#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava
Volete un esempio di come i libri cambiano a seconda di chi li legge? C’è un libro di Loriano Machiavellli e Francesco Guccini che si intitola “Quel sangue che impasta la terra”. Il sangue a cui fa riferimento il titolo è quello della seconda guerra mondiale.
Ma io, ogni volta che lo leggo, penso che sarebbe un titolo perfetto per quegli anni, che sembrerebbero grigi, di piombo appunto, ma che io ricordo rossi, macchiati di sangue. Sangue innocente.
Anni fa, un giornalista provocatorio ma simpatico, mi chiese perché – come editore – avevo pubblicato un libro sul caso Moro. Il giornalista faceva il suo lavoro (che spesso è quello di pungolare) e la sua domanda aveva un senso: perché dopo tutti i fiumi (questa volta di inchiostro) utilizzati per parlare del caso Moro, un editore e uno scrittore abruzzesi hanno deciso di parlare ancora una volta di quella vicenda?
Io me lo ricordo quel pomeriggio del 9 maggio. Allora le notizie non viaggiavano in tempo reale. Il corpo dell’on. Moro era stato già ritrovato da qualche ora.
Mio padre, subito dopo pranzo, chiamò dalla fabbrica dove lavorava; lì l’atmosfera era molto calda e non soltanto per l’altoforno accesso 24 ore al giorno. Nelle fabbriche faceva caldo per l’insoddisfazione e la rabbia crescenti che ammalavano gli animi e soffiavano su una guerra tra poveri, senza vincitori, ma con tanti vinti.
Presi io la telefonata e la girai subito a mia mamma, rimanendo lì accanto ad ascoltare; dal tono di mio padre avevo capito che doveva essere successo qualcosa di grave.
“Tieni i ragazzi a casa, non farli uscire, ché è pericoloso. Hanno ritrovato il corpo di Moro; lo hanno ucciso!”
Io non capii. Non compresi come un fatto avvenuto così lontano (nel 1978 Roma appariva lontana…) potesse avere delle ripercussioni sulle nostre vite. Come potesse, questo fatto, essere così grave da apparire pericoloso e destabilizzante, tanto da costringerci a restare a casa.
Eppure, le avevo prese proprio io le telefonate minatorie e anonime, provenienti forse da qualche bontempone o, al contrario, da qualcuno che credeva davvero di aver a che fare col nemico: “Anche tuo padre è colpevole, anche lui pagherà come tutti i nemici”.
Nemico mio padre? Colpevole? E di cosa? Di aver sudato sangue e rabbia in fonderia insieme ai suoi operai, molti dei quali erano anche amici?
Non capivo. E allora presi a chiedere, senza ottenere grandi risposte (ché una volta “i grandi”, non è che dessero molte spiegazioni, come invece fanno i genitori di oggi, che forse ne danno pure troppe…). E siccome chiedendo non capivo molto di più, presi a leggere. E lessi tanto sull’argomento e più leggevo, più mi indignavo.
Ma davvero quelli che sembravano buoni non lo erano? E i cattivi, mica erano così cattivi come sembrava inizialmente…
Ecco: questa è la risposta che diedi a quel giornalista, provocatore ma simpatico. Forse sul caso Moro è stato scritto tanto, alcuni dicono “troppo”. Ma io non ho ancora capito. Non ho capito perché è stato ucciso, per conto di chi, per cosa. Addirittura nemmeno “dove”… E allora ben venga un nuovo libro, che forse non conterrà tante novità, ma se anche ne portasse una soltanto, sarebbe già una vittoria.
Quello che non dissi al giornalista e alla platea presente a quella presentazione è che poco prima ero stato in biblioteca e rileggere i giornali dell’epoca. Ovviamente tutti titolavano, quel 10 maggio, sul ritrovamento del corpo di Moro e riempivano intere pagine. Uno di loro, poi, a pagina 24 dava la notizia di un suicidio in Sicilia di un “candidato di DP dilaniato da una bomba” parente di un noto boss della mafia.
Ebbene sì: questa è la modalità con cui è stato annunciato l’omicidio di Peppino Impastato: a pagina 24 come “parente di un noto boss della mafia”. Per inciso, lo stesso parente che lo aveva fatto uccidere…
Ecco perché ricordo quegli anni come il colore del “sangue che impasta la terra”. Perché me lo ricorda il cognome di Peppino, il cui sangue si è Impastato con una terra martoriata ed eroica, con quello di un’Italia dove potenze straniere potevano – tanto per cambiare – ordinare sequestri ed omicidi di Stato, nel silenzio più assoluto.
Sino a quando qualcuno ha scritto. Sia esso scrittore, giornalista, magistrato, semplice cittadino, chiunque abbia scritto, cercando la verità, ha ripulito con la propria voglia di reagire quel pezzo di terra, quell’Italia sporca di sangue.
E questo dà un senso al mio lavoro da editore.

Recensione di Elsa Flacco
L’opera prima della giovane Chiara Taraborrelli, che vive a Varsavia, dove ha vinto un dottorato all’Università, è un lavoro completo e complesso, che abbraccia letteratura, arte e musica. Si tratta infatti di un libro illustrato pensato e completamente realizzato da lei, che ha prodotto testo, illustrazioni e perfino una canzone originale che i lettori possono comodamente ascoltare grazie al QRCode a p. 81.
Difficile classificarne il genere, a metà tra la fiaba fantascientifica e il fantasy spaziale, con riferimenti intertestuali e artistici pressoché a ogni pagina, sicché il racconto può essere letto a più livelli e indirizzato a un pubblico di lettori differenziato, che va dal ragazzo appassionato del genere fiabesco, fantasy, fantastico o fantascientifico, perché c’è un pizzico di tutti in Mesarthim, al lettore colto in cerca di novità stuzzicanti, in grado di gustare le citazioni e i rimandi disseminati nelle pagine. Intervistata a tal proposito, l’autrice ha sottolineato il suo debito nei confronti di narratori come Calvino e Rodari, il cui tono tra l’ironico e il visionario è rivisitato con un’originalità e uno spessore che colpiscono in una ventisettenne: l’apparente ingenuità dell’incipit, suggestivamente modellato sulle cadenze della fiaba popolare, si evolve passo passo verso una trama sempre più fitta di richiami e suggestioni anche musicali (Mike Oldfield e David Bowie, tra gli altri), inestricabili nel loro inseguirsi e sovrapporsi, dando l’impressione che un solo passaggio sia insufficiente a coglierli e che una rilettura s’imponga. Senza che tuttavia la storia smarrisca quel candore che ci aveva sedotto dalle prime pagine e che consente (per scelta o obbligo, nel caso di lettore “ingenuo”) di mantenersi a un livello di fruizione lieve ed etereo, assaporando le fantasiose inarrestabili trovate senza complicazioni intellettuali.
Non vogliamo qui anticipare la storia per non togliere piacere alla continua sorpresa che è uno dei piaceri più immediati di questa lettura. Basti accennare alle peripezie spaziali del giullare delle stelle Mesarthim, musicista e cantastorie senza sesso né età come gli angeli, ma dotato di un fascino irresistibile capace di far perdere la testa a creature di varia forma e sostanza, protagonista di una sorta di quete proiettata nel futuro, ricerca di un qualcosa perduto nella notte dei tempi, che ha lasciato una nostalgia indistinta colorata di attesa e di desiderio struggente. Un girovagare avventuroso che s’imbatte nell’inatteso, con una irruzione di umana passionalità che intriga e delizia, lasciando un fondo di tenerezza sorridente e malinconica.
