Eleganza, lavoro e memoria: la storia di Sergio di Bellavista

Ci sono persone che diventano, quasi senza accorgersene, parte della storia silenziosa di una città. Non perché abbiano ricoperto incarichi pubblici o occupato le prime pagine dei giornali, ma perché per decenni hanno rappresentato uno stile, un modo di lavorare e di stare con gli altri che finisce per lasciare un segno nella memoria collettiva.

Sergio Farinacci, per tutti gli amici e conoscenti semplicemente Sergio di Bellavista, è una di queste persone. A Chieti il suo nome è legato a un mestiere antico e raffinato: quello del cameriere di sala, o meglio del maître, figura centrale in quella liturgia discreta fatta di attenzione, misura ed eleganza che è l’arte dell’accoglienza.

La sua è una storia che comincia in anni difficili, quando il lavoro arrivava presto e le famiglie erano numerose. Dieci figli in casa, poche risorse ma una grande dignità. Sergio entra nel mondo della ristorazione giovanissimo, appena undicenne, iniziando a lavorare accanto a Filippo De Francesco, storico ristoratore teatino e anima del Bellavista, locale destinato a diventare negli anni uno dei punti di riferimento della vita cittadina.

Prima nella sede di via Antonio Solaria, poi — dal 1969 — nello storico ristorante aperto sopra l’UPIM in Corso Marrucino, luogo che avrebbe segnato una stagione importante della ristorazione teatina.

Determinante è proprio il rapporto con De Francesco. Tra i due nasce nel tempo un legame che va ben oltre quello tra datore di lavoro e dipendente: una relazione fatta di fiducia, rispetto e insegnamento. Accanto a lui Sergio apprende i segreti del servizio e costruisce, con il passare degli anni, quello stile fatto di discrezione, eleganza e attenzione al cliente che lo renderà una figura molto conosciuta e apprezzata in città.

Per quasi sessant’anni Farinacci resta legato al mondo della ristorazione, attraversando epoche diverse della vita cittadina. Ai tavoli che ha servito si sono seduti politici, imprenditori, personaggi della televisione e dello spettacolo. Eppure nelle sue parole non c’è mai ostentazione: il rispetto, racconta, era lo stesso per tutti.

Oggi Sergio guarda con affetto e con un pizzico di nostalgia a quella stagione. Non tanto per rimpiangere il passato, quanto per ricordare un tempo in cui il lavoro era anche una scuola di vita, fatta di educazione, professionalità e senso del dovere.

Ne abbiamo parlato con lui in una lunga conversazione che è diventata anche la memoria di un’epoca.

Sergio, partiamo dall’inizio. Come è cominciata la tua avventura nel mondo del lavoro?

È cominciata in un periodo in cui le cose non erano semplici come oggi. Io venivo da una famiglia molto numerosa: eravamo dieci figli e, come si può immaginare, in casa le risorse erano poche. Nonostante questo c’era un grande senso di dignità e ognuno, per quanto poteva, cercava di dare una mano. Per questo ho iniziato a lavorare molto presto.

Avevo appena undici anni quando ho iniziato a frequentare l’ambiente della ristorazione accanto a Filippo De Francesco, che per me è stato una figura fondamentale non solo dal punto di vista professionale ma anche umano. Lui gestiva il ristorante Bellavista, che all’epoca si trovava in via Antonio Solaria, ed è proprio lì che ho mosso i miei primi passi in questo mestiere.

All’inizio naturalmente facevo i lavori più semplici: aiutavo dove serviva, sistemavo la sala, portavo le cose in cucina e osservavo molto. Per me quello era già una scuola importantissima, perché stavo entrando in un mondo fatto di regole, attenzione ai dettagli e rispetto per il cliente.

Sono rimasto al Bellavista di via Antonio Solaria dal 1953 fino al 1969. Poi proprio nel 1969 Filippo aprì il nuovo Bellavista sopra l’UPIM, in Corso Marrucino, che negli anni sarebbe diventato uno dei ristoranti più conosciuti e frequentati della città.

Ricordo che a quattordici anni ero già apprendista e guadagnavo cento lire al giorno. Non era molto, naturalmente, ma per la mia famiglia era comunque un piccolo contributo e per me rappresentava anche una grande soddisfazione, perché significava iniziare davvero a costruire qualcosa con il mio lavoro.

Che atmosfera si respirava nei ristoranti di allora?

Era un ambiente molto diverso da quello che si vede oggi. Non c’erano tutte le comodità e le tecnologie che esistono adesso, ma c’era una grande attenzione ai rapporti umani. Si respirava un clima di rispetto, sia tra chi lavorava sia tra i clienti che frequentavano il ristorante.

Nel corso degli anni al Bellavista sono passate tante persone importanti. Ricordo figure della politica come Giulio Andreotti, i fratelli Agnelli, ma anche personaggi della televisione molto conosciuti in quegli anni, come Mike Bongiorno e Corrado. Non mancavano poi cantanti, artisti e ospiti del mondo dello spettacolo.

