CHIETI. “Plata o plomo?” (soldi o piombo) era il titolo inquietante della lista dei debitori trovata sul cellulare di Joyce Cocco, 25 anni, arrestata insieme all’ex compagno Amed Quesada, 32enne cubano, al vertice di una rete di spaccio attiva tra Abruzzo e Lazio. Un’organizzazione criminale che, secondo la Procura di Chieti, utilizzava la violenza sistematica per riscuotere crediti legati alla droga, con metodi ispirati ai cartelli sudamericani.
L’inchiesta della squadra mobile ha portato alla luce una struttura articolata, con fornitori, trasportatori e “custodi” dello stupefacente. In tutto sono 49 i capi d’imputazione, tra cui spaccio, rapina aggravata, lesioni e detenzione illegale di armi.
Il culmine dell’escalation criminale è avvenuto il 25 aprile scorso, quando una spedizione punitiva a Chieti si è conclusa con tre accoltellati, tra cui due minorenni di 14 anni. L’obiettivo era un ventenne debitore: pestato, minacciato con una pistola e derubato di beni per oltre 30mila euro. La violenza ha colpito anche i due ragazzi, trascinati e feriti all’ingresso dell’abitazione.
Per Quesada è stato disposto il carcere il giudice Maurizio Sacco, i domiciliari per la Cocco, ma altre sette persone sono indagate per spaccio. Durante il blitz sono state arrestate anche altre due persone, tra cui l’albanese Elton Qerreti, residente ad Aprilia e ritenuto il fornitore principale, trovato con armi, cocaina pura e un laboratorio di confezionamento, e Alessandro Ceroli, di Montesilvano, sorpreso con due chili e mezzo di hashish. Sequestrati anche 15mila euro in contanti e oltre 12 chili di droga.
L’indagine, diretta dal commissario capo Francesco D’Antonio, e coordinata dal procuratore Giampiero Di Florio e dal pubblico ministero Giancarlo Ciani, ha svelato una rete radicata sul territorio, partendo dal Lazio, da Roma e Aprilia, arrivando a Chieti, Montesilvano e passando per Lanciano, Santa Maria Imbaro, Atessa, Mozzagrogna e Fossacesia, operando senza codici in gergo e con un alto senso d’impunità. La frase simbolo trovata nel telefono di Cocco – “Plata o plomo?!” – è diventata il manifesto di un’organizzazione pronta a tutto pur di affermare il proprio dominio.
