di Gino Di Tizio
Chieti “città della camomilla”, va bene, perché chi la definì tale nel corso del processo Matteotti che si tenne a Chieti nel 1926, il giornalista Alberto Maria Perbellini con articolo pubblicato sul Resto del Carlino, non aveva alcuna intenzione offensiva nei nostri confronti, perché elogiava la serenità della vita che vi si svolgeva e, tutto considerato, ancor vi si svolge, ma non esageriamo arrivando a chiudere ben tre locali perché disturbavano facendo musica e baccano. Chi l’ha deciso, certo nel rispetto delle leggi che garantiscono quiete e diritto al riposo di ogni cittadino, avrebbe anche dovuto riservare un pensiero ai tanti che, con questa drastica scelta di chiudere tutto, hanno subito rilevanti danni. Mettere tutto nella bilancia perché alla fine venga fuori la misura davvero giusta dovrebbe essere sempre l’impegno di chi opera e magari poteva bastare una multa a risolvere la questione. Senza forzare la polemica, ma una riflessione su questa vicenda dovrebbe essere doverosamente fatta da tutti gli attori sulla scena. O no?
