La città, il servizio, la memoria: il viaggio di Aurelio Bigi attraverso la vita culturale di Chieti

Ci sono persone che, nel corso degli anni, diventano riferimenti silenziosi della vita di una comunità. Non cercano visibilità, non rincorrono ruoli, eppure la loro presenza attraversa istituzioni, generazioni e luoghi con una continuità che lascia un segno profondo.

A Chieti, una di queste figure è Aurelio Bigi, testimone e protagonista di decenni di trasformazioni culturali, sociali e associative. La sua storia sfiora mondi diversi: il sindacato, lo scautismo, il teatro, la ricerca storica, il servizio associativo, fino alla progettazione di eventi che hanno animato l’identità cittadina per anni. Non è un elenco di ruoli, ma una traccia coerente di una vita dedicata al servizio e alla cura della comunità.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo percorso, le sfide affrontate e la visione con cui guarda al futuro.

D. Bigi, qual è il primo ricordo che la lega alla sua città?

R. Da bambino rimasi colpito dalla processione del Venerdì Santo. Quel silenzio collettivo, quella compostezza condivisa, fu la mia prima vera lezione civica. Capii che una comunità non è fatta soltanto di persone che abitano lo stesso luogo, ma di gesti e simboli che la uniscono. Nel mio libro “Lu Vinirdì Ssante a Chiéte” ho cercato di raccontare proprio questo: un rito antichissimo in cui ancora oggi i teatini si riconoscono.

D. I suoi percorsi sono tanti: sindacato, scautismo, teatro, associazioni, ricerca storica. Cosa li unisce?

R. Il servizio. È la linea che attraversa tutta la mia vita. Nel sindacato, nei gruppi scout, nelle attività culturali, nella ricerca, e anche nella mia esperienza come presidente del Rotary, ho sempre cercato di restituire qualcosa alla città e di essere utile.

D. Quanto lo scautismo adulto ha influenzato la sua visione del territorio?

R. Lo scautismo mi ha formato fin da bambino: da lupetto imparai a fare quotidianamente la Buona Azione. Da Esploratore seguitai in questa esperienza. Da giovane Rover imparai a servire il prossimo. Sarebbe un peccato se, arrivati ad una età adulta, questa abitudine verrebbe accantonata. Ecco allora la scoperta, agli inizi degli anni Ottanta, che esisteva il Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani. In Abruzzo non esisteva. Pensai che fosse un grande vuoto e decisi di fondarlo io stesso nella regione. In due o tre anni nacquero nuove comunità un po’ ovunque, segno che quella proposta rispondeva a un bisogno reale.

Lo scautismo adulto è un servizio forte, concreto, fatto da quindici venti persone che mettono insieme energie e valori. Nel MASCI riuscimmo a realizzare iniziative che sono rimaste nella memoria collettiva: a) le Olimpiadi Regionali Scout, che durarono oltre venticinque anni e coinvolgevano ogni anno più di mille ragazzi da tutto l’Abruzzo; b) il progetto “Salviamo l’albero”, che con l’assessorato alle Foreste, guidato da Paolo Ciammaichella, diventò una campagna regionale di grande impatto; c) la rivalutazione del Medioevo teatino, da cui nacque poi l’associazione Teate Nostra, inizialmente fondata interamente da adulti scout del MASCI.

Con Teate Nostra, di cui fui Presidente dalla sua costituzione al 2000, organizzammo dal 1994 la Settimana medievale tesa a far conoscere la storia medievale di Chieti, dal 1995 l’Infiorata del Corpus Domini di Chieti e il Presepe Vivente, che in pochissimi anni richiamò diverse decine di spettatori in una città trasformata, grazie alle 40 scene popolari e bibliche attrezzate da una ventina di associazioni ecclesiali. Nel 1996 fu la volta del 1° Carnevale teatino che coinvolse scuole, scuole di ballo, associazioni circoli, contrade. Tre giorni di festa a Chieti centro e a Chieti Scalo. Interessante fu anche l’iniziativa tesa a ridisegnare la processione di San Giustino. Partendo dal fatto che questo Santo non è solo protettore di Chieti, ma dell’intera sua Diocesi, abbiamo invitato al corteo che da San Giustino arrivava alla chiesa della Trinità tutte le feste popolari della Diocesi (Banderesi di Bucchianico, Talami di Orsogna, Farchie di Fara F.P., Serpari di Pretoro e di Villamagna, i Saraceni di Villamagna, le Verginelle di Rapino, il Toson d’Oro di Vasto, le Donne con la Conca di Guardiagrele e Roccamontepiano, le Panicelle di San Biagio di Taranta Peligna). Alla Trnità prelevavano la statua di San Giustino e il Corteo diventava Processione e riportava San Giustino in Cattedrale. Molte di queste iniziative durarono nel tempo. Qualcuna fu interrotta, ma credo che oggi meriterebbero un ripensamento serio: hanno ancora molto da dire alla città.

