Figlio di Giuliano Bracciale e Lucia Del Prete, proprietari dello storico negozio “Zefferino Uno” di Piazza Malta a Chieti, Daniele Bracciale si afferma come uno dei ballerini emergenti più interessanti della scena artistica contemporanea. Da New York a Barcellona, dalla Biennale di Venezia a Montreal, da San Francisco all’Arena di Verona, da Firenze al compleanno di Madonna, il ballerino teatino vanta un eccezionale curriculum che per lui è anche un punto di partenza per nuovi orizzonti artistici. Oggi è tornato, e con lo sguardo rivolto al futuro racconta il suo percorso e il sogno di riportare l’arte dove tutto è iniziato: l’Abruzzo.
Daniele Bracciale ha raccontato a Il giornale di Chieti la sua storia, i sogni e i progetti da giovane artista profondamente innamorato della sua terra, al quale vuole donare tutta la sua esperienza artistica e professionale.
Daniele, come hai iniziato a ballare e qual è stato il percorso che ti ha portato fino ad oggi?
Ho iniziato a studiare danza grazie ad un infortunio che ho avuto durante un allenamento di ginnastica artistica all’età di 8 anni. Ad oggi lo ringrazio e porto ancora con me la cicatrice proprio sopra il sopracciglio sinistro.
Mi sono inizialmente iscritto a Sambuceto, ma presto ho proseguito i miei studi a Pescara nella scuola New Step, ed è stato grazie ai miei maestri Americo Di Francesco, Paola Lancioni e Grazia Galante che mi hanno temprato sia nel corpo che nella mente per affrontare il mondo professionale. Non smetterò mai di ringraziarli. Infatti, a 16 anni, mi hanno incoraggiato ad andare a fare un’audizione a New York per l’accademia Peridance Capezio Center dove vinsi una borsa di studio per il Summer Intensive della durata di tre settimane. Conclusa l’esperienza, il direttore/coreografo dell’Accademia mi diede un’ulteriore borsa di studio per rimanere a New York e studiare ufficialmente sotto la sua supervisione. Era l’opportunità che stavo aspettando. Sono rimasto a New York per circa due anni, dal 2018 al 2020, ed è stato il periodo più bello della mia vita in cui la parte creativa della mia persona è esplosa insieme alla struttura fisico-mentale che oggi mi rappresenta.
Stavo vivendo il sogno americano nonostante i grandi sacrifici e il costo della vita che affrontavo in una città così grande, che mi ha costretto anche a fare altri lavori come il pasticcere e gelataio per sostenermi ed aiutare la mia famiglia. Purtroppo la situazione è cambiata con l’arrivo del Covid, di cui all’inizio non mi sono eccessivamente allarmato dato che la situazione sanitaria non era particolarmente preoccupante in America, e dunque non mi sono reso subito conto della gravità della cosa. Tuttavia, per insistenza dei miei genitori, che non finirò mai di ringraziare, sono fortunatamente riuscito a tornare a casa con l’ultimo volo partito dall’America, prima della chiusura delle frontiere e, con l’occasione ho potuto terminare la scuola superiore che avevo lasciato per andare a New York.
Al termine del Covid però hai ripreso la tua attività, con opportunità a dir poco straordinarie.
Esatto, nel 2021 mi sono trasferito a Barcellona, e ho iniziato a lavorare con la compañía del Ballet Contemporani De Catalunya, per una stagione e ritornando per altre produzioni anche nel 2023. L’esperienza di Barcellona è stata importantissima, sia per la qualità del lavoro e sia per i colleghi che ho conosciuto lì, ed è stata la mia prima vera esperienza professionale, grazie soprattutto alla guida del coreografo Miquel Garcìa Font, con cui sono cresciuto molto artisticamente e ho instaurato una forte stima personale e professionale reciproca. Il mio legame con New York però non si è mai interrotto. Ho approfittato delle poche pause per tornare e fare audizioni in tre compagnie americane: la Ponybox, la Gibney e la SBD Dance Company, superandole tutte. Ho scelto di lavorare per la SBD, dove lavoro tutt’ora, come guest artist, e ogni anno torno in America, per circa 2-3 settimane per lavorare in diverse produzioni e fare tournée. In particolare quest’anno, a marzo, lavorerò per due progetti, uno sempre a New York e uno a Montreal, e in quest’ultimo sarò anche assistente coreografo, con un mio progetto.
