La Corte d’Appello dell’Aquila ha confermato la condanna a due anni di reclusione nei confronti di un maresciallo dei carabinieri, all’epoca comandante di una stazione in provincia di Chieti, ritenuto responsabile di violenza sessuale ai danni di un militare in servizio presso lo stesso reparto. La sentenza conferma integralmente il verdetto pronunciato in primo grado.
L’episodio risale alla notte del 26 settembre 2023. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, i due militari si trovavano nei locali destinati al pernottamento della caserma mentre guardavano un film. In base all’impianto accusatorio, il maresciallo avrebbe inizialmente cercato un contatto fisico, respinto dal giovane carabiniere, per poi compiere un gesto di natura sessuale nonostante il rifiuto manifestato dalla presunta vittima.
La Procura ha sostenuto che l’episodio sia maturato in un contesto caratterizzato dall’assenza di altre persone, dall’orario notturno e dal rapporto gerarchico tra i due militari. Secondo l’accusa, tali circostanze avrebbero inciso sulla possibilità di reazione della persona offesa e sarebbero state sfruttate dall’imputato per portare a termine la condotta contestata. Tra le aggravanti è stata infatti riconosciuta quella relativa all’approfittamento di condizioni idonee a limitare la capacità di difesa della vittima.
Dopo l’accaduto, il giovane carabiniere avrebbe riferito l’episodio prima a un altro sottufficiale di sua conoscenza e successivamente al comandante della compagnia competente, presentando poi formale querela. Le indagini sono state svolte dall’Arma dei carabinieri, con la trasmissione degli atti sia alla Procura ordinaria sia a quella militare. Nelle fasi successive all’avvio del procedimento, il maresciallo è stato trasferito in un’altra sede, fuori dall’Abruzzo.
Con la decisione della Corte d’Appello restano confermate anche la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna e l’obbligo di risarcire la persona offesa. L’entità del risarcimento sarà stabilita in sede civile.
La difesa continua a contestare la ricostruzione dei fatti, sostenendo l’estraneità dell’imputato alle accuse, mettendo in discussione l’attendibilità del racconto della persona offesa ed escludendo che il rapporto di subordinazione gerarchica sia stato utilizzato per esercitare pressioni. La pronuncia non è definitiva e potrà essere impugnata davanti alla Corte di Cassazione.
