Jean Renoir, il celebre regista francese, diceva che “l’arte non è un mestiere, è la maniera in cui si esercita un mestiere”. Con la scelta di queste poche parole, è stato in grado di riassumere un concetto complesso sul quale, per secoli, si sono interrogati schiere di teorici e tutti coloro che in un modo o nell’altro erano pregni di un qualcosa di indescrivibile. Se volessimo completare la sua frase, potremmo aggiungere che l’arte è persino una via più poetica per affrontare la vita. Un fuoco inestinguibile all’interno di ognuno di noi. Basta solo riconoscere la prima fiamma ed impedire che una campana di vetro la soffochi. Alimentarla finché non evolverà in un incendio che nessuna forza potrà contenere. Ma al giorno d’oggi, quanti sarebbero disposti a seguire questa strada? In una società vuota e frettolosa come la nostra, chi sarebbe tanto coraggioso? Certo, secondo alcuni, a causa di un retaggio industriale fine ottocentesco, l’arte in ogni sua forma è diventata sinonimo di mera inutilità perché reputata prodotto non indispensabile per la nostra sopravvivenza. Eppure continua ancora ad esistere e soprattutto resistere alla barbarie dilagante. Come mai, allora? Semplice, l’essere umano non può pensare di ritrovarsi equiparato ad una macchina per il fatto stesso di essere umano. Il commediografo latino Terenzio scrisse “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” ovvero “Sono un uomo, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me”.
La testimonianza che sto per presentarvi è davvero incredibile. Nel mio ruolo di intervistatore per conto del Giornale di Chieti, cerco sempre di proporvi contenuti che abbiano a che fare con la bellezza, la creatività e la sensibilità. Valori che rischiano di scomparire a causa di fenomeni quali l’indifferenza, la violenza e l’avvento dell’intelligenza artificiale che lentamente si accinge a svolgere un processo di estinzione di tutti quei mestieri principalmente legati alle virtù appena citate. Immaginate un mondo dove libri, dipinti, film e musica sono frutto di un computer. Una distopia alla Orwell dove l’uomo è solo un involucro inconsistente. Un’ameba al servizio della tecnologia invasiva. Ma ecco che proprio nella nostra città si nasconde un’artista speciale, una ragazza giovanissima, studentessa di Ingegneria Biomedica all’Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara. Una personalità dai mille talenti che, pur dedicandosi con impegno e passione negli studi scientifici, coltiva la sua naturale propensione in campo artistico. Ritrattista, Ballerina, Attrice, Cantante e ultimo ma non ultimo anche musicista. Vi sto parlando di Valeria Di Toro, astro nascente della cultura teatina, già vincitrice di un riconoscimento importante, il “premio Ut pictura poesis alla cultura”. Sono certo che farà grandi cose. Ho la fortuna di conoscere Valeria da tanti anni ed è con grande stima ed affetto che vi farò scoprire la sua umanità e la passione che la anima.
“Diciamo che si tratta di un qualcosa che risiede in me da sempre.” mi confida Valeria “Ho iniziato con il praticare danza classica all’età di tre anni. Ricordo ancora che andai dai miei genitori e confidai loro il mio desiderio di voler ballare. Riflettendoci meglio, forse quella che sentivo era un’esigenza quasi fisiologica. Infatti non ho mai smesso. Una scintilla che non si è più spenta ma che, anzi, continua a crescere giorno dopo giorno. La danza ha arricchito la mia vita in una maniera unica contribuendo a regalarmi tantissime emozioni; mi ha insegnato disciplina e umanità, sacrificio e soddisfazione; per me, è stata, è e sarà sempre il mio ossigeno. Per quanto riguarda, invece, gli altri campi artistici, è tutto un divenire.”
“Ciò che ti contraddistingue è, però, la tua abilità nel disegno a mano libera.”
“Non esageriamo.” ride “L’ho scoperto per puro caso durante la Pandemia. Bisogna premettere che non mi sono mai cimentata seriamente nel disegno, pur essendo una delle mie passioni, né ho mai pensato di poter riuscire a realizzare un ritratto realistico. Come dicevo, nel bel mezzo del Lockdown, complice un po’ la reclusione forzata in casa ed il molto tempo libero a mia disposizione, un pomeriggio mi misi ad ascoltare la musica con le cuffiette e sentii quasi un moto provenire da dentro. Subito ebbi la necessità di prendere un foglio bianco ed una matita per tentare di esternare ciò che in quel momento mi scuoteva l’animo. “
“E cosa venne fuori?”
“Un ritratto dei cantanti che stavo ascoltando. Appena terminato lo feci vedere a mia madre che rimase incredula, così come lo ero io.”
“Alla fine, ti sei specializzata proprio nella ritrattistica arrivando a riprodurre, tra i tanti soggetti, anche i volti di celebri personaggi come Il Volo, Ultimo, Lino Guanciale, Ambra Angiolini, Matteo Faustini e Damiano Carrara. Le tue opere ti hanno permesso di raggiungere, oltre a numerosi riconoscimenti, finanche l’apprezzamento di alcune di queste figure del mondo dello spettacolo.”
“Sì, esatto. Ho ricevuto perfino delle committenze. Sono ancora stupita.”
“Quale tecnica usi di solito?”
“Il bianco e nero, rigorosamente a matita poiché ne apprezzo molto la plasticità e le sfumature che, via via, mi consente di ottenere, anche se non disdegno il carboncino e la cenere dei fiammiferi.”
“Prima dei tuoi tanti aspetti artistici, sei una studentessa della facoltà universitaria di Ingegneria Biomedica. Come mai questa scelta?”
“Per risponderti dobbiamo necessariamente ritornare al discorso della danza. Anni fa, ho letto un articolo che presentava la storia di una ballerina che si era trasferita in Francia per affinare la sua tecnica. Qui, per mantenersi, iniziò a svolgere la professione di cameriera in un ristorante. Un giorno, purtroppo, rimase vittima di un tragico incidente sul lavoro e perse l’uso delle gambe. All’improvviso, il suo sogno si era infranto. Ma grazie all’Ingegneria Biomedica, piano piano, con non poche difficoltà, è riuscita a tornare sulle assi del palcoscenico. Questa vicenda, che coinvolgeva due mie grandi passioni quali la danza e la medicina, mi ha toccata ed illuminata così tanto da risultare decisiva per la mia scelta. Quello che vorrei è cercare di restituire la speranza a tutti coloro che si trovano in una situazione simile.”
“Arrivati ormai alla conclusione della nostra intervista, mi potresti dire, in qualità di attrice, quanto è importante oggi il teatro?”
“Davvero tanto. In un’epoca in cui siamo circondati da cellulari e dall’intelligenza artificiale, il teatro è fondamentale perché ci permette di sviluppare ed approfondire le nostre emozioni, l’empatia, oltre che la capacità di riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Del resto, il buon Gigi Proietti diceva “Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.”
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