Nel tuo eccezionale curriculum puoi vantare di aver ballato per la leggendaria cantante Madonna e per la Biennale di Venezia. Che ricordo hai di queste esperienze?
L’evento per Madonna fu veramente memorabile, quasi mistico, e sicuramente il più bello della mia vita. Ho avuto l’opportunità di ballare per il suo compleanno, in Sicilia, grazie alla collaborazione con la RBR Dance Company, una compagnia con la quale lavorato per due stagioni a Verona, da settembre 2022 (al termine dell’esperienza a Barcelona) fino a maggio 2024 (per spettacoli importanti quali Canova svelato, Boomerang, H2omix).
Invece per quanto riguarda La Biennale, ormai la considero come casa e ho un ricordo prezioso di quell’esperienza, che, nonostante il lavoro veramente impegnativo, mi ha arricchito tantissimo sia dal punto di vista sia umano sia professionale, provocando un cambio di visione della vita e dell’approccio nei confronti del mio corpo. Ho lavorato lì l’anno scorso, sotto la direzione di Sir Wayne Mc Gregor, uno dei direttori e coreografi più importanti d’Europa, ballando per la nuova produzione We humans are movement al Palazzo del Cinema, con la firma di Mc Gregor, sulla quale è stato anche girato un documentario dalla RAI. Inoltre, contemporaneamente ho anche lavorato su “The Bench”, un site specific di Cristina Caprioli, vincitrice del Leone d’Oro 2024 della Biennale Danza, e per uno spettacolo di Javier Ara Sauco e Kike Astley, i vincitori del premio “Giovani Coreografi” con la produzione This was meant to find you. Anche quest’anno, a luglio, sono tornato per fare un workshop meraviglioso con il direttore della compañía La Veronal di Madrid, Marcos Morau, importantissimo nel panorama della danza contemporanea europea. È stato magico.
La Biennale è stata fondamentale anche per ritrovare la passione che cominciava ad affievolirsi, dopo tanti sacrifici che mi avevano procurato un crollo emotivo. Da lì si è riacceso il fuoco, e ho deciso, dopo essere tornato in America a San Francisco ed a Montreal per un progetto con la SBD di trasferirmi a Firenze per iniziare la facoltà di PROGEAS – Progettazione e gestione di eventi e imprese dell’arte e dello spettacolo, presso l’Università degli studi di Firenze. Sempre a Firenze ho iniziato, nel frattempo, a lavorare con COB – Compagnia Opus Ballet, sotto la direzione di Rosanna Brocanello, con cui collaboro tuttora in produzioni come Sogno di una notte di mezza estate di Davide Bombana. un lavoro che ha girato e continuerà a girare per tutta l’Italia ed anche all’estero.
Inoltre, dietro invito del regista Laurence Dale e Carmine De Amicis, anche lui d’origine abruzzese, ho lavorato in una grande produzione al Teatro Carlo Felice di Genova con l’opera De Liebe Der Danae, che ha riscosso un incredibile successo di pubblico e critica.
Infine, mentre lavoravo con l’Opus Ballet, feci una collaborazione tra la COB e la Compagnia Virgilio Sieni sempre a Firenze, con lo spettacolo Sulla scia di Pasolini coreografato da Jari Boldrini, concludendo con la stagione estiva all’Arena di Verona, lavorando in produzioni quali Nabucco, Aida e Carmen, con la regia di Franco Zeffirelli e Stefano Poda.
