A lungo le materie scientifiche, la matematica, le scienze, l’informatica e l’ingegneria sono state considerate questioni per soli uomini. Questo perché si credeva che il cervello della donna non fosse capace di elaborare informazioni come formule e numeri di portata eccessiva, in quanto troppo “fragile”. Alla donna sono, al contrario, sempre state associate le materie umanistiche e linguistiche, perché vista a lungo come educatrice, figura orientata alla cura degli altri, oltre che detentrice della cultura familiare, come sin dalla cultura romana, in cui si occupava di custodire il focolare della casa.
Tutto ciò per secoli. E ancora oggi molti continuano ad affermarlo, trattandosi di un costrutto sociale, effetto della società patriarcale in cui viviamo e ignorando l’enorme falla culturale che questa credenza porta con sé.
Solo negli ultimi anni si sta decostruendo questo concetto della donna non adatta alle facoltà scientifiche e come prova abbiamo i dati. In Italia, ad esempio, si rileva che la componente femminile nelle facoltà STEM abbia raggiunto il 40,9%, descrivendo una crescita significativa rispetto al 34,5% registrato nel 2020/2021.
La componente maschile rimane sempre maggiore. Effetto della discriminazione di genere che colpisce fin dall’infanzia le bambine.
Fin da piccoli ci viene insegnato cosa è “femminile” e cosa è “maschile”, facendo una distinzione anche tra le materie, nonostante il sapere non faccia differenza di genere.
Normalmente quando le bambine riescono nella matematica, ciò viene visto ancora come fatto insolito; al contrario quando è un bambino ad essere bravo, è la normalità. Davanti a questa reazione della società, le bambine tendono o ad allontanarsi da queste materie, perdendo fiducia nelle loro capacità, oppure iniziano a sentirsi in dovere di dimostrare sempre in più per far vedere di essere brave tanto quanto i loro coetanei maschi.
Stessa situazione si verifica nel mondo del lavoro. Si conta che nei paesi Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) i ragazzi 15enni top performers che si vedono in una carriera scientifica sono il 26% maschi e il 14% femmine.
Le donne che poi riescono ad entrare in uno di questi ambiti si ritrovano a dover affrontare continue discriminazioni e sottovalutazioni delle proprie capacità, anche nei casi in cui si rivelino le più competenti del team. Anche in fatto di retribuzione alle donne spetta di ricevere di meno dei loro colleghi uomini, solo perché donne. Le condizioni a cui esse sono sottoposte sul luogo di lavoro hanno come risultato il persistere di un sistema patriarcale, nel quale a rimetterci sono ancora loro.
Molte donne, però, hanno lottato per far loro queste materie e dimostrare di essere tanto capaci quanto intelligenti e che i numeri non hanno genere.
La fisica e chimica Marie Curie, vincitrice di due premi Nobel e rivoluzionaria della scienza moderna con le sue scoperte sulla radioattività; la biologa Rosalind Franklin, a cui si deve la scoperta della doppia elica attraverso le sue foto a raggi X del DNA; la neurologa Rita Levi-Montalcini, vincitrice del premio Nobel per la Medicina per la scoperta del fattore crescita nervoso; Ada Lovelace, considerata la prima programmatrice della storia, avendo programmato un software ancor prima che i computer nascessero; Ellen Ochoa, prima donna latina ad andare nello spazio; la matematica della NASA Katherin Johnson, i calcoli della quale furono fondamentali per le missioni Mercury e Apollo; la matematica Maryam Mirzakhani, la prima donna ad aver vinto la Medaglia Fields, il più alto riconoscimento mondiale nella matematica.
Donne che con la loro intelligenza hanno fatto la storia in campi considerati “da uomo”, dimostrando di essere indispensabili al progresso dell’umanità.
Ci sono altre donne che in questi ultimi tempi si stanno impegnando a fare divulgazione scientifica, mettendo in risalto il loro ruolo in campi STEM. Come l’astronauta Samantha Cristoforetti, che si occupa di missioni spaziali scientifiche e tecniche e che è diventata una grande ispirazione per le ragazze che sognano di vivere un’avventura nello spazio e di perseguire i propri sogni, anche quando la società ti dice che non fa per te o che non sei adatta a ricoprire ruoli per tradizione di appartenenza maschile. Tutte noi, invece, siamo più che capaci di fare tutto e nessuno può definire il nostro valore sulla base del nostro genere perché la cultura non ha genere.
Il mondo degli uomini sappia che, se negli anni le donne si sono “antagonizzate” verso le materie scientifiche perché scoraggiate dai suoi luoghi comuni, si è privato di tanti geni e talenti che avrebbero potuto già da tempo contribuire in modo significativo alla crescita del genere umano, plasmando una realtà senza dubbio diversa dalla quella che è ancora purtroppo la nostra.
Chiara Bascelli

