prima di allora, l’acqua non c’era: le case più grandi avevano cisterne ampie per raccogliere l’acqua piovana, quelle più piccole ne avevano di dimensioni ridotte. Erano vere e proprie opere monumentali. L’acqua veniva filtrata da un’anticisterna e poi convogliata nella cisterna principale, da cui si attingeva tramite un pozzo. La prima ricerca che faccio in un vecchio fabbricato è proprio quella di individuare la cisterna: se è piena d’acqua o di detriti, la svuotiamo e la ripuliamo. In molti casi le abbiamo rese visitabili e riutilizzabili — come piccoli negozi, uffici, taverne o persino biblioteche. È un modo per dare nuova vita a spazi che raccontano la storia della città.

 

D: Passeggiando per Chieti, le capita di rivedere edifici a cui ha ridato vita. Quali luoghi le ricordano di più il suo percorso professionale?

R: Amo profondamente la mia città: quando ho tempo libero, resto a Chieti e mi piace passeggiare tra le sue vie. Ogni pietra, ogni muro, ogni dettaglio mi parla del passato e mi ricorda il lavoro di una vita.

Con un pizzico di presunzione posso dire che, in questa città che solo di recente ha riscoperto il valore del recupero e del restauro, io ho iniziato a crederci già negli anni Settanta. Sono passati più di cinquant’anni: forse siamo arrivati un po’ tardi, o forse ho solo anticipato i tempi.

Quando passo davanti al Palazzetto dei Veneziani, restaurato oltre trent’anni fa, e lo vedo ancora oggi intatto e splendido, provo una profonda soddisfazione. Lo stesso accade per il palazzo di San Gaetano, quello dei Vito Colonna, o per il palazzo Valignani-Petrucci in via dei Crociferi, che affaccia su via Silvino Olivieri. Di quest’ultimo mi ero innamorato subito: pensavo fosse semplicemente una bella casa, ma vivendoci dentro ho capito che era molto di più — un edificio straordinario, ricco di storia, eleganza e fascino.

Ogni fabbricato su cui ho lavorato continua ancora oggi a trasmettermi emozioni. Penso, ad esempio, al complesso di Maria Mezzanotte, tra via Arniense, Salita Santa Chiara e via Paradiso: senza il nostro intervento sarebbe andato perduto. Invece, grazie al restauro, è tornato a vivere e a raccontare la sua storia.

Ho avuto anche la fortuna di collaborare con la Soprintendenza Archeologica. Vedere oggi l’anfiteatro romano restaurato, con le murature ricomposte e i mattoni antichi recuperati in tutta la provincia, è per me motivo di grande orgoglio. Anche il lavoro al Museo della Civitella è stato un’esperienza preziosa: sotto la loro guida ho potuto realizzare interventi di grande valore, che ancora oggi considero tra i più significativi della mia carriera.

Devo molto anche ai miei collaboratori: ragazzi che sono entrati in bottega appena finito il militare e che sono andati in pensione al mio fianco. Oggi, purtroppo, mancano giovani disposti a intraprendere questo mestiere. È un vero peccato, perché con loro rischiamo di perdere non solo le mani, ma anche la memoria del costruire.

 

D: C’è stato un momento nella sua carriera in cui le difficoltà le hanno fatto pensare di fermarsi? Che cosa l’ha spinta invece a continuare?

R: Sì, ci sono stati momenti difficili. Tante volte ho pensato di fermarmi. Restaurare un intero isolato, come quello Valignani o quello dei Mezzanotte tra via Arniense e via Paradiso, richiedeva anche sette anni di lavoro. Intanto, altrove, avrei potuto costruire una palazzina in due anni e venderla al doppio del prezzo. È chiaro che, con tutte le difficoltà economiche e burocratiche, a volte il pensiero di smettere c’era.

Ma alla fine ciò che mi ha sempre spinto a continuare è stato il piacere. Mi divertiva, mi dava soddisfazione. Era — ed è ancora — una passione che non si spegne.

