#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava

#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava – La mafia siamo noi

Di “libri riflessione” oggi ne potrei citare centinaia. Invece non ve ne cito nemmeno uno, tanto non mancheranno di segnalarveli sui social, in tv, sui giornali. E ben vengano queste segnalazioni, ma sono inutili, se non comprendiamo una cosa, un concetto fondamentale che è alla base di ogni riscatto sociale, di ogni forma di ribellione contro il male.

Il primo libro che ho pubblicato con il marchio Chiaredizioni, nel 2017, si intitola “Da qui ho un posto comodo”, dell’autore siciliano Andrea Magno. Tra le diverse poesie ce n’è una che si intitola “La mafia siamo noi”, che ha fatto storcere più di un muso. La stessa cosa che voglio fare io adesso. 

Ma andiamo con ordine.

Partiamo da quei giorni. Dal funerale. Vedo un prete, quasi insensibile, accanto ad un microfono. Tenta di suggerire cosa dire alla vedova Schifani, poco più di una bambina, con il bel viso disfatto dal dolore. “Io vi perdono, ma voi vi dovete mettere in ginocchio…” e poi nel pianto “loro non cambiano, non cambiano” e il pretino che incita a riprendere la lettura, il canovaccio. “Se avete il coraggio”, suggerisce il pretino e la vedova che urla “…di cambiare, loro non vogliono cambiare, loro non cambiano”. E il pretino che allontana il microfono… addirittura la rimprovera! A lei, una bambina a cui hanno appena ammazzato il marito poliziotto!

Quel pretino siamo noi, sono io! Stiamo lì a suggerire, si pentono si pentono, e la povera vedova Schifani “no che non si pentono, non si pentono!”

E infatti non si sono pentiti, di lì a poco ne hanno fatto saltare in aria un altro. 

E poi? Abbiamo vinto? L’abbiamo preso? Ma chi, la belva? Che sguardo da star quando lo hanno arrestato anni dopo, salutava addirittura! Io vostro onore? Io il capo della mafia? Ma no, io sono un pensionato, un povero vecchino. Mi lasciasse andare, mi facesse uscire signor giudice, equivoco c’è stato.

Ma che bello dare la colpa al nano malefico, al cattivo di turno, al nonnino che sembra così buono e invece era spietato, cortu sì, ma dalla lunga lista di reati, di morti, di lutti.

Bello, bellissimo. Perché non ci tocca, non mi tocca. Io? Che ci trase io? Io stavo qui, in Abruzzo. Che se stavo in Sicilia gliel’avrei fatta vedere io. Ma sono qui e quindi… Buon per loro!

 E poi, ci pentiamo noi? E io? Mi pento? Le vedove Schifani dicevano a me? 

A me? Ma no, a me no, io c’ho famiglia, le figlie da mandare all’università, una moglie, i genitori, fratelli, cognate, nipoti, devo pensare a loro. Ci penserà qualcun altro ai cattivi, ci penserà Falcone, Borsellino, ci penserà Caponnetto, Giuliani e le altre centinaia di persone che hanno lasciato le famiglie, le famiglie che ancora li pensano, che ancora parlano con una fotografia. E Questi? Non c’avevano famiglia Questi?

Oppure ci penserà Montalbano. Ecco sì, lasciamo fare a lui, ché lui è bravo, lui dei mafiosi ci va pure a casa e vedi se non li arresta tutti… 

E allora dovrebbe arrestare anche noi, anche me. Perché la mafia siamo noi! La mafia siamo noi quando facciamo finta di niente, quando guardiamo, ma non vediamo. 

(Ir)riconoscente mi giro dall’altra parte, nel silenzio a guardare, mentre terra brucia, intorno ai morituri.

Anni fa l’ho conosciuto uno di quei magistrati che combattono in prima linea; era venuto a tenere un corso di team coaching ai docenti di un’accademia dove insegnavo. C’era brusio nella sala, ma quando cominciò a parlare calò un silenzio irreale. Non parlò di imprese memorabili o di arresti eccellenti. Ci raccontò, invece, di quando una sera, all’uscita da una pizzeria, un carabiniere della sua scorta, accortosi che poteva esserci un pericolo, gli fece scudo con il proprio corpo, perché quello era il suo dovere. O di un prete, molto diverso da quello citato prima, che ogni giorno viveva con la sua gente, combattendo il male dall’interno. Perché quella era la sua missione.

Persone semplici, non supereroi, persone semplici che semplicemente hanno deciso di non girarsi dall’altra parte. In Sicilia, in Abruzzo, in tutto il mondo. 

Ed è inutile prenderci in giro, batterci il petto e pensare “poverini”. Sino a quando non faremo così, come quel Carabiniere, quel prete, quel giudice, quel pensionato, sino a quando non saremo così, allora la mafia siamo noi!

