Nel cuore del centro storico di Chieti, in via Mezzanotte, c’è una casa che ogni anno, con l’avvicinarsi del Natale, si trasforma in un luogo speciale. È l’abitazione di Francesco Fraticelli, che da tempo coltiva una passione diventata un vero e proprio dono per la città: il presepe. Un’opera che cresce anno dopo anno, sempre più ricca di dettagli, frutto di pazienza, sacrificio e amore per l’arte e la tradizione. Per realizzarlo, Francesco rinuncia a parte della vivibilità della propria casa, aprendola però simbolicamente a tutta la comunità.
Quella che nasce come una passione personale si è trasformata nel tempo in un appuntamento atteso, capace di richiamare visitatori di tutte le età. Il presepe di Francesco non è solo una rappresentazione della Natività, ma un racconto che si sviluppa tra scorci di vita quotidiana, giochi di luce e ambientazioni curate nei minimi particolari. Ogni elemento è pensato, costruito e posizionato con attenzione, in un lavoro che richiede mesi di preparazione e una dedizione costante.
La scelta di sacrificare spazi della propria abitazione per offrire un’opera d’arte alla città racconta molto del legame profondo tra Francesco e Chieti. In via Mezzanotte, tra le mura antiche del centro storico, il presepe diventa così un ponte tra passato e presente, tra tradizione e creatività, contribuendo a mantenere vivo lo spirito natalizio e il senso di comunità.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia, la sua passione e il significato di questo presepe che, anno dopo anno, continua a migliorarsi e a emozionare chiunque varchi la soglia della sua casa.
D. Francesco, la sua passione per il presepe nasce da molto lontano. Ci racconta com’è iniziata?
R. La mia passione nasce tantissimi anni fa, circa settant’anni fa, grazie a mia nonna. È stata lei a trasmettermi l’idea e l’amore per il presepe. Io ero solo un bambino e seguivo questa tradizione con grande curiosità e rispetto. Da allora non ho mai smesso. Ancora oggi, dopo settant’anni, continuo a portare avanti questa passione perché fa parte della mia vita e della mia storia personale.
D. Lei ha detto che il presepe per lei rappresenta il Natale. Cosa prova quando lo realizza?
R. Per me il presepe è il Natale vero. Quando inizio a costruirlo, è come fare un viaggio indietro nel tempo. Torno con la mente a quando il Natale era semplice, autentico, vissuto in famiglia e attorno al presepe. È un momento che mi riempie il cuore, perché ogni dettaglio mi riporta a emozioni che oggi purtroppo si stanno perdendo.
D. Nei suoi racconti emergono immagini molto forti del Natale di una volta. Quali ricordi porta nel cuore?
R. I ricordi più belli sono quelli legati alla semplicità. Mi ricordo la neve, gli zampognari che passavano per le strade e mia nonna che mi diceva di scendere a portare loro un bicchiere di vino per riscaldarsi. In casa non c’erano i termosifoni come oggi, ma il braciere, che scaldava l’ambiente, e sopra si mettevano le bucce di mandarino che diffondevano un profumo speciale. Erano momenti che ti scaldavano il corpo e soprattutto l’anima.
D. Oggi questa tradizione sembra in difficoltà. Perché secondo lei il presepe sta scomparendo?
R. Oggi come oggi questa tradizione purtroppo sta scomparendo. Una volta il presepe si faceva ovunque: nelle case, nelle chiese, nei quartieri. Era un momento di comunità. Adesso tutto è più veloce, più moderno, e si perde il valore delle cose semplici. Io continuo ad andare avanti perché credo che il presepe abbia ancora molto da insegnare, soprattutto alle nuove generazioni.
D. Lei apre la sua abitazione ai visitatori. Che significato ha questo gesto?
R. Aprire la mia casa è un gesto di accoglienza e di condivisione. La casa è qualcosa di intimo, ma io sento il bisogno di offrire alle persone un momento di serenità natalizia. Soprattutto ai bambini, che magari non hanno mai visto un presepe così. Accogliere significa far sentire gli altri parte di una tradizione che un tempo riempiva le case di calore e oggi rischia di andare perduta.
D. I bambini come reagiscono davanti al suo presepe?
R. I bambini sono i visitatori più entusiasti. Entrano, guardano, fanno domande, si stupiscono per i dettagli. La loro curiosità mi dà la forza di continuare. Vedere nei loro occhi quella meraviglia mi fa sperare che un giorno anche loro possano riproporre questa tradizione nelle loro case.
D. Scuole o istituzioni sono state coinvolte in questo progetto?
R. No, questa è sempre stata una passione personale. All’inizio nessuno sapeva dell’esistenza di questo presepe. È nato in modo spontaneo, senza pubblicità. Col tempo le persone hanno iniziato a parlarne e a tornare a vederlo. La cosa più bella per me è sapere che chi entra lo apprezza e magari porta fuori questa esperienza, raccontandola ad altri.
D. Quanto tempo richiede la realizzazione di un presepe così grande?
R. Per realizzarlo impiego circa due mesi. È un lavoro lungo e impegnativo, fatto di pazienza e attenzione ai dettagli. Ogni giorno c’è qualcosa da sistemare o migliorare. Serve anche una presenza costante, quasi come prendersi cura di qualcosa di vivo. Ma quando si fa con passione, la fatica passa in secondo piano.
D. Il suo presepe conta oltre cento personaggi. Che valore ha questa scelta?
R. Nel presepe ci sono oltre cento personaggi, alcuni molto antichi, altri più recenti. Mi piace l’idea che crescano di anno in anno, perché significa che il presepe continua a vivere. Tuttavia do sempre priorità alla tradizione: il pastore, la pecorella, l’umiltà. Il presepe non deve essere stravolto, ma raccontare una storia semplice e vera.
D. Che messaggio vuole lasciare a chi visita il suo presepe?
R. Il messaggio è semplice: vorrei che chiunque, piccolo o grande, potesse riportare avanti questa tradizione. Il presepe rappresenta l’umiltà, il calore umano, la condivisione. È l’augurio più sincero che posso fare per il Natale, con la speranza che anche chi verrà dopo di me continui a farlo vivere.
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L’intervista a Francesco Fraticelli non è soltanto il racconto di un presepe, ma il recupero di una memoria condivisa che rischia di andare perduta. Attraverso la sua passione e la sua dedizione, la sua casa si trasforma in un luogo di accoglienza e di incontro, dove il Natale riacquista il suo significato più autentico: semplicità, calore umano e condivisione. Il suo presepe diventa così un ponte tra passato e presente, capace di parlare ai bambini come agli adulti e di far rivivere emozioni profonde.
Un sentito ringraziamento per averci aperto le porte della sua abitazione e del suo cuore, permettendoci di riscoprire una tradizione che continua a vivere grazie al suo impegno. A lui va anche l’augurio che il suo esempio possa ispirare altri a custodire e tramandare il vero spirito del Natale.