Ad oggi mi sto prendendo un po’ di tempo per dedicarmi alla laurea, che è diventata la mia priorità, con l’intenzione di tornare stabilmente in Abruzzo. Grazie al tirocinio che ho intenzione di svolgere nella sezione Cultura e Spettacolo del Comune, spero di aprirmi nuovi orizzonti artistici e lavorativi nella mia terra d’origine, dove ho tutti gli affetti ai quali sono sempre molto legato.
C’è stata una esperienza che consideri decisiva per la tua crescita artistica?
Sicuramente l’esperienza a New York è stata fondamentale per la mia persona, ma in realtà tutto il percorso mi ha formato sia professionalmente sia umanamente, rendendomi il ballerino e la persona che sono oggi. In particolare l’esperienza decisiva è stata quella dell’Arena di Verona che mi ha dato la chiave di svolta, avvicinandomi al mondo del teatro e delle opere, che intendo perseguire in Abruzzo.
Cosa ti affascina più del tuo lavoro?
La condivisione di idee, di modi per esprimere concetti non solo tramite le parole ma soprattutto grazie al linguaggio corporeo che prende forma. È affascinante il percorso che parte da un’idea che attraverso il processo creativo si concretizza arrivando al risultato finale. È proprio il percorso che c’è dietro ogni spettacolo e ogni coreografia, la ricerca del giusto movimento, la coesione che esiste tra le diverse forme d’arte, la musica, la danza e la parola che si fondono tutte insieme che crea l’effetto che attira il pubblico e lo appassiona.
Sicuramente sono stato affascinato dai tanti viaggi che ho fatto, e che compio tuttora, che mi danno l’occasione di sperimentare cose nuove, di immergermi in nuove culture, in diversi punti di vista, in diverse lingue. Di contro, tuttavia, credo che a livello statale l’arte non sia sempre sponsorizzata e ben finanziata, ed inoltre non accetto e non condivido la competizione tossica che permea questo ambiente professionale, perché preclude anche una collaborazione professionale tra colleghi che aiuterebbe la crescita e il miglioramento reciproci.
Sono sempre stato cosciente di dover sacrificare parte della mia vita per questa mia passione e non mi è mai pesato, ma ad oggi mi rendo conto che l’aver sacrificato tante cose nella mia adolescenza e nella mia crescita mi ha portato al desiderio di volerle vivere appieno oggi, soprattutto la mia famiglia da cui sono stato spesso lontano. Questo ritorno in Abruzzo è stato sicuramente influito dal fatto che voglio soprattutto coltivare e vivere la mia famiglia, con cui ho un rapporto bellissimo.
Ora ti stai spostando verso la regia e la direzione del movimento, cosa significa per te?
Non lo ritengo assolutamente un abbandono della danza, piuttosto un’evoluzione naturale, in quanto ho voglia effettivamente di cimentarmi nei miei processi creativi e di dare forma alle mie idee, guidando magari anche altri corpi, non solo il mio.
Hai un progetto che senti particolarmente vicino in questo momento?
Il progetto che più mi sta a cuore è quello della mia terra, il voler in qualche modo condividere, coltivare e anche donare quello che ho appreso e quello che sono all’Abruzzo, realizzando qui qualcosa.
Cosa significa per te rappresentare l’Abruzzo fuori dai confini, anche italiani?
Significa portare ovunque con me le mie radici, la mia terra nelle sue tradizioni, nel suo vocabolario con il dialetto, nella cucina, nelle usanze tipiche. È stato illuminante lo spettacolo di Enrico Melozzi in Abruzzo, “La notte dei serpenti” che ha creato qualcosa di veramente prezioso, portando sulla scena le tipiche canzoni abruzzesi. Io, in tutti questi anni, ho sempre sponsorizzato la mia origine nel mondo, perché sono fiero ed orgoglioso di essere abruzzese, e desidero riportare a casa tutto ciò che ho imparato nel mondo, e che continuerò ad imparare.
Prossimi step?
Ad oggi ci sono lavori in programma di cui, se vi farà piacere parlerò più avanti. Come ci ha insegnato il buon vecchio Gabriele D’Annunzio, continuerò a vivere ardendo senza bruciare mai, si spera!





