Raffaele Bigi: C’era una volta l’antica Teate

Raffaele Bigi è uno scrittore e giornalista teatino, noto soprattutto per aver scritto molti libri sulla storia di Chieti. Bigi, negli ultimi vent’anni, ha saputo ricostruire il passato della città attraverso la ricerca di frammenti, testimonianze e avvenimenti storici, con lo scopo di lasciare una traccia dell’importanza del ruolo storico che ha avuto Chieti nel corso dei millenni. Nel 2018, Raffaele Bigi ha ricevuto, a L’Aquila, presso l’Emiciclo del Consiglio Regionale, il riconoscimento di essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo da oltre 35 anni. Abbiamo avuto il privilegio di intervistarlo e di farci raccontare quella che era l’antica Teate.

Dott. Raffaele Bigi, iniziamo dalle scoperte archeologiche degli scavi di Piazza San Giustino, che in questi ultimi anni sono state al centro dell’attenzione. Vuole dire qualcosa in merito?

Certamente, molto interessante è la scoperta della sepoltura femminile “Marouca”, datata il IV sec. a.C. a conferma del fatto che i Marrucini si stanziarono proprio in quell’epoca. Oltre a questo, ricordo il ritrovamento del mosaico romano di cui ne parlava anche lo storico Vincenzo Zecca nel1880. Il disegno del mosaico è stato poi ri-creato verso la fine dell’Ottocento sotto i portici dell’ex Banco di Napoli lungo il Corso Marrucino. Scavando si sono trovati anche i resti di un’antica Domus, la quale si presume fosse la casa del senatore romano Gaio Asinio Gallo, non a caso la collina anticamente veniva chiamata proprio Colle Gallo.

Dove erano stanziati i Marrucini prima di giungere a Chieti?

I Marrucini si trovavano a Touta Marouca, territorio nel Comune di Rapino. Successivamente Roma nel 325 a. C. ripristinò l’antichissima strada, quella che sarà poi la Claudia-Valeria, cioè il prolungamento della Tiburtina Valeria. Così i Marrucini si stanziarono nella collina di Chieti per il controllo della strada.

Nel suo libro “Chieti passato, presente e…futuro” scrive: “Per non dimenticare… C’era una volta l’antica Teate! A noi il compito di farla rimpossessare, anche culturalmente, del proprio territorio, di tenerla sempre viva e di non farla cadere nell’oblio!” Secondo Lei, com’è la situazione attualmente? Ci stiamo riuscendo?

Purtroppo no, già quando ho iniziato a scrivere per Chieti, molte cose sono andate perdute. Nel giro di vent’anni cose che erano di Chieti oggi non lo sono più. Io amo Chieti e nei miei testi ho voluto semplicemente non far perdere la memoria di questa città. Ho rispolverato tantissimi libri e se vede il libro “Bibliografia Teatina”, scritto insieme ad Angelo Iocco e MarinoValentini, se ne renderà conto di quanto materiale abbiamo letto. Il mio obiettivo era quello di dare una documentazione storica di Chieti alle università e alle biblioteche, così da lasciare qualcosa ai posteri.

Cambiamo argomento e soffermiamoci sulla sua carriera da giornalista . Lei ha lavorato presso la Banca d’Italia, ciò nonostante ha perseguito la sua passione sin da ragazzo, scrivendo attivamente per molti giornali, sia locali che nazionali. Cos’è per lei il giornalismo?

Il giornalismo se è fatto seriamente è una cosa bella. È un modo per far conoscere le cose obiettivamente, purtroppo non sempre questo avviene. A volte c’è una strumentalizzazione diretta o indiretta, che non è piacevole.

Lei in passato ha anche istituito corsi di giornalismo nelle scuole, vero?

Si, negli anni settanta insieme a Don Vito De Petro abbiamo svolto una serie di incontri educativi per i giovani sulla dipendenza dal fumo, alcool e droga. Abbiamo istituito corsi di giornalismo e in seguito su come realizzare un giornale per la propria scuola. Era un modo per tenere i giovani impegnati e socialmente uniti a fare progetti e a realizzarli.

Oltre al giornalismo Lei ha coltivato anche altre passioni, come lo scautismo, la fotografia, e non solo, ha scritto anche poesie.

Si, il mio desiderio da ragazzo era diventare giornalista e alpino. Mi piaceva la montagna, stare a stretto contatto con la natura, per questo motivo mi sono dedicato allo scautismo. Poi alla prima comunione mi hanno regalato una macchina fotografica . Queste sono state le mie passione che in fondo ho sempre coltivato nel tempo. Per quanto riguarda la poesia, quello che scrivo sono versi dialettali, sempre con lo scopo di non far perdere la memoria. In un certo senso il dialetto per me è una ricerca archeologica, perché lì dentro si racchiude la nostra storia.

Per concludere vuole lasciarci qualche verso dialettale?

Ma, quèsse e chi è?

Ah! … mo sò capite…

Jé sacce sole na cose, ed è tante bbelle,

a mè tutte me chiàmene Lelle

e quande cacchedune crede de farme nu piacère

me chiame pure ragiunijère.

Nescjune tè paure de mè

e quande la gente me vede, dice “Ah! Lé!

Jàmmece a pijà na tazze de café.

Jé n’n sacce è che é lu potere

ma me facce certe sonne intère.

Jé che lu potère n’n sacce è chi é

ben volentière le lascje a té.

 

 

 

 

 

 

 

 

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