 

D: Che significato ha per lei sapere che, grazie al suo lavoro, una parte della storia di Chieti continuerà a vivere? Che cosa ha significato fare questo lavoro?

R: Ho capito che, attraverso il mio mestiere di recupero e di ricerca, stavo contribuendo non solo a preservare la memoria della città, ma anche ad arricchirmi personalmente. Ogni ricerca e ogni approfondimento sulle famiglie e sulle diverse tipologie di lavoro mi hanno insegnato qualcosa di nuovo. È stato un percorso molto istruttivo, che mi ha fatto crescere culturalmente.

Mi sono reso conto che, insistendo su queste tematiche, cresceva anche la mia conoscenza e la mia consapevolezza del valore della nostra storia. Spero di essere riuscito a trasmettere, soprattutto ai giovani, l’importanza di ricordare e valorizzare i nostri antenati, perché attraverso le loro storie e il recupero delle loro opere ho potuto farli continuare a vivere, restituendo a tutti la bellezza del riscoprire la nostra città, le sue radici e la sua anima.

 

D: Quali rischi corre oggi il patrimonio architettonico di Chieti e come tutelarlo meglio?

R: I rischi sono evidenti. Ci sono fabbricati monumentali davvero importanti da recuperare, ma purtroppo non abbiamo più una manodopera adeguata per eseguire certi lavori. Oggi spesso si ricorre al cartongesso o si interviene sulle opere in pietra — o sulle finte pietre in stile Liberty — semplicemente raschiandole o ridipingendole, invece di recuperarle. Pitturare una pietra o trattare una graniglia del periodo Liberty è un vero controsenso: si rischia di compromettere irrimediabilmente il patrimonio.

Per garantire un recupero corretto servono maggiori controlli e attenzione. Non basta valutare solo la capacità economica dell’impresa o dell’esecutore: è fondamentale verificare, con l’aiuto di specialisti, se la manodopera è realmente qualificata. Chi è qualificato deve dimostrarlo mostrando i lavori precedenti e i risultati ottenuti; chi non lo è, non dovrebbe essere impiegato. Molte ditte esterne si presentano per i restauri, ma non sempre sono adeguate. Il risultato finale mostra chiaramente se l’intervento è stato eseguito correttamente o meno.

 

D: Se dovesse scegliere un particolare architettonico per raccontare l’anima di Chieti, quale sarebbe e perché?

R: Non potrei limitarlo a un solo elemento: la città è fatta di tanti piccoli dettagli che, messi insieme, raccontano la sua storia. Prendiamo ad esempio la villa comunale. Qui sono stati ricomposti e valorizzati reperti antichi come le basole romane, oggi utilizzate come basamento del ponticello. Sono stati realizzati muretti, percorsi e panchine per innamorati, e sono esposti colonne romane e altri reperti dell’Ottocento, come la fontana in bronzo proveniente da piazza San Giustino. Nella villa si possono ammirare anche angioletti e putti in bronzo lungo la gradinata che conduce al museo, fontanelle vicino al laghetto e la famosa “Croce”, dove da ragazzi ci si ritrovava per giocare a carte. Ogni dettaglio racconta ricordi e storie della città, e proprio per questo, all’interno del cortile del Palazzo Comunale, Palazzo Valignani in piazza San Giustino, troviamo una colonna romana trasformata in basamento per la scultura dell’Achille a cavallo, purtroppo trafugata. Le facciate conservano sculture e nicchiette originali in pietra che narrano le vicende e le gesta di Chieti.

 

D: Tra i tanti cantieri che ha seguito, ce n’è uno che ricorda con emozione per un dettaglio scoperto o per la storia che custodiva?

R: Sì, ricordo con particolare emozione il cantiere del fabbricato Valignani, al Corso Marrucino. Durante il recupero di una scala settecentesca, abbiamo trovato una basola enorme del lastricato di una strada romana. Accanto, per caso, è emerso un cerchio a terra: era un pozzo votivo, simile a quelli dei tempietti romani, intonacato in cocciopesto, è stato reso visibile e rimane accessibile ancora oggi. Ai lati del pozzo si notano incassi utilizzati un tempo per accedere e ispezionare il sito, testimoni concreti della storia nascosta sotto i nostri piedi.