D. C’è stato un incontro decisivo per l’inizio della sua esperienza al Teatro Marrucino?

R. Sì. Un giorno mi chiamò il sindaco Nicola Cucullo. Un uomo diretto, poco incline a lasciarsi condizionare dalle appartenenze. Mi disse: «Mi piace quello che fai con Teate Nostra, a prescindere da tutto. Voglio affidarti il Teatro Marrucino.» Per me fu una sorpresa, ma anche una grande scommessa.

Dal 1996 al 2006 il teatro fece un salto di qualità notevole. Cucullo aveva capito la centralità del Marrucino: acquistò l’Eden, il Palazzo Massangioli, il Supercinema, immaginandoli come spazi interamente dedicati alla cultura. Quando nel 2006 mi tolsero l’incarico, certo, mi dispiacque. Anche perché si interruppe una crescita della città, che stava vivendo una stagione culturale ricchissima. In quegli anni ci ponemmo un obiettivo ambizioso: diventare teatro di tradizione, per anni il sogno di Mario Zuccarini. Per farlo dovevamo iniziare a produrre lirica. Costruimmo tutto da zero: laboratorio orchestrale, laboratorio corale, e poi orchestra e coro di professionisti, laboratorio sartoriale, laboratorio scenografico, scuole di recitazione, corsi di danza antica e moderna, scuola di alto perfezionamento vocale. Tutto con risorse ridotte, ma con persone straordinarie: Sergio Rendine e Gianluigi Gelmetti. Quest’ultimo, allora era direttore artistico del Teatro dell’Opera di Roma, operò a Chieti gratuitamente: puro volontariato. Lo stesso fece Rendine fino a quando non ottenemmo un buon finanziamento dalla Regione. Cartelloni che ci invidiavano in tanti, orchestra e coro preparati. Non a caso fecemmo tre mondovisioni. Memorabile quella fatta dalla Terra Santa, nella Basilica della Natività e poi mandata in onda su Rai1 la mattina di Natale.

La prosa la affidai a Natalia Di Iorio, che portò al Marrucino cartelloni unici e in esclusiva per Abruzzo.

D. Poi arrivarono la Settimana Mozartiana, il Premio Antonio Giulio Maiano e tante altre manifestazioni di enorme successo. Come nacquero?

R. La Settimana Mozartiana nacque da questa considerazione: allestire un’opera lirica costa e in un teatro come quello di Chieti può essere fruibile da un massimo di 450 persone, da moltiplicare per tre repliche. Una Settimana Mozartiana, il cui costo può uguagliarsi all’allestimento di un’opera lirica, può arrivare a decine di migliaia di persone. La filosofia che ne stava alla base non era troppo dissimile da quella che esistente per il Presepe Vivente. Chieti è una bella città, sia nella parte più centrale (Corso, Villa Comunale) che nei rioni ricchi di piazzette, vicoli, angoli caratteristici. Modi, questi, per far conoscere la città ai teatini e ai turisti.

Molti mi chiedevano: «Perché proprio Mozart?» Perché nessun autore locale, neppure il grande Francesco Paolo Tosti, avrebbe potuto sostenere una settimana intera di repertorio. Ed allora bisognava scegliere diversamente. Ho chiesto a diversi del campo chi fosse stato il più grande musicista. E tutti mi risposero Mozart. Mozart vissuto nel Settecento, secolo che vide un gran rilancio di Chieti e del quale conserviamo diverse chiese, costruzioni. Il secolo di Selecchy. Insomma… ci si poteva lavorare sopra. Una settimana diffusa, elegante, popolare e raffinata insieme. L’evento ebbe un successo enorme, riconosciuto ovunque. Vederlo, dopo la mia uscita dal Teatro, trasformato in una sorta di sagra, mi è dispiaciuto. La Settimana Mozartiana fu ideata da me, e si avvalse, per la parte musicale, della direzione artistica di Sergio Rendine. Fu un lavoro di squadra che diede alla città un’identità culturale precisa.

In quegli anni inventammo anche il Premio Antonio Giulio Maiano, nato subito dopo la scomparsa del regista teatino. Con una giuria presieduta da Ugo Gregoretti, premiammo il meglio della produzione televisiva italiana. Furono edizioni bellissime. Chi venne dopo non ritenne opportuno proseguire questa iniziativa. Negli ultimi anni si è provato a rianimarlo, ma il Premio non ha più ritrovato la sua forma originaria.

