Ci sono persone che non si limitano a svolgere una professione: la trasformano in vocazione, in missione, in un modo concreto di prendersi cura della comunità. Aurelio Colozzi appartiene senza dubbio a questa ristretta cerchia di professionisti. Figura storica dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti di Chieti, a cui ha dedicato impegno, presenza e profondo senso di appartenenza, Colozzi rappresenta per la città un punto di riferimento non solo professionale ma anche culturale e spirituale.
A Chieti il suo nome è sinonimo di dedizione, competenza e umanità: non solo per la lunga carriera come medico di medicina generale, ma soprattutto per il rapporto di fiducia e affetto che ha saputo costruire con intere generazioni di pazienti. La sua presenza costante nei momenti difficili, la capacità di ascoltare e comprendere e l’impegno civile lo hanno reso una figura centrale della città.
Colozzi non ha mai visto la medicina come una semplice applicazione di protocolli o terapie, ma come un percorso fatto di ascolto, dialogo e attenzione alla persona. Molti ricordano come sapesse trovare sempre la parola giusta, la spiegazione più chiara e il consiglio più appropriato, senza mai perdere la dimensione umana che distingue un buon medico da un vero professionista.
Accanto all’attività clinica quotidiana, Colozzi ha lasciato un’impronta indelebile anche nella medicina sportiva abruzzese. Presidente dell’Associazione Medico Sportiva Dilettantistica di Chieti, affiliata alla Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI), ha dedicato anni alla promozione della salute attraverso lo sport, all’educazione sanitaria e alla prevenzione. Il suo impegno gli ha valso diversi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Discobolo d’Oro, conferito in onore del contributo significativo alla medicina sportiva e alla diffusione di una cultura del benessere e della pratica atletica sicura. Questo premio, simbolo di eccellenza e dedizione, è il coronamento di una carriera che ha saputo unire competenza scientifica e passione civile.
Il percorso professionale di Colozzi è stato profondamente segnato dall’incontro con il professor Leonardo Vecchiet, storico medico della nazionale italiana di Bearzot. Vecchiet non solo gli ha trasmesso conoscenze tecniche e metodologiche, ma gli ha anche insegnato l’importanza di guardare all’atleta come a una persona a tutto tondo, con esigenze fisiche, emotive e sociali. Questo approccio ha orientato tutta la carriera di Colozzi, consolidando la sua convinzione che la medicina debba sempre coniugare competenza tecnica, prevenzione e attenzione alla dimensione umana.
Non mancano nella sua storia aneddoti che raccontano la dedizione e la passione con cui ha vissuto ogni fase della sua carriera. Dagli inizi come giovane medico di famiglia, quando percorreva chilometri per visitare pazienti lontani, alle collaborazioni con società sportive locali, fino alle campagne di prevenzione nelle scuole, Colozzi ha sempre messo al centro il concetto di comunità e benessere collettivo. Molti ricordano ancora il suo impegno durante le emergenze sanitarie locali, quando la sua presenza rassicurante e competente ha fatto la differenza per intere famiglie.
L’intervista che segue è un viaggio nella vita di Aurelio Colozzi: dai ricordi dell’infanzia, alle prime ispirazioni che lo hanno spinto verso la medicina, fino all’esperienza quotidiana con i pazienti e alla lunga carriera nel mondo dello sport e della prevenzione. Emergono riflessioni profonde sul ruolo del medico nella società, sul rapporto umano con i pazienti e sui cambiamenti della sanità italiana, insieme a consigli preziosi per le nuove generazioni. In ogni parola traspare una convinzione: curare significa prendersi cura, e la salute non è solo assenza di malattia, ma qualità della vita e benessere condiviso.
D. Chi è oggi Aurelio Colozzi e di cosa si occupa dopo la pensione?
R. Oggi sono ufficialmente un ex medico di medicina generale. La mia carriera attiva si è conclusa nel 2020, ma devo ammettere che non si è trattato di una scelta del tutto volontaria. I postumi del Covid hanno influito in maniera significativa sulla mia salute, rendendo impossibile continuare a svolgere l’attività clinica con l’impegno e la dedizione che ritenevo necessari. Tuttavia, non mi sono fermato completamente: sento ancora forte la necessità di rimanere utile e di contribuire alla società. Così, da qualche tempo, quattro giorni a settimana passo le mie mattinate partecipando a diverse commissioni. È un’esperienza che, seppur diversa dall’attività clinica quotidiana, si rivela molto stimolante. Mi permette di rimanere mentalmente attivo, di continuare ad apprendere e di sentirmi parte integrante di un contesto sociale e professionale. Nonostante la pensione, sento che il mio impegno verso la comunità non si è mai interrotto.