 

D: C’è un ringraziamento speciale da parte di un’istituzione o di una famiglia che le è rimasto nel cuore come il segno più bello del suo impegno?

R: Desidero esprimere i miei più sinceri ringraziamenti, in particolare alle istituzioni che mi hanno supportato. Ricordo con gratitudine quando la Sovrintendenza dipendeva dall’Aquila, e in particolare l’architetto Adriano Cameli, allora ispettore della zona di Chieti, che è stato sempre al mio fianco, offrendomi numerose indicazioni preziose insieme all’architetto Adelchi De Francesco di Chieti.

Un ringraziamento speciale va anche alla Sovrintendenza Archeologica di Chieti, che mi ha dato fiducia nell’esecuzione dei lavori di recupero di importanti siti archeologici nella nostra città, come l’anfiteatro della Civitella, le Terme, il Teatro e i Tempietti Romani dove ho avuto modo di apprendere sempre di più, guidato in modo fraterno, quasi familiare.

Voglio inoltre ringraziare Valerio e Marcello Valignani, proprietari del fabbricato monumentale in Corso Marrucino, che mi hanno concesso piena fiducia, mettendomi in mano l’intero edificio e lasciandomi libertà operativa che ha reso possibile il recupero dell’ l’isolato monumentale tra Corso Marrucine e via Cesare  De Lollis.

Un grazie alla collaborazione dei miei valorosi dipendenti, all’architetto Roberto Orsini e al geometra Tino Falasca.

 

D: Se dovesse scegliere un palazzo, una chiesa o una casa che incarna lo spirito architettonico di Chieti, quale indicherebbe?

R: Indicherei il fabbricato De Horatiis, al Corso Marruccino 27, accanto alla chiesa di San Francesco. Acquistato da Giustino De Horatiis nel 1833 dal Conte Don Carlo Fattiboni e dalla figlia Ippolita, il fabbricato fu restaurato e adattato come residenza privata, e nel giardino posteriore verso Piazza Malta si possono ancora leggere le indicazioni dei lavori e le opere in pietra del 1856.
Durante i lavori degli anni ’80 da me eseguiti all’Istituto San Luigi Gonzaga, è stato scoperto un muro preromano nel sottoscala, con a fianco uno strato di calcare da cui ha colato acqua per secoli, probabilmente proveniente da cisterne romane sottostanti la chiesa di San Francesco. Internamente al fabbricato, sono visibili muri del reticolato romano e cunicoli che collegano al sottosuolo della chiesa. Nei primi anni del novecento il fabbricato è stato donato dagli eredi De Horatiis all’Istituto San Luigi Gonzaga, destinato all’accoglienza di ragazzi poveri e abbandonati.
Interessante è anche la denominazione “Ruva Acquaria” per la stradina a confine tra la chiesa e il fabbricato, riportata nell’atto di acquisto, che indica la presenza di fontane prima dell’arrivo dell’acqua della Maiella nel 1891. Le pareti esterne in alto mostrano capitelli e pilastrini medievali o alto medievali, segni di una loggia originale che si trovava all’ultimo piano.

Mi piacerebbe porre all’attenzione alcuni spunti di riflessione che sono molto, molto, molto importanti. C’è da tenere presente che questo fabbricato, che chiamiamo De Horatiis, confina con il fabbricato che oggi chiamiamo Valignani, che sarebbe l’erede della Duchessa d’Alanno con il figlio Don Bernardo Bassi. Intorno al 1700 fu trovato lì un mosaico, il famoso mosaico di Teseo che combatte con il Minotauro, oggi conservato nel Museo Nazionale di Napoli.

Da notizie scritte e riportate anche da Zecca, quel sarcofago meraviglioso che abbiamo nel Museo della Civitella, quello lavorato – perché ce ne sono due –  chiamato sarcofago di Vipsiana, è stato scoperto proprio nel giardino posteriore del fabbricato De Horatiis nell’Ottocento.

