Cancellare per purificare, dimenticare per ricominciare: è davvero possibile costruire una memoria “pura”?
Dalla damnatio memoriae romana alla cancel culture odierna, l’uomo tenta di esercitare un dominio sul passato, eliminando ciò che disturba o contraddice il presente. Eppure, ogni cancellazione lascia un’ombra, un vuoto che parla più di qualsiasi iscrizione. Forse, più che cancellare, dovremmo imparare a convivere con la memoria nella sua imperfezione.
Ma andiamo per gradi.
Cos’è la Cancel Culture e che rapporto ha con la Damnatio memoriae?
Il termine è stato inserito nel vocabolario Treccani nel 2021, definito come “atteggiamento di colpevolizzazione, applicato soprattutto attraverso i social media principalmente nei confronti di personaggi pubblici, generalmente minacce (boicottaggio di personaggi pubblici che commettono errori)”.
La damnatio memoriae era una pratica dell’antica Roma con cui si tentava di cancellare ogni traccia di una persona caduta in disgrazia: il suo nome veniva rimosso dalle iscrizioni, i ritratti distrutti, i monumenti modificati. Non bastava punire il corpo o la reputazione: si voleva colpire la memoria stessa, come se la persona non fosse mai esistita.
In un mondo in cui l’immortalità coincideva con il ricordo, questa era la condanna più radicale possibile.
Come suggeriva Giambattista Vico nella sua teoria dei corsi e ricorsi storici, la storia non procede in linea retta, ma segue un andamento ciclico: i popoli e le civiltà tendono a ripetere, sotto nuove vesti, gli stessi atteggiamenti e dinamiche del passato.
In questa prospettiva, la cancel culture può essere letta come un moderno “ricorso” della damnatio memoriae: se nell’antica Roma il potere politico decideva chi doveva essere cancellato dalla memoria pubblica, oggi è l’opinione collettiva — amplificata dai media e dai social network — a decretare chi meriti di essere “rimosso”.
Cambia il contesto, ma resta intatto il desiderio di controllare la memoria per riaffermare i valori dominanti di un’epoca.
La cancellazione non è solo un atto politico o culturale, ma anche psicologico.
L’essere umano ha bisogno di separarsi da ciò che lo turba o che considera ingiusto, e per farlo spesso sceglie la via più radicale: l’oblio.
In realtà, cancellare diventa un modo per “ripulire” la propria identità, sia individuale sia collettiva. Tuttavia, questa forma di rimozione rischia di impoverire la memoria storica, perché eliminare non equivale a comprendere.
“L’oblio non è soltanto una forza passiva, ma una facoltà attiva e vitale.” scrive Nietzsche in “Genealogia della morale”, interpretando l’oblio come necessario alla vita: dimenticare permette di andare avanti, di non restare prigionieri del passato.
Il 21esimo secolo, banalmente accogliendo l’assunto del filosofo, sponsorizza la tendenza alla cancel culture.
Tuttavia cancellare non è sempre negativo, ma può essere un modo di rinnovarsi — anche se rischia di trasformarsi in rimozione collettiva.
Potremmo semplicemente trarre delle lezioni, anche dal negativo, in modo tale da apprendere errori reali ed interrompere il corso ripetitivo della storia, scrivendone una nuova, non dimenticando però da dove proveniamo.
Giorgia Panella
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