 

 

Recensione a

Il Rifugista

di Massimo Galante

di Katia Agata Spera

 

La scrittura di Massimo Galante è una corrente lineare che conduce al mare delle soluzioni e rivelazioni, è chiara ed accattivante, ricca di contenuti e carica di emozioni.

Il suo ultimo lavoro è il romanzo “Il Rifugista”, edito da Edizioni Il Viandante, arrivato in libreria e negli store online nel mese di  marzo 2021.

In questa sua opera le pagine scorrono fluide e con esse la vita del protagonista, Massimiliano, affermato geologo alla ricerca della sua nuova identità personale, rassegnato agli eventi che hanno portato una cesura alla sua agiata quotidianità. Massimiliano avvinto dalla   lettura   di   un   libro, “Monte   Cinque” di Paulo Coelho, viene illuminato da alcuni versi: È sempre necessario sapere quando si conclude una tappa della vita. Se tu insisti a rimanere in quella stessa tappa oltre il necessario, perdi la gioia e il significato di tutto il resto. Animato da queste parole sceglie di mettere in ordine la propria realtà e lo farà in modo inaspettato, in una dimensione onirica, in cui il sogno diviene il custode del sonno. Un sonno di attesa e resilienza. 

Massimiliano, con il suo bagaglio d’esperienza di geologo e alpinista ritrova sé stesso, valorizzando quella parte di vita che lo aveva accostato alla sua compagna Elena, incontrata sulle piste da sci, dopo essersi separato dalla moglie. Percorrendo i decenni, reinventa la sua persona in un rifugio sulla Maiella: la montagna che gli ha dato i natali. 

Il viaggio dell’anima diviene un itinerario materiale. Nel romanzo sono descritti luoghi reali, seppur traslocati in un prossimo futuro che tocca gli anni 2050. Nel testo si aprono sentieri che portano il lettore a percorrere i paesaggi più nascosti dell’Abruzzo montano, descritti dall’esperto scrittore in modo certosino, fino a lasciare il lettore con la grande curiosità di volerli visitare.

Il trionfo del romanzo di Galante non è il protagonista, né i tanti personaggi che vi ruotano intorno, definiti nel temperamento, nei ruoli, nei nomi e nell’età, neanche gli animali descritti nell’aspetto e nelle caratteristiche che divengono amici e compagni di vita:

la star assoluta del romanzo è la natura, senza specie né generi, la natura incontrastata, che prende il sopravvento, che esplode nei profumi, nei colori e nel vigore, la terra che sboccia instancabilmente a vita nuova, che incanta e distrugge, la terra e la montagna che sanno essere madri e matrigne. Il fulcro del romanzo è la vita ed il fascino dei misteri che racchiude oltre le possibilità intuitive e cognitive dell’intelletto umano. 

Un concerto di emozioni rivela la debolezza ma anche la inaspettata spiritualità di Massimiliano. L’emarginazione e l’isolamento corporale si trasformano in ospitalità, accoglienza e operosità che si spingono al di là delle sue forze. 

Il Rifugista sa bene dove rifugiarsi, in ogni suo passo, per non perdere la bussola che gli indica sempre il punto esatto per la sopravvivenza, nella scalata delle vette più ardite alla umana resistenza. 

Tutto si compie in un viaggio condotto in un tunnel senza attriti, dove prevale la volontà di riemergere per tornare a rivedere le stelle, come auspicato da Dante nel suo viaggio nell’ultraterreno. Massimiliano conquisterà lo spazio e il tempo ascendendo i meandri della sua interiorità con il figlio Emanuele nella mano e la sua amata Elena nel cuore.

Dopo aver sperimentato gli abissi più profondi della propria coscienza riesce a trovare lo slancio per riemergere a nuove verità. I presagi della immaginazione di Massimiliano si faranno verità nel suo nuovo divenire.

Per Massimo Galante scrivere è un avvicinarsi alla propria anima nella sublime cornice di paesaggi che gli appartengono, una sorta di catarsi che lo conduce ad una sorgente liberatoria, da qui il piacere di donare le sue parole ai lettori che faranno tesoro del suo instancabile lavoro da scrittore. 

Tre sono gli elementi imprescindibili nei romanzi di Galante, così come nella sua vita: l’uomo, l’amore e la natura.   

Encomiabile il gesto dell’autore che devolverà metà del ricavato dalla vendita del suo volume in beneficenza a favore dell’“A.G.B.E. OdV – Associazione Genitori Bambini Emopatici Oncologici e Leucemici”, per il sostegno dei progetti destinati ai piccoli pazienti affetti da Leucemie e Tumori, in cura presso il Reparto di Oncoematologia dell’Ospedale Santo Spirito di Pescara.

 

 

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