Il Salotto Culturale del Venerdì prende il via al “Bonincontro” il 17 novembre con un titolo accattivante: “Chieti nell’Ottocento: Carrozze e cavalli”

Già dallo scorso anno la Comunità MASCI Chieti 1° ha curato un ciclo di conferenze alla Biblioteca “Bonincontro” di Chieti Scalo (Villaggio Celdit).  Ottimi i relatori e gli argomenti trattati che hanno fatto registrare sempre la presenza di un nutrito pubblico. Anche quest’anno ripeterà un secondo ciclo: ogni terzo venerdì del mese, con inizio alle 17,30.

Queste le date e gli argomenti in programma:

17 Novembre  2023 Aurelio Bigi Chieti nell’Ottocento: Carrozze e Cavalli

15 Dicembre   2023 Giancamillo Marrone Il Teatro, una finestra sul mondo

19 Gennaio     2024 Ermanno Di Bonaventura La solidarietà energetica, economica, sociale e sanitaria

16 Febbraio    2024 Gilda Pescara Insieme verso la giornata della Memoria e dell’impegno, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

15 Marzo        2024 Paride Massari Sicurezza sul Lavoro: sogno o realtà?

19 Aprile         2024 Marcello Benegiamo,              Le grandi fabbriche italiane: CELDIT Cellulosa Alberto Manganelli, d’Italia. Il metodo Pomilio. Mimmo Puracchio

La prima conferenza in programma darà uno spaccato della vita teatina dell’Ottocento. Una città con tanti nobili e quindi tante eleganti carrozze e, di conseguenza, tante persone addette alla cura dei cavalli e delle carrozze. Si pensi che nel XVIII secolo a Chieti vi erano 114 tra nobili e benestanti e 187 lavoratori delle scuderie (tra calessieri, cocchieri, sellari, staffieri, stallieri, ecc.). I cavalli portavano tanto lavoro. Si pensi ai maniscalchi, ai veterinari, ma anche ai contadini per la fornitura di paglia, fieno, biada, fave, ecc. 

Tra le stazioni di posta a noi vicine degna di evidenza è la Taverna ducale di Popoli, proprio al centro di questa bella cittadina.

 

Questi numeri crescono se consideriamo anche il servizio postale che garantiva il trasporto della posta e dei viaggiatori da Chieti a Napoli e viceversa.

Per descrivere il mastro di stalla giunge ad hoc la definizione che di questo diede Vittorio Mioni. “Il mastro svolge la triplice funzione di capostazione, per usare un termine attuale, di ufficiale della posta e di albergatore”. Questo era solitamente scelto tra uomini di una certa dirittura morale ed economica e doveva essere un uomo risoluto e pratico, utile ai viaggiatori e ai vari postiglioni per il cambio di cavalli necessario per la prosecuzione del viaggio, per dare assistenza alle necessità dei cavalli e delle persone, offrendo ospitalità con un buon ristoro e, possibilmente, con il pernottamento, che gli permetteva un maggior guadagno. Non a caso il mastro di stalla consigliava, già da prima dell’imbrunire, di non avventurarsi nel viaggio per via della strada pericolosa, ma di cenare e dormire lí e riprendere il cammino all’indomani, freschi e alla luce del sole. 

Il Mastro doveva essere utile anche alle autorità del luogo, alla gendarmeria e alle forze di polizia. Ecco quindi che doveva accertarsi dell’identità di chi passava nella stazione del cambio di cavalli, essere attento ai discorsi che si facevano, magari dopo una ricca bevuta di vino, doveva riferire di discorsi strani che nascondevano reati commessi o in via di realizzazione. Doveva essere bravo a trattenere persone fortemente sospette, informando subito le autorità preposte. I suoi compiti andavano oltre, doveva aver cura di avere a disposizione il numero dei cavalli fissati in contratto, animali che dovevano essere giovani e sani (e questo non sempre avveniva), doveva avere sotto di sé un numero preciso di postiglioni, in livrea, pronti a servire l’utenza, doveva aver cura di aver sotto controllo la cucina e le stanze della locanda. In ultimo, ma non per ultimo, aveva diverse incombenze verso l’Amministrazione delle Poste, come meglio descritto nelle condizioni generali e comuni dei vari appalti. Essere, cioè, un ufficiale postale e registrare la corrispondenza e le merci in arrivo e in partenza.

In sostanza, il mastro di posta era una persona che doveva stare sempre in servizio, non aveva un orario prestabilito. La sua vita era legata alla sua stazione di posta.

Opposta era la vita del “corriere” che, per svolgere il suo compito, doveva stare sempre fuori, col sole e con la pioggia. Un lavoro ingrato, soggetto alle inclemenze atmosferiche e all’incuria delle strade, all’assenza di ponti, ai pericoli dei briganti e dei lupi. Un lavoro da non invidiare e, tra l’altro scarsamente retribuito. Le sue mansioni erano molteplici: a) doveva trattare il prezzo delle vetture con i vetturini che, durante il viaggio gli dovevano obbedienza; b) pagava la metà del compenso pattuito col vetturino alla partenza e la restante parte lungo il cammino, salvo al termine dare l’eventuale saldo più una mancia; c) sistemava i viaggiatori nelle carrozze e aveva cura di loro sia durante il viaggio che nella stazione di posta dove si fermavano per mangiare e per dormire. Trovava quindi l’alloggio, sistemava le camere, soprintendeva all’operato dell’oste e dei suoi camerieri. 

Sovente la paga che riceveva era inferiore alle spese da lui sostenute per lo svolgimento della mansione, per cui spesso arrotondava la paga mensile con lavoretti vari da svolgere privatamente, recapitando qualche messaggio, qualche pacco, o facendo qualche altro servigio. Non di rado svolgeva anche il contrabbando. 



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