
Chi è Fabrizio Di Stefano
Farmacista, Docente Universitario, titolaare della nota struttura sita nel cuore della Villa comunale di Chieti “Casina dei Tigli”, imprenditore con vari altri interessi professionali. Nato a Casoli il 12 aprile 1965, vive a Chieti. Sin da giovanissimo milita nel Fronte della Gioventù e, successivamente, nel FUAN di cui diventa prima presidente provinciale quindi dirigente nazionale. Nel 1995 viene chiamato dal presidente Gianfranco Fini a guidare la Federazione provinciale di AlleanzaNazionale a Chieti; carica che gli verrà confermata con i congressi del 1996, del 2002 e del 2007. Nel luglio 2007, durante il I congresso regionale del partito, viene eletto alla carica di coordinatore regionale di Alleanza Nazionale . La sua attività istituzionale comincia nel 2000, quando viene eletto nel Consiglio Regionale dell’Abruzzo nelle file di Alleanza Nazionale, partito del quale diventa capogruppo. Nel 2005, con quasi 7.000 preferenze, viene confermato nel ruolo di consigliere regionale, ed eletto Consigliere Segretario dell’Ufficio di Presidenza. Alle elezioni politiche del 2008 viene eletto al Senato della Repubblica , in regione Abruzzo , nelle liste del Popolo della Libertà . È stato Vicecoordinatore regionale del PdL in Abruzzo. Nel 2011 è Presidente dell’Associazione parlamentare di amicizia Italia – Moldavia . Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto alla Camera dei Deputati , nella circoscrizione Abruzzo , sempre nelle liste del Popolo della Libertà . Il 16 novembre 2013, con la sospensione delle attività del Popolo della Libertà , aderisce a Forza Italia . Il 6 aprile 2019 Di Stefano aderisce alla Lega di cui sarà il candidato Sindaco alle comunali di Chieti del 2020.
Onorevole Di Stefano, essere uno dei politici più noti ed influenti d’Abruzzo è certamente un motivo di orgoglio e di soddisfazione personale, ma anche un grosso peso morale e una forte responsabilità verso la società. Per Lei sono necessariamente due facce della stessa medaglia?
Sono chiaramente due facce della stessa medaglia, perché rivestire un ruolo importante significa essenzialmente prestare attenzione quotidiana alle esigenze dei cittadini. Un impegno che, inutile sottolinearlo, segna i contorni di una forte responsabilità morale.
Lei ricorda spesso di essersi avvicinato al M.S.I. da ragazzino, facendo gavetta e iniziando pian piano la formazione culturale politica all’interno delle sezioni. Perché secondo Lei oggi i ragazzi non si sentono più attratti dalle ideologie e non si riconoscono nei partiti?
È cambiata la cultura, è cambiato il modo di fare politica, è cambiato il paese. Prima c’erano le scuole di partito che funzionavano ed erano esempi valoriali alti e nobili. Personalmente sono cresciuto in un ambiente, quello missino, dove c’era come leader un uomo dell’alta statura morale come Giorgio Almirante che predicava una politica fatta di Valori veri, e con personaggi quali Pino Rauti e Mirko Tremaglia, ma anche negli altri partiti c’erano politici di riferimento importanti come Berlinguer e Andreotti con cui ho avuto l’onore di sedere insieme in Senato. Oggi abbiamo come punto di riferimento per i giovani Rocco Casalino e Di Maio e quindi non dobbiamo meravigliarci di quanto sia basso il livello della politica, quella con la P maiuscola.
Lei ha aderito alla Lega, un partito che oggi viaggia a percentuali elettorali molto importanti ma che fino a un paio di anni fa in Abruzzo era praticamente improponibile. Una scelta, la Sua, di convenienza politica o di piena condivisione del progetto di Salvini?
Il messaggio della Lega degli ultimi anni è cambiato radicalmente, soprattutto da quando Salvini ha coniato lo slogan “Prima gli italiani”. Questo slogan racchiude una importante sintesi di valori perché va a superare la dicotomia nord-sud nell’interesse nazionale, ma soprattutto mi identifica pienamente perché racchiude tutti i valori di riferimento che mi hanno portato ad entrare in politica, cioè i capisaldi della destra storica quali: la FEDE CRISTIANA, il SENSO della TRADIZIONE, l’IDENTITA’ NAZIONALE. È stato naturale, quindi, che dopo la scomparsa del partito di cui facevo parte, e cioè Alleanza Nazionale, trovassi casa nella Lega che ha radici profonde in questi Valori.
