AL MARRUCINO IN SCENA “IO, CHARLES. AL SECOLO BUKOWSKI”: MARCO BOCCI E PIA LANCIOTTI TRA LE MILLE SFACCETTATURE DELL’UMANO SENTIRE

Stefano Maria Simone

La sala è buia. Il mormorio del pubblico si acquieta lentamente. Il sipario scarlatto dalle rifiniture dorate scivola via in silenzio scagliando lo spettatore dentro un appartamento squallido e consumato, un luogo di perdizione e sublimità, un flusso incessante di vita e di morte, metafora di una mente perduta e spaccata. Le pareti sono scarne, la luce disorienta. Tutto intorno è caos, follia, decadenza, immondizia, squarci. Laterale, quasi isolato, un uomo ubriaco fradicio travolto dall’esistenza si dimena sul pavimento come una bestia ferita e delirante. In mano stringe una bottiglia vuota. Trasandato nei suoi miserabili abiti minimali, contempla una donna, musa funerea dall’aura fosca. Reale o immaginaria noi non lo sappiamo. Gli parla. Le parla. Lui grida biascicando parole frenetiche. Lei, calma, ne attenua il valore. Sono entrambi spettri ma non defunti. Spettri di un ricordo, spettri fenomenici, spettri della precarietà. Archetipi, non personaggi assoluti. Rappresentazioni, riflessi al di là di uno specchio lurido e scheggiato.

Sono le premesse della pièce “Io, Charles. Al secolo Bukowski”, diretto da Alessio Pizzech e scritto da Sonia Antinori, con le musiche di Davide Cavuti, andato in scena sabato 7 e domenica 8 febbraio 2026 per la stagione di prosa del Teatro Marrucino di Chieti. Uno spettacolo omaggio alla produzione letteraria e alla figura controversa di Charles Bukowski, massimo esponente del realismo sporco. La base è indubbiamente il romanzo “Donne”, un libro intenso e ciclico sulle avventure erotiche dell’autore, simile ad un catalogo di Don Giovannesca memoria. Il diario di un randagio che fa a pugni con le circostanze, le frustrazioni, i tormenti interiori, celandosi dietro l’alter ego instabile di Henry Chinaski. Un uomo spezzato e dedito all’alcool, al sesso e al gioco d’azzardo. A questo punto di partenza, nell’adattamento teatrale, si aggiungono incursioni nella biografia dello scrittore di Andernach assenti in quel testo, incentrato su un momento preciso ben inquadrato, ed echi provenienti dal vasto corpus con riferimenti a “Panino al prosciutto” e ad altri. La sceneggiatura è strutturata in maniera tale da trasportare lo spettatore nella mente di un alcolizzato durante una sbronza, assistendo al fluire libero e schizofrenico dei pensieri senza il vincolo dei freni inibitori. Una bolla stordente che impedisce di distinguere le allucinazioni indotte dall’ebbrezza da ciò che invece accade davvero. La drammaturgia di Sonia Antinori è post drammatica, ovvero non racconta una storia ma i gesti e le azioni che ne scaturiscono, indagando la psiche di Bukowski alla ricerca di comprensione. Comprensione di un mondo oscuro, complesso, contraddittorio, privo di speranze, violento, pregno di dicotomie tra bontà e spregevolezza. Tuttavia, in scena non c’è Bukowski in senso pieno ma la sua idea concettuale. Può essere chiunque. Bukowski è solo lo spunto, il mezzo per giungere a qualcosa di più vicino al nostro sentire e che evitiamo di mostrare. Una mostruosità che ci appartiene nell’inconscio. Un desiderio d’amore, di accettazione, di “fottere” la morte perché ci spaventa, perché ci annienta e annulla i nostri sforzi. È però dalla morte che impariamo la vita, è dalla sconfitta che impariamo la vittoria. Bukowski e Don Giovanni, accomunati dalla loro resistenza, dalla loro lotta, sono degli slanci, dei paradigmi che conducono verso un estremismo. Ribelli contro modelli predefiniti, contro l’omologazione. Depravati per distinguersi dall’uomo monotono e rispettoso. Individui che si muovono “à rebours”, a ritroso, come avrebbe scritto Huysmans.

L’attore Marco Bocci incarna alla perfezione quest’anima pulsante restituendo sul palco un’immagine autentica della sofferenza, accompagnata da una mimica cruda e interconnessa al derma straziante della pièce. Accanto a lui, Pia Lanciotti nel ruolo di dodici donne più una. Una musa unica dai molteplici aspetti. Visione mistica e gretta che scatena tante riflessioni sul femminile, merito della mediazione di Sonia Antinori che plasma il materiale originale come un demiurgo andando oltre la visuale maschilista e tossica di Bukowski, presentando un femminile che rimanda al protagonista un ritratto spezzettato di sé stesso e che lo porta a rivalutare e a mettere in discussione tutto. Entrambi sono riusciti a decostruire un romanzo, un corpus letterario, un autore, un uomo, scarcerandolo dalla gabbia che lo etichettava con una nomea negativa, dimostrando quanto sia attuale e profondo.

La regia di Alessio Pizzech è un viaggio. Un viaggio all’interno di una mente difficile. Mente descritta dalle musiche penetranti di Davide Cavuti. Una sequenza di cerchi concentrici che si chiudono lasciando ogni cosa al proprio posto, senza darvi un ordine, perché forse, nella testa di un genio sregolato, è giusto che sia così.

Il sipario scorre di nuovo. La sala si illumina. Il pubblico applaude. Gli attori si inchinano. La finzione svanisce. La realtà avanza.

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