di Stefano Maria Simone
Prosegue la stagione lirica al teatro Marrucino, questa volta con un insolito abbinamento. Ieri sera, sono andate in scena due opere completamente diverse tra loro: “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo e “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini. Una piacevole novità che ha finito per stupire, emozionare e divertire il pubblico, miscelando, in un colpo solo, i generi teatrali opposti per eccellenza ovvero la tragedia e la commedia. Addirittura giocando con questa antitesi interna alle vicende che vengono presentate, il tutto insieme all’uso ben calibrato delle parole che fuoriescono divinamente dalle ugole degli interpreti. “Pagliacci” è una storia che parla di tradimento e di sangue, in perfetta sintonia con la linea verista di Giovanni Verga e Luigi Capuana, mentre “Gianni Schicchi” è burla e beffa, come un fabliaux medievale. Negli anni, infatti, è diventata quasi una consuetudine rappresentare “Pagliacci” con la “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, adattata proprio da una novella di Verga, considerata la stretta somiglianza delle tematiche. In entrambe le opere, infatti, troviamo al centro della narrazione,un uomo tradito dalla sua donna che per vendicarsi del torto subito arriva a compiere un gesto estremo: l’omicidio dell’amante o della moglie o di tutti e due. L’obiettivo è salvare l’onore e rivendicare un possesso. Nel caso di “Pagliacci”, però, un elemento cruciale è il rapporto tra realtà e finzione, tragedia e commedia che si mescolano fino a confondersi l’un l’altra. Il protagonista è Canio, un attore che nella farsa itinerante che porta in scena, insieme alla sua compagnia teatrale, interpreta il ruolo di Pagliaccio, un marito che patisce l’infedeltà della consorte. Nulla di strano, se non che Canio si ritrova a vivere la stessa situazione del personaggio al quale presta corpo e voce a tal punto da rendere difficoltoso al pubblico capire cosa stia accadendo nella commedia e cosa invece nel privato del teatrante. Qui, la regia di Marco Voleri, ci restituisce un’ambientazione fumosa, circense, a metà strada tra la crudezza e la fantasia dove le abilità dei
giocolieri ed il fascino inquieto dei clown permettono un coinvolgimento maggiore. Siamo di fronte ad un adattamento classico, ben misurato, perfettamente in linea con il periodo di composizione dell’opera ed i rimandi letterari. Completamente diverso, per toni musicali, scenografici e drammaturgici è “Gianni Schicchi” che pur mantenendo la regia di Voleri, segna un distacco netto sia dal soggetto di partenza, lo scambio di persona commesso dall’omonimo dannato citato da Dante Alighieri nel trentesimo canto dell’Inferno reinterpretato in una versione romanzata, e sia dal contenuto del dramma precedente. Questa è un’ opera divertentissima che ruota intorno agli imbrogli di Gianni Schicchi ai danni dell’avida e snob famiglia Donati, la quale cerca a tutti i costi di impadronirsi del patrimonio di un parente defunto, patrimonio che verrà ereditato dal protagonista grazie ad uno stratagemma. Nonostante l’ambientazione originale sia per forza di cose medievale, il regista ha scelto un allestimento moderno che richiama l’estetica anni sessanta. Una decisione che potrebbe far storcere il naso ai puristi ma che non guasta di certo la visione. A dirigere l’orchestra, il Maestro Gianna Fratta, una delle più grandi. È davvero un privilegio vederla nel nostro teatro. In conclusione, posso affermare che “Pagliacci” – “Gianni Schicchi” si è rivelato essere una carta vincente oltre che una splendida sorpresa.