Se avesse la possibilità di riavvolgere il nastro della Sua vita politica e di poterne riscrivere qualche passaggio della storia personale, si ricandiderebbe a Sindaco di Chieti?
La mia candidatura a Sindaco di Chieti è stato un atto d’amore per una città che mi ha dato tanto, in passato, in termini elettorali. È tangibile l’affetto che i teatini hanno voluto riservare alla mia persona in tutte le campagne elettorali, facendomi sempre risultare il più votato tra i candidati del centrodestra a partire dal lontano 2000, data della mia prima candidatura a Consigliere Regionale. È evidente che se avessi ragionato con la testa anziché con il cuore avrei sicuramente declinato l’invito a guidare la coalizione perché non era in programma. Dopo aver fatto in Consigliere regionale e due volte il parlamentare per qualcuno poteva essere considerata una “diminutio” e soprattutto non era una mia aspirazione politica, ma ho fatto una scelta di cuore. Se tornassi indietro, ancora una volta, darei ascolto al mio cuore.
Lei aveva tutti i sondaggi a favore, alcuni La davano addirittura vincente al primo turno. Eppure è uscito sconfitto. Cosa non ha funzionato?
È evidente che qualcosa non ha funzionato. In alcuni ambienti del Centrodestra c’è stata una non condivisione di un eventuale successo del candidato della Lega, e nello specifico a Chieti della mia persona. Anche ad Avezzano però, dove si è votato contestualmente a Chieti, il candidato del centrodestra, anch’egli espressione della Lega, non ha avuto il pieno sostegno di tutta la coalizione. Forza Italia inspiegabilmente, e disattendendo gli accordi nazionali, si è schierata ufficialmente contro, sia a Chieti che ad Avezzano, ma anche altri alleati hanno avuto atteggiamente decisamente ambigui. Ricordo che cinque anni fa l’allora Presidente D’Alfonso mobilitò a favore del candidato del centrosinistra l’intera macchina amministrativa della Regione ed egli stesso si spese in prima persona a favore del candidato del centrosinistra. Questo non solo non è accaduto a Chieti, come ad Avezzano, ma anzi l’espressione in città della Giunta ha lavorato, apertamente, contro il candidato che il Presidente della Giunta e il suo partito avrebbero dovuto sostenere. Giulio Andreotti, diceva: “ a pensar male si fa peccato, ma troppo spesso ci si indovina”. Se a questo sommiamo l’assenza di alcuni Leaders nazionali nella città più importante in cui si votava in Abruzzo, ed alcune scelte assolutamente non condivisibili di strutture emanazione della Regione, proprio nel periodo elettorale (penso ad esempio alla assurda chiusura del Distretto sanitario di Chieti Scalo e non ancora riaperto), allora i dubbi si rafforzano. Ci sono purtroppo delle logiche in politica che sembrano incomprensibili, basti vedere quello che succede a livello nazionale dove Fratelli d’Italia attacca a testa bassa un Governo dove c’è una forte rappresentanza di centrodestra, e cioè Forza Italia e Lega.
Gli elettori del centrodestra di Chieti sono convinti che la sconfitta è da attribuire esclusivamente a Mauro Febbo. Anche Lei la pensa così?
Per quanto detto prima, credo che i motivi siano differenti. Se poi qualcuno, che tanto ha avuto da me, si è voluto svincolare lavorando apertamente contro, e questo è sotto gli occhi di tutti, non è stato questo l’elemento determinante della sconfitta, non gli attribuisco tale forza, ma solo la conferma di quanto detto prima.
Discontinuità con la gestione Di Primio e rinnovamento della classe politica locale sono stati elementi che hanno inciso in maniera determinante sul risultato elettorale?
