CARLO BUCCIROSSO IN “QUALCOSA È ANDATO STORTO”: RISATE AMARE E MASCHERE FAMILIARI IN SCENA AL MARRUCINO

Stefano Maria Simone

Per Luigi Pirandello la comicità e l’umorismo non coincidono. Il comico nasce da una contraddizione immediata che provoca il riso; l’umorismo, invece, va oltre l’apparenza e porta a cogliere il dramma nascosto dietro ciò che sembra ridicolo. Nel saggio “L’umorismo” del 1908, Pirandello racconta l’esempio di un’anziana signora che si trucca in modo vistoso e si veste come una ragazza giovane: a prima vista la scena appare buffa e suscita una risata spontanea. Ma basta fermarsi un momento a riflettere sulla paura della vecchiaia, sul desiderio di sentirsi ancora amata e accettata perché quel riso lasci il posto ad un sentimento più profondo e malinconico. È proprio in questo passaggio, dalla semplice comicità alla comprensione umana del dolore, che si manifesta il vero umorismo pirandelliano.

Questa idea sembra adattarsi perfettamente a “Qualcosa è andato storto” di Carlo Buccirosso, anche se lui preferisce parlare di “ironia” più che di umorismo, sottolineando come il suo teatro utilizzi il sorriso per osservare con lucidità le fragilità umane e le contraddizioni della vita quotidiana. Lo spettacolo ha concluso la stagione di prosa 2026 del Teatro Marrucino con le rappresentazioni di sabato 9 e domenica 10 maggio, proprio nel fine settimana della Festa della Mamma, particolare che rende ancora più significativo il ruolo centrale della figura materna all’interno della vicenda. La commedia, scritta, diretta e interpretata da Buccirosso, vede in scena anche Elvira Zingone, Peppe Miale, Fiorella Zullo, Stefania Aluzzi, Matteo Tugnoli, Fabrizio Miano e Tilde De Spirito.

La vicenda ruota attorno a Corrado Postiglione, un avvocato di provincia che si ritrova improvvisamente a gestire una situazione familiare sempre più ingestibile. La madre anziana, malata e dipendente dal gioco, vive circondata da figli e parenti incapaci di offrirle un vero sostegno affettivo. Intorno a lei si muove una famiglia nervosa, litigiosa e dominata da interessi economici, soprattutto quando entra in gioco la questione dell’eredità. Da questo nucleo narrativo prendono forma continui equivoci, accuse reciproche, incomprensioni e scontri che trasformano la quotidianità in una sorta di tragicommedia domestica. Nella pièce assume un ruolo particolarmente interessante un personaggio estraneo al nucleo familiare: un parrucchiere bolognese, compagno di una delle sorelle di Corrado. La sua presenza non serve soltanto ad aumentare gli effetti comici attraverso il contrasto linguistico tra il dialetto bolognese e quello napoletano, ma rappresenta soprattutto uno sguardo esterno sulla vicenda. Buccirosso inserisce questo personaggio perché, all’interno della famiglia, tutti conoscono già segreti, rancori e dinamiche del passato; il parrucchiere, invece, non sapendo nulla, spinge continuamente gli altri personaggi a spiegare situazioni, conflitti e legami. In questo senso diventa quasi il tramite tra il palco e il pubblico: osserva, domanda, cerca di comprendere e permette così agli spettatori di entrare progressivamente nell’intimità della famiglia Postiglione. Proprio il suo essere “estraneo” mette ancora più in evidenza l’assurdità e la tensione dei rapporti familiari.

Buccirosso costruisce così uno spettacolo che fa ridere attraverso battute brillanti, dialoghi serrati e situazioni paradossali, ma che allo stesso tempo cela una riflessione amara sulla fragilità delle relazioni umane. Dietro la comicità immediata emerge continuamente il disagio dei personaggi, la loro solitudine e il bisogno quasi disperato di sentirsi riconosciuti dagli altri. Corrado stesso appare intrappolato in un ruolo sociale che non riesce più a sostenere: quello dell’uomo che dovrebbe mantenere il controllo della famiglia e della propria vita, ma che finisce invece travolto dagli eventi. È qui che torna forte il richiamo a Pirandello: la famiglia di Buccirosso è piena di maschere e sempre meno di veri volti. Ognuno recita una parte, nasconde debolezze, finge equilibrio e serenità mentre dentro si consumano frustrazioni, rancori e fallimenti personali. In più momenti, l’opera gioca apertamente anche con il metateatro. I personaggi stessi paragonano ciò che stanno vivendo a una rappresentazione teatrale, parlando quasi come se esistessero un regista e degli interpreti chiamati a mandare avanti una commedia ormai fuori controllo. Questo meccanismo accentua ulteriormente la dimensione pirandelliana dello spettacolo, dove realtà e rappresentazione finiscono continuamente per sovrapporsi.