Vorrei condividere una considerazione personale: recentemente ho saputo che la chiesa di San Francesco sarà restaurata, un’iniziativa che ci rallegra tutti. Tuttavia, poiché per i lavori devrebbero montare una gru, si prevede di installarla proprio nel giardino retrostante il palazzo De Horatiis, accanto alla cupola della chiesa, con pali per sostenere la fondazione. Confesso che questa notizia mi preoccupa molto… speriamo che non ci siano danni.

 

D: Se un ragazzo oggi le dicesse di voler seguire le sue orme, quali valori e insegnamenti gli trasmetterebbe per iniziare?

R: Gli direi una cosa molto semplice: perseverando si vince. Gli direi che sicuramente si divertirà, come mi sono divertito io, ma perdendo tempo.

 

D: Qual è il sogno nel cassetto che porta con sé per Chieti e che vorrebbe vedere realizzato grazie al suo lavoro?

R: Il mio sogno è semplice ma molto bello. Vorrei vedere la nostra città, la più tranquilla del mondo, conosciuta come “la città della camomilla”, rinascere come un vero giardino archeologico, un luogo in cui chiunque voglia entrare debba farlo con rispetto.

Mi piacerebbe passeggiare per le piazzette e sentire la musica di piccole cassarmoniche, ascoltare la banda, oppure un violino che suona da lontano. Vorrei vedere i fiori curati, i balconi pieni di colore, tanti bambini a giocare e anziani che passeggiano. Una città viva, ma anche ordinata e rispettata.

 

D: Quanto contano le istituzioni nel sostenere il recupero del patrimonio storico? Ritiene che facciano abbastanza?

R: Le istituzioni possono fare molto, ma serve volontà. Oggi si parla spesso di Comune, Regione e Sovrintendenza, ma senza un reale impegno e senza assumersi responsabilità, nulla si realizza.
Per esempio, sotto la città ci sono tantissime gallerie e luoghi bellissimi, ma non è possibile visitarli ufficialmente: possiamo accedervi solo in maniera informale, perché le istituzioni non concedono mai il permesso. Tutto dipende quindi dalla volontà di chi deve prendere le decisioni.

La prima volta che mi hanno posto questa domanda, avevo preferito non rispondere, ma credo che ora questa spiegazione renda chiara la situazione.

 

D: Se non avesse fatto questo mestiere, cosa pensa che avrebbe fatto nella vita?

R: È difficile dirlo. La vita riserva a ciascuno di noi qualcosa di speciale. Mi considero molto fortunato e, a dire la verità, non riesco a immaginare un lavoro più bello di quello che ho fatto.

 

D: Che emozioni prova sapendo che, grazie al suo lavoro, una parte della storia di Chieti resterà viva anche per le future generazioni?

R: Il lavoro che ho svolto non l’ho fatto con un obiettivo grandioso: mi sono semplicemente dedicato al mio impegno quotidiano, senza rendermi pienamente conto di ciò che stavo realizzando. Ora, riflettendo, vedo che ho contribuito a mantenere vivi quartieri e edifici storici della città, e questo rappresenta per me non solo una grande soddisfazione personale, ma anche la speranza che le future generazioni possano apprezzare il recupero e l’impegno dedicato a Chieti.

 

D: Come immagina Chieti tra vent’anni e quale messaggio vorrebbe lasciare ai cittadini sul valore di costruire e prendersi cura della propria città?

R: Sembrerà ripetitivo, ma da semplice sognatore vorrei vedere Chieti come un giardino fiorito, un giardino archeologico e culturale. Una città piena di musica leggera, pulita e curata, dove regni la volontà di mantenerla viva e bella.

Ringraziamo Teresio Cocco per la sua disponibilità e per aver condiviso con noi la passione e la dedizione che mette nel custodire il patrimonio storico di Chieti. Il suo lavoro ci invita a riflettere sul valore di ogni pietra, di ogni muro e di ogni dettaglio architettonico: prendersi cura della città significa prendersi cura della nostra memoria e del futuro che vogliamo costruire.

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