Uno dei ricordi più particolari riguarda una serata organizzata dal Rotary agli inizi della televisione, con la partecipazione di Mariolina Cannuli. Fu un evento molto seguito e parteciparono anche diversi complessi musicali dell’epoca.

Ma la cosa che mi è rimasta più impressa nel tempo non è tanto la presenza dei personaggi famosi, quanto il loro comportamento. C’era sempre molta educazione. Ricordo, ad esempio, che quando i fratelli Agnelli stavano per andare via si avvicinarono e dissero semplicemente:
“Scusate se abbiamo fatto tardi”.

Può sembrare una frase da niente, ma per noi che lavoravamo era un gesto di grande rispetto. Erano piccoli dettagli che facevano capire il modo in cui le persone si rapportavano con chi svolgeva questo mestiere.

Tra i momenti più importanti della vostra attività ce n’è uno molto speciale.

Sì, sicuramente uno degli episodi più importanti della nostra storia professionale è stato nel 1984, quando abbiamo avuto l’onore di preparare il pranzo per Sua Santità papa Giovanni Paolo II.           Il servizio fu organizzato a San Salvo e per tutti noi rappresentò un momento davvero straordinario.

Essere scelti per curare un’occasione di quel livello fu motivo di grande orgoglio. Significava che negli anni il lavoro svolto con serietà e professionalità era stato notato e apprezzato anche in contesti molto importanti.

Ricordo che ci fu una grande preparazione dietro quell’evento: ogni dettaglio doveva essere perfetto, dall’organizzazione della sala al servizio ai tavoli. In momenti come quello si capisce quanto il lavoro di squadra sia fondamentale.

Per noi non fu soltanto un incarico di prestigio, ma anche una conferma che la strada percorsa fino a quel momento era stata quella giusta.

Il tuo rapporto con Filippo De Francesco è stato fondamentale. Che tipo di persona era?

Era un vero signore, sotto tutti i punti di vista. Lo era come persona, come ristoratore e come capo famiglia. Aveva uno stile molto particolare, fatto di educazione, rispetto e grande attenzione verso chi lavorava con lui.

Tra noi si era creato nel tempo un rapporto di grande fiducia. Io avevo imparato a capire il suo modo di lavorare e lui aveva imparato a conoscere il mio. Con il passare degli anni mi ha dato sempre più responsabilità, lasciandomi spazio e dimostrando di credere nelle mie capacità.

Per me non è stato soltanto un datore di lavoro. È stato una vera guida. Da lui ho imparato non solo il mestiere, ma anche il modo di stare con gli altri, il valore della discrezione e dell’educazione, e soprattutto il rispetto verso ogni cliente.

Abbiamo lavorato fianco a fianco per oltre sessant’anni e posso dire che quella è stata una scuola straordinaria. Se oggi tante persone mi ricordano con affetto, lo devo anche a ciò che ho imparato accanto a lui in tutto questo tempo.

La cosa che però mi è dispiaciuta molto è che quando Filippo è venuto a mancare nessuno, a parte la famiglia D’Orazio del Gran Caffè Vittoria,  gli ha dedicato un ricordo pubblico. Parliamo di una persona che per tanti anni ha rappresentato un punto di riferimento per la ristorazione della città. Nemmeno l’allora sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, che tra l’altro era nato come lui a Ripa Teatina, ha speso una parola per ricordarlo. È una cosa che mi è rimasta dentro, perché credo che persone come lui meritassero almeno un segno di riconoscenza per quello che hanno fatto per la città.

Molti si ricordano di te come di una persona molto elegante nel servire ai tavoli. Com’è cambiata oggi la figura del cameriere rispetto ai tuoi tempi?

È cambiata molto. Una volta il cameriere era una figura professionale ben definita, con regole precise e uno stile riconoscibile. C’era grande attenzione alla divisa, al modo di presentarsi e anche al modo di parlare con il cliente.

Il servizio non era soltanto portare i piatti a tavola. Era un vero lavoro di accoglienza. Il cameriere doveva mettere il cliente a proprio agio, capire le esigenze delle persone e mantenere sempre discrezione e professionalità.

Oggi spesso questa preparazione si vede meno. Non credo sia una questione di volontà dei ragazzi, ma piuttosto di formazione. Molti giovani iniziano a lavorare senza qualcuno che gli insegni davvero il mestiere.

Io non sono tra quelli che dicono che i giovani non vogliono lavorare. Secondo me molti hanno voglia di fare. Però devono essere guidati e anche pagati nel modo giusto.

Che consiglio daresti oggi a un ragazzo che vuole intraprendere il lavoro di cameriere?

Il primo consiglio che mi sento di dare è di affrontare questo mestiere con rispetto e con la voglia di imparare. Fare il cameriere non significa soltanto portare i piatti al tavolo: è un lavoro fatto di attenzione, di osservazione e soprattutto di rapporto con le persone.

