CHIETI. Stesso copione, trent’anni dopo. Negli anni Novanta aveva abusato della figlia, oggi zia. Ora le vittime sono le due nipoti e il nipote, tra i 12 e i 13 anni. Il 61enne teatino è stato condannato a 18 anni di reclusione: nelle motivazioni della sentenza, i giudici parlano di una «inquietante medesimezza del disegno manipolatorio».
La condanna si fonda sui racconti dei tre minori, ascoltati in modalità protetta e ritenuti «pienamente attendibili» per coerenza, spontaneità e precisione dei dettagli. Le testimonianze hanno descritto vergogna, paura e senso di colpa, reazioni considerate tipiche delle vittime di abusi. A escludere l’ipotesi di un complotto, il legame affettivo che i ragazzi avevano con il nonno prima della denuncia.
La difesa, che parlava di ritorsione familiare, è stata definita «palesemente inattendibile». L’uomo sosteneva che le accuse fossero nate da un litigio con il padre di due delle vittime, ma la tesi è stata smontata: nessun movente plausibile, anzi, fu proprio il nonno – secondo i racconti – a incoraggiare le nipoti a fumare. Decisivi anche i riscontri oggettivi: i sopralluoghi dei carabinieri hanno confermato la descrizione di uno degli episodi, avvenuto in un’auto il 10 gennaio 2024, in una zona rurale. La tredicenne aveva parlato di una croce luminosa visibile in lontananza, dettaglio risultato esatto.
In aula ha testimoniato anche la figlia dell’uomo, già vittima degli abusi tra il 1997 e il 1998. Ha raccontato di essere stata costretta dal padre a scrivere una lettera di perdono, minacciata che si sarebbe tolto la vita. Un meccanismo di manipolazione – scrivono i giudici – identico a quello usato decenni dopo con le nipoti.
La violenza è stata commessa «con costrizione fisica e psicologica», in un caso minacciando una delle ragazzine con un coltello, e «approfittando dello stato di sonno» delle vittime. La pena tiene conto delle aggravanti: il legame di parentela, l’età inferiore ai 14 anni e la recidiva specifica e reiterata.
