Stefano Maria Simone
“Renditi invisibile e forse il mondo ti lascerà in pace.” È con queste parole che il drammaturgo Gabriele Di Luca, attraverso la voce di Lori, un’anziana donna paralizzata dal lutto, esprime un profondo senso di solitudine e di isolamento, un doloroso afflato proveniente dalle insenature più nascoste dell’animo umano, carattere fondante della sua pièce “Misurare il salto delle rane” che sabato 3 e domenica 4 gennaio 2026 ha ufficialmente inaugurato la stagione di prosa del Teatro Marrucino di Chieti. Un vero e proprio regalo realizzato con il cuore e impreziosito dalle impeccabili interpretazioni delle attrici Noemi Apruzzo, Elsa Bossi e Chiara Stoppa della celebre e blasonata compagnia “Carrozzeria Orfeo”, attiva ormai dal 2007 con tanti anni di spettacoli alle spalle. Una commedia nera scritta in pochissimo tempo e giunta quasi alla sua trentesima replica che ha già ottenuto molto successo ed un riconoscimento importante: il Premio della critica 2025.
Quella di Gabriele Di Luca è una storia tutta al femminile incentrata su tre personaggi diametralmente opposti tra loro e separati dal gap generazionale. Tre donne di età diverse con caratteri diversi e sulla carta monadi indipendenti che gravitano in un luogo non luogo avulso dal tempo presente e futuro ma bloccato nella memoria di un passato tragico, in un 1995 stilizzato e funzionale al racconto. L’ambientazione è cupa, nordica, dormiente e mai specificata e che rammenta la cornice del romanzo giallo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. A fare da sfondo alla vicenda, sulla scena illuminata tiepidamente, tre sezioni autonome e dislocate che si incastrano alla perfezione con vari spostamenti di focus man mano che la storia procede, alla maniera degli innumerevoli adattamenti oltre oceano del dramma “Il Dubbio” di John Patrick Shanley e vincitore del Premio Pulitzer nel 2005. Abbiamo una legnaia sulla sinistra, una panchina sulla destra e al centro un antico casolare incastrato in una palude nei pressi di un lago, confidente silenzioso delle tre donne che non viene volutamente rappresentato sul palcoscenico in quanto situato al di fuori dello stesso e della finzione teatrale, un passo al di là della quarta parete, come se lo specchio d’acqua, verso il quale rivelare segreti e pensieri privati, fosse la platea. Si instaura quindi un continuo dialogo senza che però, una delle due parti, l’inesistente prima della ribalta, possa rispondere.
La pièce ci presenta subito una situazione iniziale fatta di alienazione, consuetudini e non detti, presto destinata ad infrangersi con l’inserimento di un elemento pronto a turbare il fragile ordine tenuto insieme da ricordi che pesano come macigni e che vengono definiti menzogne. Lori e Betti, zia acquisita e nipote, vivono isolate dal paese vicino in una solitudine forzata che ha origini lontane e tragiche. Una morte che aleggia sulle loro vite. Morte che fatica ad essere dimenticata. Morte che non scorre sulla pelle temprata di Lori, donna severa, dura e autoritaria, una madre afflitta che non si perdona per quanto accaduto e che si nasconde dietro la canzone “Little Girl Blue” di Janis Joplin, una comfort zone che scandisce i suoi momenti di tristezza. Morte che viene evitata dalla problematica ed esagitata Betti, una ragazza che si isola dalla vita intraprendendo la bizzarra ma simbolica strada di allenatrice di rane. Ne misura la lunghezza dei salti, in maniera maniacale, paragonandoli a piccole gioie e interrogandosi sul fardello della felicità. Illusioni, nulla più che semplici illusioni. La morte è soltanto una sensazione chiusa fuori da una porta che è rimasta aperta. Lori e Betti litigano incessantemente nel tentativo di tenere lontani i ricordi ed impedire che il dolore ritorni. Dolore che ha agito irrigidendo la zia ed ingigantendo i comportamenti antisociali della nipote. Betti è una ladra, è violenta ed è ossessionata dai colori dei cioccolatini “M&M’s”, scartando quelli gialli e verdi che non le piacciono sulla base del trauma collegato al lutto. Atteggiamenti interpretabili come esplicite richieste d’aiuto. Ecco allora giungere Iris, una giovane donna dalla vita normale ma segretamente sola anch’essa, che irrompe nelle esistenze devastate di Betti e Lori, totalmente scollegata da loro seppur mossa da un frammento essenziale dei ricordi sopiti di zia e nipote. Ella simboleggia il rapido scorrere del tempo ed il superamento di ogni fermo. Con la sua presenza destabilizza la situazione sedimentata dall’afflizione ed in un certo senso la scuote e ne favorisce la risoluzione costruendo lentamente un solido rapporto insieme alle altre due protagoniste intessendo un’alleanza femminile, a dispetto delle difficoltà incontrate, che le porta ad una reciproca maturazione e ad un cambiamento nei confronti di loro stesse e di ciò che le circonda. Una pace interiore raggiunta scavando ognuna nel proprio cuore. Un nuovo equilibrio dopo lo squilibrio dell’equilibrio iniziale, così come teorizzava Andrè Gardies, frutto della vittoria della vicinanza sulla solitudine, una leopardiana social catena.
La scrittura di Gabriele Di Luca è fresca, americaneggiante nello stile e cinematografica nella messa in scena. Ha un che di Raymond Carver, incredibile autore statunitense, nel linguaggio e nella capacità di catturare l’autenticità dei personaggi e nel mostrare situazioni già avviate nelle quali lo spettatore viene scagliato all’improvviso ed immerso fino a che non ne è estratto da una rete da pescatore che lo allontana dal fondo e lo porta ad immaginare le possibili continuazioni. Il ritmo è serrato, costituito da silenzi, bui e pause che fanno più rumore delle parole. Queste poi, sono impiegate in svariati modi, dalle battute sprezzanti di Lori ai delicati e lirici monologhi di Iris esternati ad un registratore. Una macchina che li tramanderà per sempre con tutta la dolcezza espressa. Sono le memorie di una donna coraggiosa che si stacca dalla frenesia della realtà per uscire dal tempo, un orologio rotto, e farlo ripartire grazie ad una rinnovata consapevolezza.
“Misurare il salto delle rane” è un’esperienza, un percorso da compiere, una storia d’impatto che imprime orme indelebili nel nostro vissuto e in ciò che dobbiamo ancora esplorare.