Al centro della pièce c’è soprattutto la figura dell’anziana madre, personaggio fragile e profondamente umano attorno al quale ruotano tensioni, interessi e conflitti. Buccirosso affronta con grande sensibilità anche il tema della ludopatia, mostrando come la dipendenza dal gioco diventi il sintomo di una solitudine più profonda e di un bisogno disperato di attenzione e ascolto. La madre non è soltanto il motivo della disputa ereditaria, ma rappresenta anche il simbolo di una vecchiaia spesso dimenticata, relegata ai margini della vita familiare e costretta a dipendere emotivamente ed economicamente dai propri figli. La commedia mette così in scena il dramma dell’abbandono degli anziani, tema estremamente attuale e doloroso. I figli sembrano incapaci di prendersi realmente cura della madre, schiacciati dai propri interessi personali e dalle difficoltà economiche. L’anziana donna finisce quindi per vivere una condizione di forte dipendenza affettiva, diventando quasi invisibile agli occhi della famiglia se non nel momento in cui entra in gioco il denaro. Dietro le battute e i continui equivoci emerge allora una riflessione amara sulla solitudine della terza età e sulla perdita di quei legami familiari che dovrebbero invece rappresentare protezione e sostegno. La famiglia presentata da Buccirosso è lontana dall’immagine rassicurante e unita che spesso si vuole mostrare all’esterno. L’eredità della madre malata fa emergere egoismi, rancori e ipocrisie che erano rimasti nascosti per anni. I dialoghi sono veloci, naturali, costruiti con grande precisione, e confermano ancora una volta la qualità della scrittura di Buccirosso, capace di alternare comicità immediata e profondità emotiva senza mai perdere ritmo. Anche la sua interpretazione di Corrado risulta particolarmente efficace: l’attore riesce a passare con naturalezza dalla battuta comica ai momenti di maggiore tensione emotiva, mantenendo sempre credibile il personaggio.

L’intero cast contribuisce al successo dello spettacolo con tempi comici perfettamente calibrati e interpretazioni mai sopra le righe. Meritano una menzione speciale Elvira Zingone e Tilde De Spirito, protagoniste di due interpretazioni delicate e commoventi nei panni di una nipote e di sua nonna. Le due attrici riescono a costruire un rapporto autentico e pregno di umanità, regalando alcuni dei momenti più intensi dello spettacolo e contribuendo ad accentuare quella sottile malinconia che attraversa tutta la commedia.

Vi sono anche alcuni collegamenti con la tradizione letteraria e teatrale che riecheggiano di continuo. Un primo rimando è ai “Malavoglia”, dove la famiglia è centrale ma non viene mai idealizzata. Anche nel romanzo verghiano il nucleo familiare è travolto da problemi economici che fanno emergere tensioni, sacrifici e fragilità. Allo stesso modo, in Buccirosso, la famiglia si sgretola sotto il peso dell’eredità, che rompe equilibri già precari. Molto evidente è anche la forte influenza di Eduardo De Filippo e in particolare di “Natale in casa Cupiello”. In entrambe le opere, la famiglia appare profondamente disfunzionale. Buccirosso riprende chiaramente la lezione eduardiana costruendo una comicità che non serve soltanto a divertire, ma soprattutto a raccontare il dramma umano. Si ride delle situazioni assurde e dei litigi familiari, ma dietro ogni battuta si avverte sempre una forte malinconia. In “Qualcosa è andato storto” la famiglia appare già profondamente disgregata, ma continua a distruggersi ulteriormente proprio a causa del denaro che ha un ruolo colpevole di corruttore morale. Come Leonardo Sciascia utilizzava il genere giallo per indagare criticamente la società e metterne in luce le contraddizioni, così Carlo Buccirosso si serve della commedia familiare per smascherare ipocrisie, egoismi e verità scomode. In entrambi i casi, la letteratura e il teatro diventano strumenti di denuncia sociale, capaci di raccontare con lucidità le debolezze e le ombre del mondo contemporaneo.

“Qualcosa è andato storto” si rivela così molto più di una semplice commedia brillante. Attraverso l’ironia e il sorriso, Carlo Buccirosso racconta la crisi della famiglia, la solitudine dell’individuo, l’abbandono degli anziani e la difficoltà di mantenere rapporti autentici in un mondo dominato dall’apparenza e dagli interessi economici. E non è un caso che lo stesso autore abbia più volte definito il teatro “lo specchio della vita”: in questa commedia, infatti, il pubblico ride, si diverte, ma finisce inevitabilmente per riconoscere sul palco paure, fragilità e contraddizioni profondamente umane.

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