D. Nella sua esperienza culturale ci sono anche iniziative a costo zero nelle case di riposo.

R. Sì, fu una iniziativa che nacque nel 2018, anno in cui ero presidente del Rotary Club Chieti. Poi si è ampliata con la fattiva partecipazione della Comunità MASCI Chieti 1 e dell’International Fellowship of Scouting Rotarians. Il concetto che ne sta alla base è quello di chiedere ai vari gruppi musicali e corali, musicisti vari del nostro territori, di andare a fare una loro prova all’interno della Casa di Riposo. Un’attività di puro volontariato, senza costi per nessuno. Ma che produce gioia agli ospiti di questa e agli stessi musicisti. Mi fa piacere vedere che tutti i gruppi contattati rispondano positivamente all’invito. Anzi è un’attività che fanno con grande piacere. Questo si rende possibile per l’attività delle suddette tre strutture organizzative e per la disponibilità dei gruppi musicale e vocali.

D. La sua attività di ricerca storica è molto intensa. Perché continua a farlo?

R. Perché la memoria è fragile. Una città senza memoria perde identità. Nei miei libri: “Lu Vinirdì Ssante a Chiéte”, “Il Teatro Marrucino dal 1996 al 2006”, “Carrozze e Cavalli”, “Chieti e l’Abruzzo Citeriore nel Settecento”, “Confraternite d’Abruzzo”, “Teate medievale”, “La Banca d’Italia a Chieti dal 1893”, ecc. ho cercato di custodire ciò che rischia di andare perduto.

D. Se la prossima amministrazione le chiedesse un incarico in giunta, accetterebbe?

R. Io non ho mai cercato ruoli, mi sono attivato quando mi è stato chiesto di farlo. Mi piace ricordare che un giorno Nicola Cucullo mi chiamò nel suo ufficio. Qui trovai diversi giornalisti e mi presentò come nuovo assessore alla cultura. Fu una sorpresa, ma l’idea mi piacque. Rilasciai anche una intervista. Ma il tutto durò poche ore perché all’indomani mi telefonò il Segretario Generale del Comune per sapere chi si sarebbe occupato del Teatro perché le due cariche erano incompatibili. Scelsi allora senza esitazione di rinunciare all’assessorato – e ai benefici economici e di permessi lavorativi conseguenti – per rimanere al teatro e continuare a sostenere le iniziative culturali della città. Era lì che sentivo di poter dare davvero qualcosa a Chieti. E feci bene perché subito dopo il Teatro Marrucino divenne Teatro Lirico d’Abruzzo, con un buon finanziamento, e Teatro di Tradizione. Un obiettivo che il Marrucino perseguiva da decenni. Se avessi abbandonato, quasi certamente questi due riconoscimenti non sarebbero arrivati.

D. Come vede Chieti oggi?

R. È una città con un potenziale enorme. Ha tutto quello che le occorre per fare un grande salto di qualità, ma ha bisogno di ritrovare visione e continuità. La sua storia è forte, la cultura è radicata: manca la spinta a crederci davvero. E deve comprendere che il turismo può dare una grossa mano all’economia cittadina, ma va gestito senza improvvisazioni, ma con un disegno organico e possibile. Qui manca l’essenziale. Bisogna creare un ufficio informazioni centrale, un gruppo di guide per permettere visite guidate alla città. Qui un turista che viene da fuori non ha punti di riferimento. Non ha neanche la possibilità di acquistare qualche prodotto o souvenir da portare a casa. E pensare che per anni, decenni abbiamo avuto assessori preposti a questo!

D. E il futuro che immagina per Chieti?

R. Un futuro in cui le persone tornino a sentirsi parte di un progetto condiviso. Dove tradizioni e iniziative non siano solo rievocate, ma vissute e rinnovate. Chieti ha sempre avuto passione e intelligenza culturale: sta a noi farle riemergere. Basta a delegare e poi essere pronti a criticare qualsiasi cosa nuova avvenga. Il popolo teatino è assente dalle scelte. Non è un popolo, come lo sono diverse città anche abruzzesi disposte a scendere in piazza e lottare per il bene della città. Nessuno regalerà a Chieti qualcosa, bisogna lottare per avere ciò che ci compete per la nostra storia passata e presente. Sembrerebbe che per un gioco politico l’Abruzzo debba investire su L’Aquila e Pescara. A Chieti e Teramo, briciole.

Ringraziamo Aurelio Bigi per la sua disponibilità e per aver condiviso con noi il suo viaggio e la sua dedizione a servizio della vita culturale della città di Chieti.

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