L’Oreste:una storia di solitudine

di Annalisa Giuliani

In scena al teatro comunale di Atessa L’Oreste di Francesco Nicolini con la regia di Giuseppe Marini, interpretato da Claudio Casadio.
Il sipario si apre su una luna che si muove lenta tra le stelle, una danza sulle note incerte di un uomo insonne che canta una canzone antica: “parlami d’amore Mariù”.
Ed è racchiusa tutta in quella richiesta d’amore la vita dell’Oreste. L’amore è una implorazione, un grido soffocato tra i pensieri che si ingarbugliano, una mancanza, un vuoto che devasta.
Una vita segnata dalla tragedia. Un’Orestea contemporanea che inizia, come la più antica tragedia con la morte di una sorella e con la vendetta di una madre che ritiene responsabile il padre di quella morte. L’Oreste rifiutato, abbandonato e rinchiuso in un orfanotrofio uscirà due volte, una per vedere il mare e l’altra per uccidere la madre, un crimine che lo porterà in carcere e in manicomio. L’Oreste non è Ορέστης l’eroe greco, ma è un uomo spezzato che fugge dalle sue Erinni: fantasmi, incubi, ricordi. Sopravvive inventando l’Ermes un compagno di stanza e Mariù una innamorata alla quale scrive lettere d’amore mai spedite. Rinchiuso in quella stanza, l’Oreste comunica con il pensiero con il padre e con la sorella che appare di sera e che implora di restare . Disegna incessantemente l’Oreste, disegna quei pochi luoghi visitati e quei tanti immaginati e vagheggiati. Disegna sui muri le lettere di un alfabeto anche esso inventato e forse in quegli strani segni grafici l’Oreste sta scrivendo una sola parola : “amore”.
Non c’è salvezza, nè redenzione per l’Oreste, nessuna libertà. Non sarà la legge Basaglia a concedergli la libertà, non sarà un destino misericordioso a concedergli grazia. La libertà avrà solo il sapore di un caffè troppo amaro e di un nuovo rifiuto e di una eterna derisione. Non resta che tornare nello spazio angusto della sua stanza tra le sue poche cose e la sua affollata solitudine. Non resta che partire davvero verso quella meta da sempre agognata: la luna con i suoi mari dai nomi dolci. Mare Nectaris,
Mare Serenitatis, Mare Tranquillitatis. Forse è nell’infinito che troverà finalmente l’amore.
L’Oreste è un racconto poetico che scorre nell’ordito delle immagini di Andrea Bruno, proiettate nel fondo e una trama di parole fitte di Claudio Casadio. Parole che invitano ad una riflessione: l’esistere ha significato solo nell’amore, nei sentimenti di benevolenza e reciprocità. È nella relazione con l’altro che si definisce e costruisce l’umanità.

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