Una vita per l’Avis: la testimonianza di Tullio Parlante

Tullio Parlante rappresenta una delle colonne portanti del volontariato teatino e un punto fermo nella storia dell’Avis locale. La sua figura è legata indissolubilmente alla crescita della cultura della donazione a Chieti, un percorso che affonda le radici in oltre quattro decenni di impegno costante, discreto e appassionato. Donatore fin da giovanissimo, Parlante ha trasformato un gesto compiuto quasi per caso in una missione personale, diventando nel tempo un riferimento per chiunque si avvicinasse al mondo del dono. Durante i suoi cinque mandati alla guida dell’Avis di Chieti ha attraversato momenti di difficoltà e di rilancio, contribuendo in modo determinante alla rinascita dell’associazione negli anni ’80 e al suo progressivo sviluppo fino ai numeri attuali, frutto di una programmazione attenta e di una rete di donatori sempre più consapevoli.
Sotto la sua presidenza sono cambiate le modalità di raccolta, è cresciuta la sensibilità della popolazione e si sono affrontate sfide complesse, dalle emergenze sanitarie alla necessità di garantire continuità nelle scorte di sangue. Oggi, pur non ricoprendo più la carica di presidente, Parlante continua a dedicarsi alla diffusione della cultura del dono attraverso l’informazione e la comunicazione, convinto che raccontare e sensibilizzare sia un servizio essenziale quanto la donazione stessa. La sua testimonianza rappresenta una memoria preziosa e una guida per le nuove generazioni.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo percorso, le sfide affrontate e la visione con cui guarda al futuro della donazione di sangue.

D: Tullio Parlante è una figura storica per la città, soprattutto per il ruolo svolto nell’Avis, che ha diretto per tanti anni con cinque mandati da presidente. Tullio, come nasce la tua passione per la donazione del sangue e come sei entrato in questo mondo che ti ha così coinvolto?
R: Come spesso accade, le passioni nascono per caso. Nel mio caso tutto iniziò nel 1980: avevo 24 anni, ero giovanissimo e certo non pensavo alla donazione del sangue. Dopo aver vinto il concorso in Banca d’Italia fui trasferito a Piacenza e, qualche mese dopo il mio arrivo, un collega aveva la mamma in gravi condizioni. All’epoca era ancora necessario cercare il sangue tra amici e conoscenti. Mi chiese: “Perché non doni?”. E io risposi: “Perché no?”. Così iniziai.

D: E a distanza di tanti anni, qual è stato il tuo percorso di donatore?
R: Ho concluso la mia attività donazionale dopo 43 anni, con 122 donazioni di sangue intero. In totale ho donato circa 53-54 litri di sangue. Negli anni la quantità prelevata è cambiata: dagli iniziali 300 ml degli anni ’80 ai 450 ml di oggi, una quantità sicura per il donatore.

D: Quando sei tornato a Chieti, com’è proseguito il tuo impegno?
R: Sono tornato nel 1985 e ho continuato a donare. In quegli anni l’Avis di Chieti stava attraversando un periodo difficile e due ex dirigenti mi chiesero di dare una mano a rilanciarla. Tra il 1985 e il 1986 c’è stata la vera ripartenza. All’epoca raccoglievamo circa 350 sacche l’anno; lo scorso anno abbiamo chiuso con 3.357 sacche. Un progresso enorme, frutto di un lavoro lungo e delicato.

D: Oggi però c’è ancora bisogno di sangue.
R: Sì, c’è sempre bisogno. Le sale operatorie possono aprire solo se c’è sangue a disposizione; qualche anno fa, per mancanza di scorte, due sale operatorie a Campobasso non poterono partire. È qualcosa che faccio fatica ad accettare, dopo una vita dedicata alla donazione. Per questo continuiamo a lavorare sulla cultura del dono, soprattutto nelle scuole e nelle università.

D: Sono più i giovani o i donatori “storici” a essere costanti nella donazione?
R: Oggi i giovani sono molto sensibili, anche se all’inizio non pensano alla donazione. Ma quando li avvicini nelle scuole, quando gli fai capire la responsabilità che hanno nelle mani, rispondono subito. Lo abbiamo visto durante il terremoto dell’Aquila: quel giorno dovemmo rimandare indietro molti giovani perché erano troppi a voler donare. L’importante è insegnare loro che non bisogna aspettare le tragedie: la donazione è un gesto quotidiano.

D: In tanti anni di presidenza, come è cambiata la gestione dell’Avis e quali difficoltà hai incontrato?
R: Negli anni ’80 c’erano molte criticità, come la questione del sangue infetto importato dall’America. Negli ultimi 40 anni la sanità ha fatto passi giganteschi: oggi i controlli sono rigidissimi. Abbiamo lavorato per creare una rete stabile di donatori, soprattutto per i gruppi più rari come lo 0 negativo, fondamentale nelle emergenze.
Un tempo avevamo anche grandi supporti, come il 123° reggimento a Chieti, che da solo garantiva 350 sacche l’anno. Quando ha chiuso, abbiamo perso una risorsa preziosa. Per essere autosufficienti ci servirebbero 4.500 sacche l’anno: oggi siamo intorno alle 3.300-3.500. Stiamo migliorando, ma c’è ancora lavoro da fare.

D: Che rapporto c’è stato tra Avis e istituzioni?
R: Le istituzioni cambiano, ma nel complesso non ci hanno mai ostacolato. Non c’è sempre stato un contatto diretto, ma nemmeno una chiusura. Noi viviamo dei fondi regionali che permettono all’associazione di funzionare, e fino ad oggi siamo riusciti a cavarcela.

D: Oggi non sei più presidente, ma continui a dare il tuo contributo nella comunicazione. Quanto è importante questo aspetto?
R: La comunicazione è fondamentale. Io collaboro ogni settimana con la Gazzetta di Chieti, dove pubblico articoli sull’atto del dono. Parlarne, scriverne, portare il tema nelle case è essenziale: la donazione non ti tocca finché non ne hai bisogno. Fare informazione significa prevenire, sensibilizzare, far capire che il bisogno c’è ogni giorno.

D: Chiudiamo con una speranza e una promessa personale.
R: La mia promessa riguarda i miei figli: uno è donatore da tanti anni, l’altro ancora no, ed è la mia battaglia personale. Ho molta fiducia nei giovani; li vedo ogni giorno e so che sono un buon futuro. Vanno guidati, sollecitati, accompagnati. Il nostro compito, con i “capelli bianchi”, è proprio questo: stimolarli. E loro rispondono sempre. Questa è la mia speranza.

Ringraziamo Tullio Parlante per la disponibilità, la passione e la lucidità con cui continua a testimoniare il valore del dono. La sua esperienza, costruita in oltre quarant’anni di impegno, rappresenta un patrimonio umano e civile che arricchisce non solo l’Avis di Chieti, ma l’intera comunità. Un grazie sincero anche a tutti i volontari e ai donatori che, ogni giorno, con un gesto semplice e silenzioso, rendono possibile ciò che per molti è vita, speranza e futuro.

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One thousand years ago, superstition and the sword ruled. It was a time of darkness. It was a world of fear. It was the age of gargoyles. Stone by day, warriors by night, we were betrayed by the humans we had sworn to protect, frozen in stone by a magic spell for a thousand years.

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