Bisogna avere pazienza e capire che all’inizio si parte dalle cose più semplici, proprio come è successo a me. Io ho iniziato da ragazzino facendo piccoli lavori, osservando chi aveva più esperienza e cercando di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Un’altra cosa molto importante è l’educazione. Nel lavoro di sala il modo di porsi è fondamentale: il cliente deve sentirsi accolto e rispettato. A volte basta una parola detta nel modo giusto o un gesto di attenzione per fare la differenza.

Direi anche ai ragazzi di non avere fretta. Questo è un mestiere che si impara con il tempo e con l’esperienza. Se viene fatto con serietà può dare molte soddisfazioni, perché alla fine il riconoscimento più grande è quando qualcuno si ricorda di te per come lo hai fatto sentire.

Che Chieti vedi oggi rispetto a quella che hai conosciuto negli anni in cui lavoravi?

La vedo molto cambiata rispetto a quella che ho conosciuto da giovane. Quando ho iniziato a lavorare Chieti era una città molto vivace. C’era movimento, c’erano tanti negozi aperti e molte occasioni di incontro. Il centro storico era pieno di vita: la sera si vedevano le persone passeggiare, fermarsi nei locali, incontrarsi con gli amici. Era una città che aveva un ritmo diverso, forse più lento ma anche più partecipato.

Oggi invece mi sembra una città più vuota. Negli anni tante persone sono andate via e diversi servizi importanti sono scomparsi. Anche i negozi storici stanno chiudendo uno dopo l’altro: negozi importanti che per tanti anni hanno rappresentato un punto di riferimento per la città.

La sera spesso si vedono poche persone in giro e questo fa un certo effetto a chi ha conosciuto la Chieti di una volta. Ed è un peccato, perché Chieti è una città bellissima, ricca di storia e di luoghi che meriterebbero di essere valorizzati molto di più.

Dopo tanti anni di lavoro, la gente continua a ricordarti con affetto. Che effetto ti fa?

Mi fa davvero molto piacere. Quando cammino per la città o entro in un bar mi capita spesso di incontrare persone che mi salutano e che ricordano ancora gli anni in cui lavoravo in sala.

A volte si fermano a parlare e mi raccontano di una cena o di una serata passata al Bellavista. Sono piccoli gesti, ma per me hanno un grande valore.

Significa che in tutti quegli anni ho lasciato un buon ricordo e che ho svolto il mio lavoro con serietà e rispetto. Alla fine credo che la soddisfazione più grande sia proprio questa.

________________________________

La storia di Sergio Farinacci è la storia di un mestiere svolto con passione, disciplina e rispetto. Per quasi sessant’anni ha lavorato tra i tavoli della ristorazione teatina, accogliendo clienti, osservando cambiare i tempi e le abitudini della città, ma mantenendo sempre lo stesso stile: discreto, elegante, professionale.

Nel suo racconto non c’è nostalgia fine a sé stessa, ma il ricordo di un’epoca in cui il lavoro era anche una scuola di vita. Un luogo dove si imparavano non solo le regole di una professione, ma anche il valore dell’educazione, della correttezza e del rispetto reciproco.

Accanto a lui, negli anni della formazione, c’è stata la figura di Filippo De Francesco, che gli ha trasmesso i principi di un mestiere fatto di attenzione ai dettagli e cura per il cliente. Da quell’esperienza è nato un percorso lungo una vita, durante il quale Farinacci è diventato uno dei volti più conosciuti della ristorazione cittadina.

E forse è proprio questo il senso più profondo della sua storia: dimostrare che anche un mestiere fatto di gesti discreti può lasciare un segno duraturo.

Per quasi sessant’anni Sergio Farinacci ha lavorato lontano dai riflettori, tra tavoli apparecchiati e sale piene di voci, costruendo giorno dopo giorno rapporti, ricordi e rispetto.

E alla fine è proprio questo che resta: la memoria di uno stile.
Quello di un uomo che per generazioni di teatini è stato semplicemente “Sergio di Bellavista”.

Previous Story

Infermieri per le Case di Comunità, al via le selezioni per nuove assunzioni

Next Story

Chieti ospita il primo trial clinico nazionale sulla psilocibina

Ultime notizie da Blog

Latest in Music

About us

One thousand years ago, superstition and the sword ruled. It was a time of darkness. It was a world of fear. It was the age of gargoyles. Stone by day, warriors by night, we were betrayed by the humans we had sworn to protect, frozen in stone by a magic spell for a thousand years.

Now, here in Manhattan, the spell is broken, and we live again! We are defenders of the night! We are Gargoyles! Scout troop short a child, Khrushchev’s due at Idelwyld… Car 54, where are you? Harlem that’s backed up.

Authors

Newsletter

[mc4wp_form id="176"]

© COPYRIGHT 2023 – IL GIORNALE DI CHIETI.
PIAZZALE MARCONI N.69 – 66100 CHIETI
ILGIORNALEDICHIETI@GMAIL.COM | C.F. 93062690693.