QUELLA STRANA OSSESSIONE PER LA FRENESIA

Quando noi esseri umani finalmente ci rendiamo conto che il viaggio della vita va goduto lentamente, a piccoli passi, prendendo il tempo di goderci ogni belvedere e punto d’interesse dell’itinerario, siamo già arrivati al capolinea. E da lì ricordiamo malinconicamente il tempo che avremmo potuto impiegare esplorando tutti i luoghi, sentendo cosa avrebbero avuto da trasmetterci, ma che abbiamo deciso di velocizzare così tanto, da manco poter prendere l’ultimo respiro.
Un problema diventato esponenziale nell’ultimo decennio. Un cruccio esistenziale nel quale, come tutti gli altri per noi esseri umani, ci siamo messi da soli, con la società che abbiamo modellato. Una società che non ha tempo per il più debole, per il malato, per chi non ce la fa. Non ha tempo per la bellezza (se non quella puramente vana) dell’arte.
Veniamo educati sin da piccolini alla frenesia, anche involontariamente, in una vasca senza fondo in cui siamo totalmente immersi.
E per provare ciò, è sufficiente solo farsi un semplice giro in centro città, rompendosi i timpani con l’assordante suono di quella marea di metallo e copertoni di gomma, che ormai si riversa anche sulla più sperduta stradina di periferia; oppure vedere la noncuranza dei passanti, tutti assorti in accese discussioni telematiche di lavoro o nelle loro urgentissime faccende, mentre quasi sicuramente, e neanche se ne saranno accorti, una povera signora coi suoi bambini chiede la grazia di pur una sola moneta, per cercare di arrivare a fine giornata.
Ma la società per loro non ha tempo.
La diabolica macchina deve essere sempre accesa ed operativa e, soprattutto, alimentata.
E queste persone che rimangono lasciate indietro, non sono altro che scarti, prodotti dello stesso combustibile utilizzato, che deve essere sempre abbondante e, cosa più importante, a bassissimo prezzo.
E come ridurre le persone a combustibile da prezzo all’ingrosso? È molto semplice, più di quanto si pensi in realtà: bisogna solo dar loro la certezza illusoria di poter diventare da olio motore, meccanici del marchingegno, addirittura inventori. Ciò ovviamente solo se avranno dedicato il loro corpo, la loro anima, le loro emozioni e la loro passione per la vita a quest’enorme macchina tritacarne.
Basta lobotomizzare coi social, che vanno ancor più velocemente della luce con i loro algoritmi, fino a farne volere sempre di più, sempre più rapidi, subito e ora, senza rendersi conto che la spanna dell’attenzione si sta riducendo a quella di una mosca. E volenti o nolenti, chi più chi meno, in questa descrizione ci ricadiamo tutti.
È necessario renderci schiavi delle mode e del mercato, del resto non siamo persone, ma consumatori. “Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona”, dice Tyler Durden, co-protagonista dell’opera cinematografica “Fight Club”, tratta dall’omonimo libro dell’autore statunitense Chuck Palahniuk.
Negli ultimi anni poi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, il gioco si fa ancora più duro; per paura di venir declassati tutti quanti a scorie radioattive della macchina della società, dato che è stato scoperto il nuovo combustibile efficientissimo e a costo 0 ovvero per l’appunto, l’AI, ci entriamo in competizione, per ricordare che siamo ancora validi e degni di nota, inseguendo “il desiderio di emulare le macchine rapide create da noi stessi, a differenza del cervello che invece è una macchina lenta”, che “diventa fonte di angoscia e frustrazione”, come lamenta Lamberto Maffei, presidente dell’accademia dei Lincei e autore del testo “Elogio della lentezza”.
Dovremmo fermarci tutti quanti, fare un grande sospiro, prima chiudere gli occhi per poi riaprirli e imparare a guardarci in faccia, a scrutare le nostre espressioni, a capire cosa prova ognuno; dovremmo di nuovo abituarci al calore umano. Dovremmo anche riscoprire la letteratura, la famiglia e trovare il tempo per commuoverci con l’arte e al cospetto della meraviglia mozzafiato di Madre Natura, riconnettendoci con essa.
Dovremmo capire che chi va piano non è menomato e neanche sfaticato. C’è necessità insomma, di tornare ad abbracciare la nostra natura di umani. Per verificare quanto è davvero bello vivere la vita.
Simone Boccuni

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