Dall’alba dei tempi le attività dell’uomo sono sempre state in stretto rapporto con l’ambiente in cui viveva; tanto più le attività necessarie alla sua sopravvivenza, in primo il luogo il procacciamento del cibo.
In questo senso la natura circostante al sito in cui l’uomo vive assume un’importanza primaria: è ovvio che un esquimese si nutrirà di carne di foca mentre un abitante delle regioni boschive canadesi caccerà la selvaggina di cui quei luoghi abbondano e un italiano residente in Val Padana opterà per la coltivazione del fertile terreno pianeggiante. Naturalmente oltre alla soddisfazione del proprio fabbisogno personale è facile dedurre che queste attività si evolveranno in lavoro per la comunità.
Nel nostro amato Abruzzo, regione montana dai brulli altipiani, e in particolare nel nostro circondario della Valle Peligna, è stato l’allevamento degli ovini a rappresentare l’attività principale dei propri abitanti. E ciò fin dall’antichità: addirittura dall’età del bronzo.
E’ tra il XVI° e il XII° secolo a.C. che la pratica della pastorizia diviene transumante: per far sì che gli animali abbiano sempre cibo, è necessario che essi si spostino dagli altipiani innevati e scendano a valle, dove ancora resiste un po’ d’erba da brucare (transumanza verticale). Ma questo molto spesso, per la nostra fredda regione, non è e non era sufficiente per cui, nel tempo, la transumanza divenne orizzontale, cioè le greggi venivano portate in luoghi notevolmente più lontani delle pendici dei propri monti e per la precisione nel tavoliere delle Puglie, che durante l’inverno assume le caratteristiche climatiche e ambientali necessarie per il buon allevamento degli ovini.
Affinchè le greggi raggiungessero il “luogo di soggiorno” invernale, era necessario percorrere delle “strade” erbose particolari: i cosiddetti tratturi che, larghi oltre 100 metri, attraversavano l’Abruzzo partendo dalla Conca dell’Aquila, da Celano nella Marsica e da Pescasseroli per giungere nei dintorni di Foggia e Candela. Il tratturo che partiva da Celano, diretto a Foggia, era quello che attraversava anche il territorio del nostro attuale Comune di Pettorano e, in particolare, lungo l’attuale percorso del fiume Gizio.
Si trattava di un viaggio di quasi 250 Km che era portato a termine in non meno di tre settimane. Lungo il percorso, i pastori utilizzavano le chiese campestri o fratturali, come ricovero per la notte, ma anche come sollievo spirituale; durante la loro permanenza sulle montagne abruzzesi, invece, essi utlizzavano le cavità naturali della roccia o, per periodi più lunghi, le capanne in pietra a secco (pajare) costruite autonomamente e nelle quali tutt’ora è facile imbattersi.
Gli itinerari della transumanza, oramai stabiliti dalla consuetudine, vennero ben presto regolamentati da leggi (la prima normativa ufficiale risale al 111 a.C.). Nell’alto Medio Evo i monaci benedettini cistercensi si fecero promotori della pastorizia che in quel periodo raggiunse il massimo sviluppo, facendo sì che l’Abruzzo si collocasse ai primi posti in Europa nella produzione della lana.
Nel 1447 infattì Alfonso I di Aragona istituì la DOGANA DELLA MENA DELLA PECORA, con sede a Foggia, che stabiliva precise norme fiscali e di tutela per l’uso dei tratturi e dei pascoli pugliesi; l’attività armentizia divenne quindi particolarmente fiorente almeno fino ai primi dell’800, accompagnata da una generale rinascita di attività artigianali e commerciali connesse all’allevamento ed alla relativa produzione di ricchezza, dal commercio e tessitura della lana all’artigianato orafo, dalla produzione di merletti al tombolo alla lavorazione della ceramica.
La Dogana istituita dagli Aragonesi aveva riorganizzato l’intera viabilità tratturale – ricalcando i percorsi già utilizzati in età romana, e per qualche tratto anche in età preromana – articolata in una rete di percorsi principali, i tratturi, e di vie secondarie, i tratturelli ed i bracci.
Dogane importanti si trovavano a Popoli(PE) e a Pettorano sul Gizio(AQ): esiste ancora oggi una pietra di marmo in questi due comuni dove i regnanti dell’epoca avevano indicato le strade e i valichi di montagna che era possibile attraversare, le tariffe dei vari dazi relativi alle “merci” (grano, orzo, fave, vettovaglie) e agli “animali” (pecore, cani e capre) che transitavano e le tariffe del “pedaggio”: l’unica esenzione daziaria l’aveva ogni capofamiglia per le merci di uso proprio.
Le tre maggiori direttrici sono il tratturo L’Aquila-Foggia che interessava la provincia di Chieti( la zona di fara Filorum Petri, in particolare, il Celano-Foggia, ed il Pescasseroli-Candela, con i rami secondari Centurelle-Montesecco e Ateleta-Biferno. I numerosi tentativi di invasione delle aree tratturali per coltivazioni o edificazioni resero necessarie, tra il sec .XVI e il XIX secolo, continue operazioni di controllo e di reintegrazione dei confini stabiliti dalla legge, supportate dalla produzione di interessanti carte tratturali.
L’importanza dei tratturi è convalidata anche da alcune leggi, tuttora in vigore, che non permettono la costruzione edilizia sui terreni utilizzati per la transumanza.
Nell’ottocento la pastorizia transumante si avviò al declino per via delle nuove leggi emanate a favore dello sfruttamento agricolo dei terreni pugliesi, naturalmente a scapito dell’uso pascolativo. Ma, cio nonostante, in molti dei nostri paesi essa è ancora proficuamente praticata e, seppure non rappresenta più quella fonte di reddito qual è stata per secoli per oltre metà della popolazione, essa è ormai entrata a far parte della cultura e dell’identità popolare degli abruzzesi tutti.
Forse oggi non costituirà più il perno della nostra economia, ma rappresenta pur sempre il perno delle nostre radici socio-culturali, un’esperienza atavica di cui andiamo fieri.