D. Com’è nato il desiderio di diventare medico?
R. La mia scelta di diventare medico nasce da un episodio drammatico della mia infanzia, un ricordo che mi ha segnato profondamente e che ha definito il mio percorso di vita. Ero il secondo dei figli in una famiglia dove la cura e la disciplina erano presenti quotidianamente: mio padre era maresciallo dei Carabinieri e mia madre insegnante di Scuola elementare, quindi la rigorosità, la dolcezza e l’attenzione per gli altri erano valori radicati. Mio fratello maggiore, di appena dieci anni, morì per un errore medico: gli somministrarono dell’olio di ricino per una colica addominale, un intervento completamente inappropriato in quella circostanza, che portò a una peritonite fatale. Questo lutto mi ha toccato in profondità e mi ha fatto capire quanto la vita e la morte possano essere legate alla professionalità e alla responsabilità di chi cura. Da quel momento, mi sono fatto una promessa silenziosa: se avessi avuto la possibilità, avrei dedicato la mia vita a prevenire simili tragedie e ad aiutare gli altri. Quell’esperienza dolorosa non ha generato solo dolore sterile, ma è diventata una forza motrice, la scintilla che mi ha spinto verso la medicina.
D. Quali sono stati i passaggi fondamentali della sua carriera?
R. «Dopo la laurea nel 1977, mi sono trovato di fronte a un mondo della medicina molto diverso da quello odierno. La formazione era estremamente pratica e concreta: si imparava sul campo, accanto ai pazienti, e si affrontavano le situazioni con un approccio diretto. Inizialmente ho combinato due ruoli: lavoravo sia come medico ospedaliero sia come medico di famiglia. A quei tempi non era necessario scegliere subito tra l’ospedale e il territorio; si poteva vivere entrambe le esperienze e crescere professionalmente in maniera completa. Poi, con l’introduzione della legge De Lorenzo, siamo stati obbligati a fare una scelta definitiva: dedicarsi completamente all’ospedale o al territorio. Fu un momento cruciale nella mia carriera. Il mio professore di medicina, Leonardo Vecchiet, fu una guida fondamentale in questo passaggio: mi disse, con grande convinzione e attenzione, che il mio posto era a Chieti, tra le persone, perché conoscevo la città e potevo creare un rapporto autentico con la comunità. Seguii il suo consiglio e scelsi di diventare medico di famiglia. Guardando indietro, posso dire con certezza che quella è stata una delle decisioni più giuste e importanti della mia vita.»
D. Può raccontarci della sua attività nel mondo della medicina sportiva in Abruzzo e del suo ruolo come presidente dell’Associazione Medico Sportiva Dilettantistica di Chieti?
R. La medicina sportiva ha rappresentato un capitolo molto importante della mia carriera. In Abruzzo, e in particolare a Chieti, ho avuto la fortuna di poter contribuire alla promozione della salute legata alla pratica sportiva. Come presidente dell’Associazione Medico Sportiva Dilettantistica di Chieti, affiliata alla Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI), ho cercato di mettere insieme competenza scientifica, attenzione al singolo atleta e impegno civico. Il nostro lavoro ha riguardato diversi aspetti: l’educazione sanitaria, la prevenzione delle patologie legate all’attività sportiva, la corretta certificazione per l’attività agonistica e la diffusione di una cultura dello sport sicuro e responsabile. Ancora oggi, pur avendo terminato l’attività clinica tradizionale, continuo a seguire questo ambito con interesse e passione, perché credo fermamente che lo sport, se praticato correttamente, sia uno strumento potente per la salute fisica e mentale di tutti.
D. Che ruolo ha avuto nella sua formazione il professor Leonardo Vecchiet e come ha influenzato il suo approccio alla medicina sportiva?