Anche dopo il mandato di Nicola Cucullo ci fu la richiesta di discontinuità e vinse Ricci, mentre oggi, dopo un lungo decennio, tra l’altro anche molto travagliato della gestione di Primio, era nell’aria la voglia di cambiamento. Un risultato frutto di una serie di concause, a cominciare da qualche mia responsabilità per finire al desiderio del rinnovamento della classe dirigenziale. D’altronde la campagna elettorale degli avversari è stata incentrata su una sovrapposizione della mia immagine con quella del sindaco Di Primio, che negli ultimi anni ha avuto enormi difficoltà ad amministrare per via di una guerra interna al centrodestra. Purtroppo i risultati dell’amministrazione Di Primio sono stati al di sotto delle aspettative che i cittadini si attendevano, non per colpa dell’incapacità dell’amministrazione, ma da fattori oggettivi esterni. Tutto questo ha portato a questo risultato e anche il fatto stesso che le parole d’ordine dei miei oppositori erano la mia non teatinità e la discontinuità dall’amministrazione precedente, denota, in maniera evidente, che erano stati individuati come elementi deboli da poter far breccia nell’elettorato.
Ferrara è considerato una brava persona ed anche Lei più volte lo ha sottolineato. Ma essere una brava persona basta per essere un buon sindaco?
Essere una brava persona è una precondizione per essere un buon sindaco. Un buon sindaco è colui che porta avanti bene un’amministrazione, che risolvere i problemi quotidiani e che riesce a ridare una prospettiva alla propria città. Cinque mesi sono oggettivamente pochi per dare un giudizio su Ferrara, non solo per me ma anche per i cittadini, però i cinque anni di Ferrara come consigliere di opposizione non si ricordano per capacità, brillantezza ed incidenza. I primi provvedimenti di Ferrara Sindaco non depongono a suo favore, a partire da uno staff riempito da parenti ed amici ma anche per altre decisioni oggetto di forti contestazioni, non soltanto da parte dell’opposizione ma anche da parte dell’opinione pubblica: una su tutte la vicenda degli scavi di San Giustino. Resto convinto che è una brava persona, ma i requisiti per essere un buon sindaco sono altri.
De Cesare al ballottaggio ha preferito apparentarsi con Ferrara anziché con Lei. Si è chiesto il perché?
Per il semplice fatto che non ho voluto io. Avevo detto che non avrei fatto apparentamenti e così è stato. La situazione richiedeva capacità amministrativa forte ma anche chiarezza nella composizione della maggioranza. Fare apparentamenti al ballottaggio significa sommare i voti per vincere ma difficilmente ti fa governare bene e in serenità. Normale poi che chi aveva la voglia di sedersi a tutti i costi su una poltrona importante trovando la mia porta chiusa si è rivolto dall’altra parte.
Fabrizio Di Stefano semplice consigliere comunale di minoranza. Non Le suona male?
Se all’età 14 anni, quando per la prima volta entrai nella sezione del MSI mi avessero detto che sarei riuscito ad arrivare a fare il consigliere comunale a Chieti avrei toccato il cielo con un dito. Oggi, che la vita mi ha voluto riservare soddisfazioni che pochi possono vantare, rimango dell’idea con la quale sono cresciuto e cioè che la politica si debba fare non per un riconoscimento elettorale e men che meno uno scranno, ma per i Valori in cui si crede. Anche se purtroppo gli esempi che quotidianamente vediamo, basti pensare ai grillini che dovevano cambiare il mondo e che invece hanno fatto della perseveranza sugli scranni, il loro obiettivo di vita.
Il futuro politico di Fabrizio Di Stefano?
Non me lo sono mai posto. Ricordo che quando fui candidato al Senato ricevetti a sorpresa telefonata dalla segreteria del presidente Fini che mi convocava a Roma per andare a firmare la candidatura. A quella candidatura non ci pensavo proprio, tanto è vero che mentre molti amici di partito erano a Roma a cercare santi in Paradiso per garantirsi un posto in lista, io quel giorno ero tranquillamente a l’Aquila in Consiglio Regionale a lavorare per la comunità abruzzese. Evidentemente fu un riconoscimento all’attività amministrativa e di partito che in quel momento stavo portando avanti, ma non ne avevo fatto scopo di vita. Io non vivo di politica, ho molteplici attività, interessi e situazioni professionali che mi appassionano. Se ci saranno altre possibilità di forte stimolo, bene, altrimenti non necessariamente il mio impegno politico deve collimare o coincidere con una candidatura.. Si può fare politica come l’ho fatta per quarant’anni, soltanto per passione e poi se vengono anche momenti elettorali su cui confrontarsi, se ne può discutere, ma non è mai stato nella mia vita e non lo è tanto più oggi.
Grazie Senatore e buon lavoro.
