Bruno Forte condanna lo scisma: «Una ferita gravissima». E intanto si appresta a lasciare l’ultraventennale guida della diocesi di Chieti-Vasto

«È un fatto gravissimo, qualcosa di molto doloroso, ancora più grave di quando fu comminata la prima scomunica nel 1988». Non usa mezzi termini monsignor Bruno Forte per commentare la consacrazione di quattro nuovi vescovi da parte della Fraternità San Pio X a Ecône, avvenuta contro la volontà del Papa. Per l’arcivescovo di Chieti-Vasto, tra i teologi italiani più ascoltati e da oltre vent’anni alla guida della diocesi abruzzese, la scelta dei lefebvriani rappresenta una nuova ferita inferta all’unità della Chiesa. Le parole affidate all’Ansa arrivano in un momento particolare della sua vita ecclesiale. Dopo ventidue anni di episcopato, infatti, Forte si prepara a lasciare la guida dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, una delle sedi storiche del cattolicesimo italiano, chiudendo una stagione che ha intrecciato riflessione teologica, impegno pastorale e presenza nel dibattito pubblico.

«Si sperava che con l’accoglienza che c’era stata qualcosa potesse cambiare. E invece un atteggiamento così pervicace, così duro, dispiace e non fa il bene della Chiesa», osserva il presule. Richiamando le parole del Pontefice, secondo cui i lefebvriani «hanno voluto lacerare la tunica di Cristo», Forte ribadisce che il dialogo resta sempre una strada da percorrere, ma senza rinunciare alla comunione ecclesiale. «La speranza di ricucire ci deve essere sempre, ma non si può fare a prezzo della verità. In nome del dialogo non puoi fare il comodo tuo.»

Secondo l’arcivescovo, la nuova consacrazione episcopale vanifica gli sforzi compiuti dalla Santa Sede negli ultimi decenni. «Sono stati ignorati tutti gli sforzi fatti sia da Benedetto XVI che da Francesco. È una ferita tristissima, tanto più grave perché consumata da vescovi. Era stato fatto di tutto per andare loro incontro, ma la risposta è stata, come accade in ogni scisma, una disobbedienza a chi ha il compito di essere il capo della Chiesa.» Dietro quella scelta, aggiunge, si nasconde «una motivazione politica», cioè «volere rispettare ad ogni costo un ordine costituito dalla tradizione», una lettura che definisce «assolutamente forzata e strumentale».

Parole che riflettono una visione della Chiesa rimasta costante durante tutto il suo ministero episcopale. Arrivato a Chieti nel 2004, Bruno Forte ha impostato il proprio governo pastorale attorno a un’idea di Chiesa unita, missionaria e vicina alle persone. Nel messaggio con cui ha tracciato il bilancio dei suoi ventidue anni alla guida dell’arcidiocesi ha riassunto questo percorso in tre verbi – annunciare Cristo risorto, vivere la Chiesa come madre e servire il prossimo senza distinzioni – principi che hanno ispirato il Sinodo diocesano celebrato tra il 2004 e il 2008, dal quale sono scaturite le priorità del cammino pastorale: giovani, famiglia, evangelizzazione, dialogo e carità, poi consolidate dalle due visite pastorali che hanno interessato l’intero territorio dell’arcidiocesi.

Teologo di fama internazionale, Forte ha affiancato all’impegno pastorale un intenso dialogo con il mondo della cultura e dell’università, promuovendo incontri, pubblicazioni e iniziative che hanno dato alla diocesi una visibilità ben oltre i confini abruzzesi. Parallelamente ha sostenuto il lavoro della Caritas, la pastorale familiare e giovanile, la formazione del clero e l’impegno missionario, mantenendo una presenza costante nelle comunità dell’arcidiocesi.

La diocesi che Forte si appresta a lasciare non è una sede qualunque. Quella di Chieti è una delle più antiche d’Italia e ha avuto un ruolo di primo piano nella storia religiosa e civile del Paese, distinguendosi soprattutto nei momenti più delicati della storia contemporanea. Ne è simbolo uno degli episodi che hanno segnato la memoria della città: nel 1944, grazie all’azione diplomatica dell’allora arcivescovo Giuseppe Venturi e al decisivo sostegno della Santa Sede, Chieti ottenne lo status di città aperta, venendo risparmiata dalle devastazioni che colpirono molti altri centri italiani durante la ritirata tedesca. Un risultato che confermò il peso istituzionale e morale della diocesi, capace di esercitare un ruolo che andava ben oltre i confini ecclesiastici.

È dentro questa storia che si collocano anche i ventidue anni dell’episcopato di Bruno Forte. Una stagione caratterizzata dal dialogo con la cultura, dall’impegno pastorale e dalla difesa dell’unità della Chiesa. Per questo le sue parole contro il nuovo strappo dei lefebvriani non rappresentano soltanto un commento all’attualità ecclesiale, ma appaiono come il naturale approdo di un ministero che ha sempre fatto della comunione il cardine della propria azione pastorale.

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