R. Il professor Leonardo Vecchiet è stato per me una figura di riferimento fondamentale, quasi un mentore. Incontrarlo ha segnato un momento cruciale nella mia carriera, soprattutto nell’ambito della medicina sportiva, che poi è diventata una delle mie passioni. Vecchiet, medico della nazionale italiana, non era solo un professionista eccezionale, ma anche un maestro nel trasmettere valori: rigore scientifico, attenzione ai dettagli, rispetto assoluto per l’atleta e per la persona. Da lui ho imparato che la medicina sportiva non riguarda solo i muscoli e le articolazioni, ma l’intero equilibrio fisico e psicologico dell’individuo. Mi ha insegnato l’importanza di un approccio preventivo, della corretta certificazione per l’attività agonistica e della responsabilità verso chi pratica sport. Il suo esempio mi ha guidato per anni: mi ha mostrato come combinare competenza tecnica, sensibilità umana e passione educativa.
D. Quanto conta il rapporto umano nella medicina generale?
R. Il rapporto umano è fondamentale, è la base stessa della medicina generale. La mia generazione di medici ha sempre visto il paziente come una persona completa, non come un insieme di sintomi o organi da curare. L’empatia, l’ascolto e la capacità di comprendere il vissuto del paziente diventano strumenti terapeutici primari, efficaci quanto qualsiasi medicinale.
D. Cosa è cambiato oggi nel modo di fare il medico?
R. Oggi la medicina è molto diversa, e non sempre in meglio. La tendenza attuale è verso una specializzazione estrema: ci sono specialisti per ogni ambito, figure estremamente competenti e necessarie, ma a volte si perde il contatto diretto con il paziente e la visione d’insieme del corpo umano. I medici passano più tempo davanti a schermi e software che a osservare e dialogare con le persone. È un peccato, perché si perde la componente riflessiva e umana della professione.
D. Qual è il consiglio che darebbe a un giovane che studia medicina?
R. Il consiglio principale è semplice ma fondamentale: non dimenticare il fonendoscopio. Rappresenta il contatto diretto col paziente, l’attenzione al suo corpo e ai dettagli che possono fare la differenza. Tornare alle origini non è nostalgia, ma saggezza: competenza tecnica e umanità devono camminare insieme.
D. Come giudica la sanità italiana di oggi?
R. Dal punto di vista professionale, i medici italiani non hanno nulla da invidiare ai colleghi europei o del resto del mondo. La qualità è alta. Tuttavia, il contatto diretto con il paziente e le esercitazioni cliniche pratiche sono diminuite, e questo può incidere sulla formazione dei giovani medici. Per quanto riguarda le risorse, certamente c’è spazio per una distribuzione più efficace, ma occorre considerare il contesto economico e sociale.
D. Guardandosi indietro, cosa le ha lasciato questa professione?
R. La medicina mi ha dato tutto: competenze professionali, responsabilità, capacità di comprendere l’essere umano nella sua complessità. Ho ricevuto molto più di quanto abbia dato. È stata una carriera intensa, piena di emozioni, relazioni e sfide, ma anche di grandi soddisfazioni umane e professionali. Essere medico è stata, e resta, una vocazione che ha definito il mio modo di vivere e relazionarmi con gli altri.
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L’incontro con Aurelio Colozzi offre uno sguardo profondo sull’essenza più autentica della medicina: un impegno che va ben oltre la cura del corpo e abbraccia la persona nella sua interezza. La sua vita professionale è stata un percorso di responsabilità, dedizione e attenzione costante verso gli altri, dove competenza tecnica e sensibilità umana si uniscono all’empatia e alla capacità di ascoltare.
Colozzi ha dimostrato che essere medico significa prima di tutto essere presenti, saper comprendere le fragilità altrui, instaurare rapporti di fiducia e accompagnare le persone nei momenti di difficoltà con rispetto e attenzione. Il suo contributo alla medicina sportiva e all’educazione sanitaria sul territorio di Chieti testimonia una visione ampia della professione: un medico non è solo un curatore, ma anche un educatore, un promotore della salute e un custode del benessere della comunità.
La passione, la dedizione e la coerenza con cui ha svolto il suo ruolo fanno di Colozzi un modello per le nuove generazioni di medici e un punto di riferimento per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Le sue parole e il suo esempio ricordano che, al centro della medicina, rimane sempre l’essere umano: competenza, ascolto, attenzione e servizio alla comunità sono ciò che definiscono un medico completo.
Aurelio Colozzi rappresenta una testimonianza viva di come la medicina possa essere una missione, un percorso di vita intenso e gratificante, capace di lasciare un’eredità professionale e umana duratura.
