MASCHERE E FESTA, LA SETTIMANA DEI TRAVESTIMENTI. NEL CARNEVALE L’IDENTITÀ CULTURALE DEI POPOLI DEL MEDITERRANEO

Chieti. Carnevale 2011

 

Di Angela Tiberio, docente di latino e greco del Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” di Lanciano

“Quant’ è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia !
Chi vuol esser lieto, sia:
Di doman non c’ è certezza.”
Recita così il ritornello della Canzona di Bacco, composto da uno dei più grandi capi di stato della nostra nazione, il fiorentino Lorenzo de’ Medici, politico fine e arguto, uomo di cultura e poeta. Era il Carnevale del 1490: il signore di Firenze partecipa alla festa popolare con un canto per uno dei tanti cortei cittadini, inneggiando alla liberazione delle forze vitali e dell’ istinto, ai diritti della corporalità, alla spensieratezza e ai godimenti materiali.
Il tema della caducità della vita ( “di doman non c’è certezza” ) presto avrebbe indotto alla penitenza religiosa ( Quaresima ) e alla repressione dei sensi in vista del premio della Resurrezione ( Pasqua ) e della salvezza eterna.
Ma il Cristianesimo, pur totalizzante, che dall’ Alto Medioevo aveva informato della sua dottrina tutto il pensiero e la condotta di vita delle popolazioni europee, non era riuscito ad estirpare i riti e i culti inneggianti alla fecondità e alla rinascita della natura dopo il gelo e la morte dell’ inverno.
È questo il senso del Carnevale.
Affonda le sue radici nel paganesimo popolare primitivo, nella culture più antiche dei popoli che si affacciano nel Mediterraneo, che nel periodo gennaio/febbraio osservavano i primi cenni del risveglio della natura e li celebravano.
La lenta ripresa del vigore naturale era accompagnata dai canti di cortei di devoti del dio Dioniso: giovani riuniti in baldoria, spesso fallofori, portavano in processione il fallo, simbolo di fecondità, di vita, di rinascita. I fallofori, incoronati di rami e fiori, sfilavano per le vie dei villaggi accompagnati da canti e danze, e potevano provocare i presenti ricoprendoli delle loro beffe.
Era il Carnevale greco: esprimeva la pienezza esuberante della vita e tendeva a stimolare con ogni mezzo lo sviluppo e la crescita. Elemento costante era l’ invettiva allegra scambiata fra i partecipanti alla festa: i gioiosi personaggi potevano andare in giro anche su carri e riversavano sui presenti rovesci di scherzi, parole crude e scurrili. Dietro la beffa e il linguaggio scurrile, inerente alla sfera sessuale, c’ è l’ idea della forza apotropaica dell’ oscenità, che allontana il male e propizia la vita e la fecondità.
Insieme ai cortei giovanili dei festanti fallofori, il clima di gioia pre-primaverile poteva essere animato anche da folle di contadini che sfilavano di notte per le città e intonavano canti di rimostranza davanti alle abitazioni dei signori cittadini che, in qualche caso, avevano fatto loro dei torti. Per non farsi riconoscere, giravano con il viso coperto da una “maschera” di feccia, materiale facilmente reperibile in un contesto agricolo votato principalmente alla viticoltura. Si spiega così anche la nascita della maschera, che ha la funzione di nascondere l’ identità del soggetto che la indossa, affinchè egli possa liberare con tutta spontaneità e licenziosità la sua carica esplosiva di battute irriverenti.
Il dio che presiedeva a queste forme varie di riti era Dioniso ( il Bacco dei Romani a cui si riferisce anche la Canzona di Bacco di Lorenzo ): dio della vita nella sua istintività , dio della fecondità e della rinascita, dell’ ebbrezza e della follia, dell’ irrazionalità e della conoscenza estetica. Quando in età classica greca quei riti furono organizzati dallo stato in feste vere e proprie, esse cadevano esattamente nel periodo fine gennaio / febbraio; erano le Lenee e con esse nacque il teatro e la commedia.
Il Cristianesimo non potè cancellare del tutto nel sentimento popolare, legato a celebrazioni primordiali e che esprimono l’ identità dei popoli del Mediterraneo, il rapporto fisico degli uomini con i tempi della natura. La festa permane, gli spazi si riducono fino ad essere confinati da un tempo che va dalla fine di gennaio a quaranta giorni prima della Pasqua ( ultimo giorno è Carnevale , carnem- levare = togliere la carne ), oltre i quali non si può andare perchè bisogna, insieme a Cristo che si ritira nel deserto a pregare, prepararsi al sacrificio e alla Resurrezione.

 

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